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Aggiornato al 18/08/2018

Willem Haenraets – (Heerlens, Netherlands, 1940 - ) - Young girl in the wind

 

Il mio sessantotto: viva la libertà

di Marialuisa Bordoli Tittarelli

 

Benché la mia l’età me ne dia il diritto, non mi sono mai considerata una sessantottina, sentendo, nel bene e nel male, di non potermi appropriare né dei meriti, né delle colpe di coloro che hanno attivamente operato facendo del sessantotto un movimento importante, esteso e determinante in quel periodo così intenso e tumultuoso che corrisponde poi alla mia giovinezza.

In quegli anni ero una studentessa/lavoratrice, il che significa che non avevo molto tempo libero, ma ore piene di lavoro e studio.

Ricordo però, e non senza stupore, che riuscivo a fare moltissime cose, non ero mai stanca, nonostante andassi a letto tardi e mi alzassi presto.

Si parlava tantissimo, si discuteva ovunque con enfasi e accanimento, si fumava come ciminiere, la maggior parte di noi aveva pochissimi soldi in tasca e non se ne faceva motivo di ansia. Il lavoro non mancava a nessuno.

Per poter fare gli esami mi licenziavo un mese prima dell’appello, studiavo forsennatamente, davo l’esame e il giorno dopo comperavo il Corriere della Sera, consultavo religiosamente la rubrica della ricerca d’impiego, sceglievo un lavoro di segretariato qualunque, possibilmente vicino all’Università Bocconi, alla quale ero iscritta, andavo al colloquio e ricominciavo a lavorare fino al prossimo esame.

L’ubicazione del posto di lavoro vicino all’Università era determinante; mi permetteva infatti spesso di seguire qualche lezione, specialmente quelle durante l’intervallo del pranzo, o di frequentare il bar dell’ateneo, luogo importantissimo per informazioni e notizie.

Non mi sentivo una martire, né una non privilegiata, rispetto ai miei compagni liberi di seguire tranquillamente tutte le lezioni: semplicemente non era un problema.

Ho partecipato a qualche assemblea, abbastanza per disgustarmene e decidere che erano per la maggior parte tempo perso.

Non ho mai accettato di fare esami di gruppo, anzi mi sono opposta furiosamente, seccatissima che nullafacenti e imbroglioni volessero approfittare del mio “sacro studiare” per passare un esame a sbafo.

Alcune contestazioni mi sembravano giuste e allora le approvavo con entusiasmo, altre erano per me assurdità campate per aria, proposte esagerate, nate da menti vuote o fuori dalla realtà e allora si discuteva e si litigava con accanimento e spesso ero in disaccordo quando mi sembravano questioni di lana caprina o proposte da fantascienza.

In quei casi mi sentivo più reazionaria che rivoluzionaria.

Una volta tornata a casa, però, diventavo più ribelle che mai.

L’atmosfera era rigida, asfittica, “contraria” a priori su assolutamente qualunque questione appena diversa o nuova che veniva liquidata con l’etichetta “Voi giovani” detta sempre in maniera discriminatoria e offensiva. Mi toccava per forza diventare un’accesa paladina dei miei coetanei, anche se a volte non sarei stata d’accordo.

In casa mi sembrava vivesse il medioevo, fuori casa si respirava ovunque un’aria fresca, libera, frizzante.

Tutto sembrava possibile, l’ingiustizia era una bestia nera da bruciare, gli ideali così semplici, facili e alla portata di tutti.

Io almeno lo vivevo così.

Di tutto il clamore e della libertà che pare circolassero onestamente non ne posso raccontare grandi cose.

Mi vergogno di ammetterlo, ma non solo non ho mai fumato una canna, ma non mi sono neppure accorta di quante ne circolassero in giro. Quanto alla fantastica libertà sessuale, al fare all’amore come bere un bicchier d’acqua sono certa che sia successo a molti, ma non a me e posso garantire neanche alle mie amiche più vicine.

Il massimo della contestazione era rispondere a mio padre, mi teneva ancora assoggettata con pugno di ferro, che appena avessi compiuto 21 anni, a quei tempi la maggiore età, me ne sarei andata di casa e forse addirittura in India.

Con il risultato che a 21 anni mio padre mi regalò una bruttissima valigia scozzese dicendomi che adesso potevo anche partire…. Il furbetto sapeva che essendo quasi alla vigilia del matrimonio non avevo più bisogno di scappare.

Finalmente si cominciava a parlare dei diritti della donna, del suo bisogno di dignità e indipendenza, uguaglianza. Oggi sembra impossibile credere che ci sia stato un tempo d’ipocrisia e falso perbenismo così clamoroso come quello effettivamente esistito prima della contestazione.

Non mi riferisco alle importanti conquiste come la libertà sessuale, l’aborto, il divorzio, ma ad atteggiamenti più semplici, a piccole cose del quotidiano.

La lunghezza degli abiti, il trucco delle donne, la cura dei figli, la carriera per una donna sposata e con prole… 

Un esempio banalissimo: anche spingere una carrozzina da parte del “papà” era insolito e persino riprovevole, o comunque non “normale”.

La forma era troppo importante, molto più della sostanza, temo. Tutto era facilmente oggetto di scandalo o di riprovazione da parte dei “benpensanti”, che allora erano la maggior parte.

Ricordo di essere stata punita (a 14 anni )per aver indossato dei pantaloni, ovviamente di nascosto, e il fattaccio venne scoperto perché alcune persone “perbene” lo raccontarono inorridite ai miei genitori.

Sì i pantaloni erano tabù.

Lara Cardella scrisse un libro “Volevo i pantaloni”, pubblicato nel 1989, da cui venne poi tratto un film, in cui racconta i limiti e i comportamenti stupidamente repressivi nei confronti della donna.

Come spesso accade una volta cominciata la ribellione arginarla entro certi ragionevoli limiti diventa difficile.

Da un’esasperata attenzione alla forma si è arrivati a una totale mancanza di correttezza e buon gusto. Molto spiacevole. 

Tuttavia tra i due estremi e, nonostante una mia assoluta intolleranza alla volgarità cui oggi siamo arrivati, non rimpiango il medioevo da cui siamo usciti.

Nel 1968 ci furono due tragiche morti: quella di Luther King e di Bob Kennedy.

Nel 1969 la strage di Piazza Fontana. 

Ricordo l’indignazione e lo sgomento per la morte di Pinelli.

Da quel momento l’aria diventò diversa; la lotta si faceva per non retrocedere, non solo per cambiare.

Per me finì anche la contestazione libera e innocente.

Tutto si fece improvvisamente più difficile, pesante, complicato, a volte terribile, aprendo la strada anche agli anni di piombo.

Uscivo dalla giovinezza per entrare nell’età adulta.

Molti sogni di un gioioso mondo pieno di pace, libertà, tolleranza divennero chimere.

Il 68 divenne quasi un mito, un increscioso movimento, un incubo, una salvezza, un errore, un fraintendimento.

Intorno ad esso si scrissero saggi, libri, si fecero conferenze.

Le poche volte che ho porto orecchio a questi dibattiti mi é parso di leggere fra le righe più riprovazione che approvazione per tutto quello che gli si attribuisce.

Personalmente non lo ammanterei di troppo cose oltre a quelle che gli competono veramente: la lotta contro ogni forma di autoritarismo.

Tuttavia anche se aborro il periodo del Terrore di Robespierre, vorrei sapere quanti pensano che la Rivoluzione Francese sia tutta da bocciare.

 

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Inserito il:24/01/2018 17:50:56
Ultimo aggiornamento:24/01/2018 18:48:49
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