In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 20/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Igor Stevanovic (Novi Sad, Serbia, Contemporaneo) – Journalist conducting interview illustration

 

L’intervista

di Gianni Di Quattro

 

Molti, e il sottoscritto tra questi, affermano che il giornalismo è molto degradato rispetto non solo e non tanto al passato, ma soprattutto rispetto a quello che dovrebbe essere la sua funzione in un paese dove vige la democrazia e la conseguente libertà di pensiero. In un paese che si trova in queste condizioni, il giornalismo, la stampa dovrebbe essere da una parte il miglior guardiano della situazione e, nello stesso tempo, lo strumento di crescita culturale e sociale di tutto un popolo.

La degradazione che si avverte ha ovviamente diverse cause nel senso che sono diversi i fattori che contribuiscono a questa penoso e pericoloso scivolamento professionale. Sicuramente i meccanismi di selezione delle nuove leve, le norme giuridiche che spesso rappresentano una minaccia sul lavoro di questi professionisti, la mancanza di una struttura di mercato veramente indipendente e il condizionamento che quasi tutti i media sia cartacei che elettronici subiscono ad opera di partiti od ancora peggio talvolta da parte di gruppi di interesse e di potere che manovrano il paese, infine la mancanza di scuole adeguate e di maestri, come nel passato, che possono rappresentare linee guida per chi si avvia a fare questo mestiere.

La conseguenza principale di questa degradazione (forse la parola non è la più adatta ma rende l’idea del disagio che soffre la categoria e la società) è la diffusione della cronaca, di articoli che si dedicano al gossip, che raccontano superficialità, mentre non si fanno analisi, non si tentano interpretazioni, non si raccolgono elementi che possano consentire ad un lettore moderatamente illuminato di capire i fatti e i protagonisti.

In questo contesto, uno degli aspetti più interessanti e difficili della professione giornalistica è ed è sempre stata l’intervista. Non l’intervista al passante cui si pongono domande banali e che risponde in modo ancor più banale come si usa ora nei giornali e soprattutto nelle televisioni, che in questo modo riempiono minuti e dicono di aver dedicato ad una vicenda tot di tempo riuscendo a dire nulla e a non fare capire nulla. L’intervista è l’aspetto più delicato della professione perché in una determinata vicenda se si dialoga con la o le persone adeguate e se si pongono le domande giuste in un modo giusto, si riesce a cogliere il senso di quello che avviene o che può avvenire meglio spesso di analisi arbitrarie o tentate, più per speculazione che per altro.

L’intervista è difficile perché bisogna scegliere la persona giusta, tentare di interrogarla nell’ambiente più favorevole, creare il clima giusto, alternare domande che servono a far capire bene chi è l’intervistato, quali sono i suoi riferimenti e il suo modo di pensare in modo da definire anche quale validità o credibilità dare al suo pensiero, con le domande sul tema centrale del colloquio.

Anche nel nostro paese ci sono stati grandi professionisti del settore che sono stati maestri nel fare le interviste a qualsiasi livello con la capacità di adeguare toni e scenari ad ogni interlocutore. Forse il maggiore, se non uno dei maggiori, è stato Enzo Biagi che ha basato gran parte del suo modo di fare giornalismo nella intervista con la quale riusciva a trasmettere molto anche del suo pensiero. Biagi ha intervistato i grandi della terra, i protagonisti più importanti del nostro paese nel campo politico, economico o artistico e tutte le volte per l’ascoltatore o il lettore era una illuminazione, era capire molto.

Ma Biagi non è stato l’unico, abbiamo avuto Indro Montanelli, Giorgio Bocca, il primo Eugenio Scalfari e tanti altri. Ora forse il solo Minoli in qualche modo si può considerare erede di questi maestri, mentre tutti gli altri annaspano forzando l’intervistato, non riuscendo a mettere in risalto le cose più significative che lo stesso dice, disperdendosi in generiche notizie di poco valore in relazione al tema principale per cui si presenta l’intervista al tal personaggio.

Naturalmente ci sono giornalisti specializzati in alcuni settori, come le tecnologie, la medicina, l’ambiente, che fanno bene il loro mestiere ma sono poco conosciuti e poco rilevanti agli effetti del condizionamento della opinione pubblica e della formazione di una coscienza sociale cui un buon giornalismo può contribuire.

L’intervista dunque è un modo per giudicare un professionista del settore ed è un modo per misurare la qualità dell’intervistato allo stesso tempo, così come può essere il contributo più adeguato alla informazione equilibrata ed indipendente in un regime di vera libertà e alla evoluzione socio culturale del paese.

 

Scarica l'articolo in PDFgenera pdf
Inserito il:27/12/2017 18:51:39
Ultimo aggiornamento:27/12/2017 18:56:02
Condividi su
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology