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Aggiornato al 14/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal


akifu (Ito Daishin) – (People’s Republic of China,  Deviant Art) - Hikikomori

 

Hikikomori: la nuova anoressia sociale

di Anna Maria Pacilli

No man is an island.

Thomas Merton

 

Hikikomori vuol dire “stare in disparte”, chiudere la porta al mondo esterno, per rinchiudersi nella propria isola “felice”.

Il termine, derivato dalla contrazione di shakaiteki hikikomori (ritirarsi dalla società), è stato coniato negli anni ‘80 per indicare un fenomeno diffusosi in Giappone all’incirca negli anni ’70.

Si tratta di un disagio relazionale, ormai dilagante anche negli Stati Uniti, in Europa ed anche in Italia, seppure in forme diverse.

A cosa è dovuto?

Si potrebbe individuare una multicausalità: l’ utilizzo travolgente delle nuove tecnologie, lo sfaldamento progressivo dei rapporti interpersonali e la perdita di modelli relazionali di riferimento, come la famiglia.

Il dott. Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, il maggior esperto della sindrome di Hikikomori, fa risalire la causa della malattia alla complessità della cultura giapponese, che mette sempre più in risalto la componente di “realizzazione” e “distinzione”. Il terrore dell’insuccesso porterebbe ad autoescludersi e a preferire l’isolamento alla competizione.

Questo fenomeno riguarda principalmente la fascia adolescenziale, quella più fragile, ed il 20% degli adolescenti maschi sarebbero Hikikomori, un pò meno le donne. E'stato associato nel 10% dei casi all’internet addiction.

Improvvisamente cala il sipario sulla vita: famiglia, sport e amici diventano estranei.

Isolandosi ci si difende da ipotetici e probabili delusioni procurate ai genitori che hanno elevatissime aspettative nei confronti del futuro professionale dei loro figli. Meglio, allora, non misurarsi con la realtà, preferendo il silenzio. Meglio darsi per vinti da soli che soccombere a causa di altri.

I giovani hikikomori possono mostrare il loro disagio in vario modo: restare chiusi in casa tutto il giorno, oppure uscire solo quando hanno la certezza di non incontrare conoscenti, oppure fingere di recarsi a scuola o al lavoro e invece girovagare senza meta per tutto il giorno.

Il rifiuto della vita sociale e scolastica o lavorativa si prolungherebbe per un periodo di tempo di almeno 6 mesi.

Da un punto di vista psicopatologico, sono state studiate innanzitutto le variabili familiari legate a relazioni disfunzionali,  o la presenza di disturbi psicopatologici associati, come la depressione. Da un punto di vista sociologico, invece, si sono indagati soprattutto i fattori legati al particolare sistema culturale giapponese, e ad un atteggiamento di anomia sociale e di rifiuto verso le severe regole morali e sociali su cui si basa la cultura tradizionale giapponese.

L’ipotesi che ne è scaturita è che i giovani, pressati dai valori sociali basati sull’estremo perfezionismo e sulla tendenza a voler sempre primeggiare sia a scuola che al lavoro, non si sentano all’altezza degli standard loro richiesti e preferiscano quindi rinchiudersi in casa per evitare di affrontare una realtà quotidiana avvertita come opprimente.

Uno studio condotto nel 2012 (Kato et al.) ha indagato la presenza del fenomeno anche in culture differenti.  Lo studio ha coinvolto psichiatri provenienti da Australia, Bangladesh, India, Iran, Giappone, Corea, Taiwan, Tailandia e Stati Uniti. Tuttavia ancora non si è giunti a stimare la prevalenza e il grado di rilevanza del fenomeno nelle culture non giapponesi.

Il disinvestimento dei giovani verso la vita sociale e lavorativa, anche se non esattamente analogo all’hikikomori, è stato riscontrato anche in alcuni paesi occidentali: nel Regno Unito, si utilizza la sigla NEET (not in employment, education or training) per indicare i giovani non impegnati in attività lavorative o educative. Negli Stati Uniti si utilizza il termine "adultoscelent" per indicare quei giovani adulti che ancora vivono con i loro genitori e che non sembrano avviarsi verso una vita indipendente dalla famiglia.

Un altro studio del 2014 (Carli et al.) condotto in 11 paesi europei ha trovato che i giovani che usano internet, la tv o i videogames per molte ore al giorno, nasconde in realtà dei preoccupanti segnali di rischio per lo sviluppo di psicopatologie, come minimo l'insonnia, fino a comportamenti suicidari.

Teo e Gaw (2010) ritengono che il ritiro sociale grave o acuto potrebbe in futuro essere incluso nel D.S.M. come una nuova psicopatologia a sé stante.

Sarebbero distinguibili tre categorie di giovani:

1. gli ultradipendenti, che crescono in famiglie iperprotettive in cui non riescono a raggiungere uno sviluppo psicologico che permetta loro di fidarsi delle persone e di acquisire autonomia;  giovani che hanno poca motivazione a sviluppare autonomia;

2. gli interdipendenti disfunzionali, il prodotto di dinamiche familiari disadattive che impediscono ai giovani di imparare le regole sociali di base. Le relazioni sociali sono poco soddisfacenti e spesso sono vittime di bullismo a scuola;

3. i controdipendenti sembrano invece essere caricati da eccessive aspettative genitoriali nei loro confronti, che si associano a notevole pressione nella vita scolastica e a stress correlato alla carriera lavorativa. I giovani impiegano molto tempo nello studio e nella pianificazione del loro futuro, ma la successiva disoccupazione e la mancanza di opportunità provoca in loro molta frustrazione ed il successivo isolamento dagli altri.

Questo ritiro dalla vita sociale e lavorativa sembra, però, spesso essere invisibile, a differenza di quanto accade nelle dipendenze da alcol o sostanze, e il disagio dei giovani rischia di passare inosservato.

Il dott. Saito si è occupato anche di ipotizzare un programma terapeutico e rieducativo chiamato New Start, che prevede il recupero delle relazioni interpersonali attraverso un’azione di formazione-lavoro,  destinato all’instaurarsi di legami che possano fare da cerniera tra il ragazzo disagiato e la società in cui vive.

L’azione terapeutica mira a staccare il ragazzo dalla dipendenza, ponendolo a confronto con le proprie  paure, rendendole oggettive, tanto da riuscire ad affrontarle.

Secondo il dott. Saito un buon recupero richiede, a seconda della gravità del caso, da pochi mesi ad alcuni anni.

 

Pubblicato anche su www.annamariapacilli.it

Inserito il:11/10/2016 15:37:24
Ultimo aggiornamento:11/10/2016 15:42:30
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