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Aggiornato al 05/12/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Hossein Hamedani (Persia, XIX secolo) – The Battle of Khaybar

 

Antisemitismo d’importazione islamica (2)

(seguito)

di Vincenzo Rampolla

 

Gli Hezbollah, altri grandi amici del politico inglese Corbyn, hanno stretto con lui una sorta di alleanza. Nella Lettera Aperta del 1985 (al-Risala al-maftuha) diretta a Shaykh Muhammad Hussein Fadlallah, loro fondatore e mentore spirituale, essi dichiarano nel programma del movimento (2ª sezione): Siamo un umma [popolo] legato ai musulmani di tutto il mondo dal solido vincolo dottrinale e religioso dell'Islam, il cui messaggio di Dio deve essere adempiuto dal Sigillo dei Profeti, cioè da Muhammad (Maometto).

E così continuano nella 3ª sezione:

La nostra cultura si basa sul Sacro Corano, sulla Sunna e sulle sentenze legali della faqih che è la nostra fonte di imitazione. La nostra cultura è cristallina. Non è complicata, è accessibile a tutti. Se un Hezbollah è legato all'Iran, anche se residente in Libano continuamente minaccerà di distruggere Israele e includerà Israele tra i suoi nemici. Amici, ovunque vi troviate in Libano ... siamo d'accordo con voi sugli obiettivi grandi e necessari: distruggere l'egemonia americana nella nostra terra e porre fine alla dura occupazione israeliana.

Gli Hezbollah non sono i soli a aizzare i palestinesi contro Israele.

Essi sono tenacemente legati a una convinzione religiosa di fondo: Per la legge della Shari'a è inammissibile che i non musulmani [gli infedeli] occupino terre per secoli sottoposte al dominio islamico, proprio come molti musulmani nella maggior parte della Spagna continuano a rivendicare un diritto al ritorno in al Andalus.

Si osserva che mentre questa convinzione si applica a terre come Spagna e Portogallo, queste vengono regolarmente ignorate favorendo la Palestina.

In un articolo del 2017 dal titolo La profonda ragione per cui il mondo musulmano odia il sionismo, Rafael Castro - giornalista televisivo e personaggio politico - scrive: Le richieste culturali e politiche avanzate da berberi, curdi e ceceni sono state frustrate. Le rivendicazioni musulmane su Mindanao (la maggiore isola a sud delle Filippine) e la Tailandia del sud sono state schiacciate, eppure la solidarietà islamica e il sostegno alla causa palestinese continuano a essere vive e minano la solidarietà e il sostegno forniti a urgenti cause musulmane in altri Paesi.

Castro collega questa visione a una tradizione islamica mitica della storia secondo cui Abramo, Mosè, David e Salomone erano profeti musulmani, dunque anche gli israeliti erano originariamente musulmani.

Conclusione: radicata e tenace convinzione islamica che dichiara i musulmani, non gli ebrei, eredi legittimi della tradizione giudaica e della terra palestinese.

Anshel Pfeffer, giornalista britannico di note tendenze di sinistra, lavora per Haaretz, testata che copre gli affari militari, israeliani e internazionali, ha scritto nel 2014: Il conflitto israelo-palestinese non riguarda solo la terra. È un'amara guerra religiosa. Immagini celebrative di fendenti, macchiate di sangue, rese popolari dai video di decapitazione dell'Isis, hanno rapidamente inondato molti siti web palestinesi e pagine di Facebook. Non importava che gli obiettivi scelti fossero anziani civili all'interno dei confini israeliani prima del 1967. Ecco come appare una guerra religiosa. Dovremmo smettere di prenderci in giro, perché non è ciò che è successo realmente in MO. A modo suo è una storia che va avanti da un secolo. Sì, è anche un conflitto su un pezzo di terra tra due nazioni, e non tutti gli israeliani e i palestinesi vogliono vederlo come una lotta tra ebrei e musulmani - si spera ancora una minoranza da entrambe le parti - eppure sono fin troppi quelli che si danno da fare per fomentarla.

Mohammad Galal Mostafa, ex diplomatico egiziano e ricercatore all'Università di Brandeis (Massachusetts) - piccolo ateneo ma tra i più rinomati centri internazionale di cultura ebraica in Usa, nel 2018 ha studiato le componenti religiose del conflitto israele-palestinese.

