Aggiornato al 25/06/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Cathy Read (Manchester – London) - Emergency Run (2016)

 

A proposito di “assistenza di prossimità”

di Margherita Barsimi

 

In un agile vademecum distribuito qualche giorno fa con il “Corriere della Sera” e intitolato “LE 6 MISSIONI PER CAMBIARE L’ITALIA”, a pag. 19, sotto il titolo MISSIONE 6-LA SALUTE, dopo un lungo e necessario, quanto ovvio, preambolo, s’incontra l’elenco dei futuri investimenti del Pnrr che, nella Salute, prevede investimenti pari a 15,63 miliardi su un totale di 191,5 complessivi. Dei due obiettivi principali, indicati per la “Missione Salute”, il primo recita: “Miglioramento delle infrastrutture ospedaliere, adeguandole contro gli eventi sismici (interessati 116 ospedali), e rendendo l’assistenza di prossimità più diffusa su tutto il territorio per garantire cure primarie e intermedie, soprattutto nelle categorie più fragili”.

Per quanto curiosi della visione d’insieme, non ci si può distrarre da questo che, almeno per quanto riguarda la Valle d’Aosta, era un punto nevralgico già prima dell’emergenza legata alla pandemia. Succede, infatti, e non nel campo del possibile ma del reale, che se da Pont-Saint-Martin si chiede l’assistenza medica per una probabile frattura ci si senta rispondere, in ordine: dal medico di base, interpellato telefonicamente, che in caso di frattura è inutile ricorrere a lui, bisogna chiamare il 118; dal centralino del 118, con prontezza, un operatore/centralinista passa la comunicazione ad un medico che, sconsolato e rassegnato, dice che per un “presunto codice verde” non ci saranno a disposizione ambulanze fino al tardo pomeriggio, e consiglia, pertanto, di recarsi con mezzi propri al Pronto Soccorso. L’incidentato/a, che, per sfortunata combinazione, non abbia nessuno in casa a cui fare riferimento, che cosa può fare? D’altronde avendo ben presente l’invito, più volte espresso in questi due ultimi anni, a non “intasare” i Pronti Soccorsi (per motivi che è inutile ricordare…!), l’incidentato/a comincia a rendersi conto che:

1) l’arto sta diventando inservibile

2) non può certamente pensare di mettersi al volante da solo

3) chiunque si renda disponibile, in amicizia, a offrire il trasporto al Pronto Soccorso, dovrà fare i conti con tempi assolutamente non prevedibili! Se si sa quando si entra al Pronto Soccorso, non si sa certamente quando si sarà preso in carico per avere la necessaria assistenza… Come chiedere a qualcuno di rimanere in zona fino al momento in cui l’incidentato/a potrebbe essere dimesso/a? E se invece la gravità dell’incidente fosse tale da richiedere un ricovero? Oltre a tutte queste domande senza risposta, si profilano all’orizzonte, piuttosto fosco e denso di cattivi presagi, tante altre, la cui valenza retorica è in realtà, da alcuni anni, una “certezza negativa”:

  1. I Poliambulatori, costruiti per essere dei punti di riferimento dislocati sul territorio in modo da assolvere casi di emergenza periferica, che cosa sono diventati?
  2. Come mai le ambulanze a disposizione del 118 non sono in numero sufficiente da rispondere alle mutate condizioni di lavoro di medici, infermieri e volontari, a fronte delle diverse competenze connesse con l’emergenza da Coronavirus?
  3. Vista la vicinanza con l’Ospedale di Ivrea, ha ancora un senso, per le emergenze in bassa valle e per tutta la valle del Lys, prescrivere la destinazione all’Ospedale Regionale di Aosta, con tempi di percorrenza, rischi di incidenti stradali e consumi energetici maggiori?
  4. Forse che la Regione Autonoma è svincolata in materia di sanità dal servizio Sanitario Nazionale? Fosse così, con quali criteri di politica economica ”autonoma” non si sono potenziati i servizi su un territorio, come quello regionale, con molte strade di montagna, in valli la cui percorrenza non sempre è agevole e snella? Forse, come per le scuole, anche per i presìdi sanitari di territorio, si sono presi in considerazione statistiche e numeri totalmente avulsi dalla specificità ambientale e dall’elemento psicologico, che è parte fondamentale di un’assistenza medica a misura d’uomo, non solo adatta a rispondere a tabelle di numeri e a grafici statistici?

Non ci si deve stupire, a questo punto, se nei casi di emergenza, il ricorso alle strutture, spesso private, di Ivrea, diventa l’unica via di uscita per affrontare l’inevitabile disagio di chi, essendo costretto a ricorrere ai servizi medici, scelga la modalità meno ansiogena, a breve distanza da casa, non gravando sui familiari o gli amici con tempi e costi che rappresentano, oltretutto, motivo di rilevante ingiustizia sociale. La scelta di “centralizzare” l’assistenza, dettata probabilmente da criteri di economicità per l’azienda, determina, infatti, costi individuali diversi, tra chi abita nelle vicinanze della struttura ospedaliera e chi, invece, essendo residente in zone periferiche, viene penalizzato da scelte politiche settoriali, o perlomeno, in netta contraddizione con una filosofia sociale, che dovrebbe sostenere e rendere praticabile la permanenza nei territori “fuori dal centro” che, proprio per questo, dovrebbero essere riconosciuti meritevoli di aiuti e provvidenze a sostegno di chi mantiene in vita vallate e borghi, che viceversa sarebbero destinati allo spopolamento.

Si assiste, ormai da tempo, a chiusure di sportelli bancari ( che diamine ogni operazione è possibile dallo smartphone”!) e di negozi che non riescono a sopravvivere alla concorrenza spietata dei grandi  magazzini (nei quali si trova di tutto, anche il superfluo… e a prezzi ben più vantaggiosi!) in località di montagna, i cui residenti pare vengano presi in considerazione solo come “ospiti”, a tempo, di turisti in cerca di evasione. L’assistenza sanitaria è, però, tutt’altra cosa, rispetto alla banca o al negozio d’alimentari d’altri tempi: se è possibile programmare una “visita” al supermercato e al bancomat una tantum, o una serie di visite di routine presso gli ambulatori specialistici, l’emergenza sanitaria, e non solo per le categorie “deboli”, è una “storia” ben diversa, perché di fronte ad una frattura o ad un malore improvviso la “debolezza” non ha età, tutti, in certe condizioni di non assistenza certa, diventano “categorie deboli”.

 

Inserito il:30/12/2021 11:08:17
Ultimo aggiornamento:30/12/2021 11:14:00
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