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Aggiornato al 24/11/2017

Luigi Bisi (Milano, 1814 - 1886) - La darsena di Milano - 1835

 

Vivere in una metropoli

di Gianni Di Quattro

 

Tanta gente parla di Milano. Gente esperta, competente, addetti di varie strutture ribadiscono che da un po’ di tempo Milano ha messo il turbo dicono.

È cambiata la sua immagine e il suo profilo (la sky line come si usa dire), nascono interi nuovi quartieri, i trasporti funzionano, i turisti arrivano a frotte (più di Roma dicono le statistiche, cosa che comunque riempie di meraviglia), si moltiplicano le mostre e le occasioni di incontro, le università fanno progetti, diversificano, guardano agli standard europei e internazionali, gli eventi ormai occupano tutto l’anno tra libri, moda (donna, uomo e poi sportiva o dedicata), mobili, vino, alimenti vari.

Nella città si continuano ad aprire locali di tutti i tipi: ristoranti, bistrot, trattorie, salotti, ed ancora teatri e si moltiplicano gli incontri con personaggi di varia natura. La città è attraversata da lavori per lo sviluppo delle metropolitane, mentre si avviano progetti per la darsena, per scoperchiare i navigli, per costruire un centro di tecnologie avanzato, per creare città universitarie (ci sono ben nove università).

Naturalmente è tutto molto positivo e tende a staccare Milano sempre più non solo dal resto del paese, ma persino dalla stessa Lombardia per avvicinarla sempre più alle grandi metropoli europee o internazionali. Questa tendenza si può notare anche in occasioni di votazioni politiche, amministrative o referendarie ed infatti il voto di Milano è sempre diverso da quello della Lombardia (sia per la percentuale dei partecipanti e sia per gli esiti finali). La verità è che ormai Milano è fatta anche da lombardi si capisce, ma da cittadini che vengono da altre parti del paese e anzi si può dire, senza tema di smentite, dal mondo. Non è casuale, ad esempio, che il cognome più diffuso sull’elenco telefonico sia cinese e che la sanità sia piena di medici ed altro personale proveniente da ogni parte, fenomeno in attesa di grande esplosione non appena si arriverà alla liberalizzazione del settore.

Tante abitudini stanno sostituendo vecchie tradizioni, usanze e modi di vivere, specie tra i giovani, come l’uso condiviso di automobili e biciclette, l’utilizzazione dei servizi a domicilio soprattutto per quanto riguarda il cibo con migliaia di incaricati in bicicletta o in motorino che durante tutto il giorno e la sera specialmente girano per la città.

Infine, il termometro per capire che Milano è cambiata è comunque il traffico di auto e di pedoni durante il giorno e la notte come se nulla si fermasse, come se la città non avesse alcun momento di pausa e fosse in modo costante palpitante (per questo gli stessi spettacoli si fanno sempre durante tutto il giorno e con prezzi diversificati in relazione all’orario e all’età di chi partecipa).

La sensazione è che ci sia una specie di psicosi collettiva, per cui tutti si agitano, si incontrano, allacciano relazioni, indagano, cercano, cambiano, girano per i locali, affinano i propri gusti o perlomeno cercano di imitare altre metropoli che conoscono, paragonano e visitano. È evidente che tutto questo entusiasma i giovani che vivono sempre in una atmosfera vivace, piena di relazioni, libera e con molte prospettive. Infatti, per loro giovani, ma non solo, non manca il lavoro, se si pensa che il tasso di disoccupazione della Lombardia è inferiore a quello della Svizzera e quello di Milano inferiore al resto della Lombardia.

Si capisce che i giovani non cercano i lavori tradizionali, ma i nuovi, quelli che si inventano e che sono relativi ai servizi o quelli relativi alle tecnologie e all’innovazione, insomma lavorano e se vanno all’estero non lo fanno per trovare lavoro ma per fare esperienza, per vivere un periodo della loro vita in modo diverso, per perfezionare lingue e modi di vivere.

Dunque così è in marcia Milano, così si muove sempre più velocemente, così somiglia sempre di più ai grandi centri urbani del mondo come New York o Parigi, Londra o Berlino. Ma come si vive in questo contesto?

Certamente per i giovani è una fortuna sia perché vivono in un ambiente dinamico, variabile di continuo, pieno di opportunità, dove i contatti, le relazioni, gli incontri sono facili e sempre forieri di esperienza, di bellezza umana, di interesse. Ma gli anziani? Gli anziani, specie quelli che ormai sono fuori dal circuito attivo del lavoro, sono visti dai politici, dagli economisti e dagli altri (quelli che lottano per il successo) come delle zavorre o un costo sociale sempre più insopportabile.

Infatti, gli anziani faticano anche se pagano meno nei cinema e hanno lo sconto sui mezzi pubblici. Faticano perché sono lenti, impauriti, nervosi, con un carattere sempre più irritabile, si sentono guardati in modo strano. E sono presi in questo tourbillon giornaliero che è difficile da capire, figurarsi da vivere.

La società milanese più diventa come le grandi metropoli, più diventa tecnologica, veloce, più ha bisogno solo di quelli che sono in forze, rispettano le regole della salute, del fisico, della alimentazione, corrono e vanno in palestra, dormono poco e si incontrano, organizzano, si spostano, cambiano casa, si trasferiscono. Gli altri possono stare ancora per il momento, ma non per molto si suppone in attesa che la scienza trovi qualche soluzione radicale. Devono stare comunque ai margini, evitare di intromettersi, possibilmente nascondersi per non offuscare la lucidità e la bellezza e l’immagine.

Forse sono pensieri e impressioni sbagliati e superficiali, forse pensieri di chi magari in età avanzata pretenderebbe ancora di avere un ruolo sociale, di partecipare, di avere voce, invece di acquietarsi, di evitare ogni forma di esposizione e lasciarsi andare verso l’oblio. Ma, così come il coraggio se uno non c’è l’ha non se lo può dare diceva quel povero Don Abbondio, allo stesso modo non si può chiedere a chi sente ancora la vita e coltiva la curiosità del futuro di abbandonare il campo di battaglia.

 

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Inserito il:03/11/2017 10:50:55
Ultimo aggiornamento:03/11/2017 10:59:49
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