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Aggiornato al 01/06/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Pelagio Palagi_(Bologna, 1775 – Torino,1860) - Allegoria di Fama e Gloria

 

Gloria e Vanagloria tra individuale ed universale. Ascoltando Umberto Galimberti

di Anna Maria Pacilli

 

Si legge nel vocabolario Treccani: glòria1 s. f. [dal lat. gloria]. – 1. a. Fama grandissima, onore universale che si acquista per altezza di virtù, per meriti eccezionali, per atti di valore, per opere insigni: meritare, procacciarsi, acquistare gloria, o la gloria; aspirare alla g., sognare la g.; g. vera, eterna, immortale, o breve, fugace, passeggera, effimera; Fu vera g.? Ai posteri L’ardua sentenza (Manzoni)….

Cosa è, invece, la Vanagloria? E’ una gloria non vera, è effimera e coincide con la superbia.

Esistono, per lo studioso, due tipi di Vanagloria, quella individuale che coincide con la superbia e quella universale che è quella caratteristica dell’uomo occidentale. Una ha bisogno dell’altra.

Così come la gloria ha bisogno di un popolo che la riconosca, ma a giusta ragione, il vanaglorioso ha bisogno che un altro lo acclami, anche se non lo merita. Nessuno si insuperbisce da solo. Alla base deve reggersi una struttura relazionale.

Il bisogno degli altri si fonda sulle origini, sulle radici comuni.

Senza radici comuni non si cresce e se la crescita avvenisse su radici diverse, si perderebbe l’interdipendenza ed il vanaglorioso non sarebbe più acclamato.
La nostra identità, non presente alla nascita, ha origine e cresce grazie alla presenza degli altri.

Nel bene (la gloria), nel male (la vanagloria). L’identità può essere, ed è, se l’altro ci riconosce.
La gloria, la nobiltà d’animo, è propria di coloro che lottano per i propri valori anche fino alla morte.

La vanagloria è propria di chi celebra se stesso oltre i propri limiti.
Ma, se si oltrepassano i limiti si entra nella vanagloria e questo per i Greci era motivo di temere il destino.

Purtroppo per noi non è più così, anzi sfidiamo il destino, pur nella nostra ignoranza. Abbiamo dimenticato il monito di Socrate che sapeva di non sapere.

Abbiamo dimenticato la tripartizione platonica dell’anima, secondo la quale una delle tre parti, quella timica, tende alla nobiltà, all’onore e al coraggio.

 

Pubblicato anche su http://www.annamariapacilli.it/

 

 

Inserito il:11/02/2020 17:28:36
Ultimo aggiornamento:11/02/2020 17:39:31
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