In un breve studio esplora i diversi fattori etnici, nazionali e storici che lo alimentano e si è concentrato sulla sua dimensione religiosa, che recenti eventi suggeriscono ne sia alla base. Nello studio colpisce l’incisività della sua opinione: Ciò che viene meno esaminato e valutato è l’impatto della religione sull'identità degli attori coinvolti, sulle questioni pratiche in gioco e sulle politiche e gli atteggiamenti particolari, anche dei partecipanti non religiosi di entrambe le parti. Ne consegue che anche la componente religiosa deve far parte di una qualsiasi soluzione reale a una vicenda esplosa alla costituzione dello stato d’Israele e che in più di 70 anni ha assunto toni sempre più tragici. Anche l'Autorità palestinese conservatrice e altri leader palestinesi hanno recentemente deciso di enfatizzare l'elemento religioso nella loro lotta. Non sono davvero così enfatici né sulla religione né sulla verità. Non sono nemmeno così determinati di avere un loro Stato. Sono accaniti nel cancellare Israele.

In una serie di analisi del marzo 2019, Khalid Abu Toameh giornalista arabo celebre per i premi ricevuti, mette in luce una tendenza emersa tra le autorità palestinesi secolari e religiose a Gaza e in Cisgiordania.

Si tratta di una corrente che mira a contrastare le mosse politiche in alcune parti del mondo arabo per normalizzare le relazioni con Israele e lo fa ripescando i temi religiosi come giustificazione per rifiutare i tentativi di pace.

Egli osserva: In una recente mossa, i palestinesi hanno iniziato a ricorrere all'Islam per giustificare la loro veemente opposizione al ripristino delle relazioni con Israele. I leader e gli attivisti palestinesi hanno a lungo citato ragioni politiche e nazionaliste per spiegare la loro opposizione a qualsiasi forma di intesa con Israele e l'Islam è un nuovo fattore entrato ora nel gioco delle parti.

Abu Toameh attira l'attenzione su uno speciale gruppo di religiosi di Gaza denominato Palestinian Scholars'Association; si tratta di studiosi islamici palestinesi che il 3 marzo 2019 hanno emesso l'ennesima fatwa (direttiva religiosa islamica) mettendo in guardia le Autorità contro qualsiasi forma di normalizzazione con l’entità sionista.

Gli studiosi contano sul fatto che la loro fatwa radunerà i musulmani di tutto il mondo nella campagna palestinese contro un accordo con Israele. Con tali fatwa, i palestinesi hanno il chiaro obiettivo di trasformare in religioso il conflitto con Israele.

Nella fatwa il gruppo ha affermato che: Secondo le sentenze dell'Islam, la normalizzazione con il nemico sionista e l'accettazione nella regione è una delle penetrazioni più pericolose per la comunità musulmana e una minaccia alla sua sicurezza, nonché una corruzione della sua dottrina e una perdita dei suoi giovani.

Prosegue poi chiarendo che: Normalizzazione e riconciliazione significano accettare come ebrei di essere sulla terra dei musulmani, capitolare come infedeli [non musulmani], rinnegare la loro religione e abbandonare le terre islamiche.

Il sottostante antisemitismo islamico, tuttavia, negato da lunga data da gran parte dei palestinesi e da molti dei loro sostenitori di matrice sovietica, sta lentamente venendo a galla.

Ciò che non si dice, è che sembrano nascere anche crescenti incursioni più o meno religiose in Paesi che storicamente non sono mai stati sotto il dominio dell'Islam, ad esempio Nigeria, Malesia e Indonesia.

Le recenti cronache da Lagos (dicembre 2019) confermano che i fondamentalisti islamici di Boko Haram, gruppo nato negli anni 2000 e dal 2015 affiliato all’Isis, vogliono sostituire la sharia alla costituzione nigeriana, promuovere l’Islam con la forza e sradicare i valori e la cultura cristiana. In passato colpivano di più le istituzioni pubbliche e le attività economiche, ora si concentrano sulle chiese e mascherano le rappresaglie dietro annose dispute tra pastori e greggi trafugate.

Sebbene latente da sempre, ora appare nel contesto del risveglio islamico che ha avuto luogo negli ultimi quarant’anni. Alla fine, l'unica cosa che può opporsi sarà il rinnovo di una riforma secolare. Una volta ebbe un profondo impatto in molti paesi musulmani, poi vacillò e franò con la Rivoluzione islamica iraniana del 1979. Iniziò l’era di Khomeini.

Senza tale rinnovamento, la pace in Medio Oriente e altrove resta lontana. Molto lontana.

I giornali raccontano. Le Ong guardano. La chiesa tace.

(consultazione: shalom.it, the times of israel, business insider italy, rainews.it, gatestone institute – d.maceoin, fikra forum, le monde, herald tribune)

 

Inserito il:07/03/2020 16:59:21
Ultimo aggiornamento:07/03/2020 17:07:27
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