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Aggiornato al 17/12/2018
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Paco Ibera – Ritratto di Francisco Franco- 1939

Verso la fine.

Ho vissuto in Spagna dal 1969 al 1971 e lavoravo presso la consociata della Olivetti di quel paese che era una grande azienda, antica perché era stata la prima consociata estera del gruppo (anni ‘30), con un importante stabilimento di produzione a Barcellona e una rete di distribuzione capillare, articolata e molto efficiente. Una esperienza indimenticabile e importante dal punto di vista professionale, ma soprattutto dal punto di vista umano e culturale. Un’ esperienza che è rimasta  nel cuore e che ha influenzato  il mio  futuro in modo consapevole o inconsapevole. Fantastica è stata la conoscenza di amici e di persone indimenticabili, piene di valore e di una grande e bella umanità, gente che si percepiva che veniva da lontano con la coscienza di un grande passato e la voglia di uno spazio di rilievo nel futuro.

In quegli anni la dittatura franchista volgeva al termine (Franco morirà nel 1974), aveva già allargato le maglie da un punto di vista economico e sociale, aveva già scelto la continuazione o, se si vuole, la transizione verso un regime democratico magari con cautela, come avrebbe detto don Chisciotte, attraverso la restaurazione della monarchia spazzata via dalla guerra civile e scegliendo il suo  successore in Juan Carlos, figlio di Juan di Borbone conte di Barcellona, che sarebbe stato il vero pretendente al trono al voler rispettare in modo rigido le regole della etichetta dinastica.

L’opposizione di sinistra e il gruppo dell’Eta, che propugnava l’indipendenza dei paesi baschi, già erano in piena attività, il Presidente del Governo Carrero Blanco era stato fatto fuori con un attentato dinamitardo spettacolare. Insomma il paese era in piena agitazione e si moltiplicavano i dibattiti più o meno pubblici, le iniziative e gli scritti,  si conoscevano   artisti  che  sino a quel momento avevano lavorato in clandestinità, a Barcellona rispuntava la gente che scriveva e parlava catalano, la lingua che Franco aveva deciso di proibire appena salito al potere  per punire quella regione di essere stata l’ultima a resistere e cadere nella avanzata di conquista del paese da parte dei falangisti.

I controlli tuttavia erano ancora abbastanza rigidi. Ricordo che tutte le volte che arrivavo a Barcellona, la mia sede di lavoro nel paese, dall’Italia mi sequestravano il Corriere della Sera e qualche libro abbastanza innocuo e non certo rivoluzionario,  mentre potevo passare con qualsiasi altro tipo di merce, ed ancora il fatto che per comprare un auto ci voleva la autorizzazione della polizia, la scarsità delle pompe di benzina sul territorio come strumento di controllo ed altre cose che comunque imponevano soprattutto ad uno straniero che lavorava nel paese prudenza se non voleva incorrere in un provvedimento di espulsione che veniva praticato con facilità da parte di funzionari cresciuti all’ombra della  abitudine al comando per conto del regime e che nel dubbio preferivano castigare piuttosto che lasciar perdere come avviene per le più brutte burocrazie di questo mondo.

Il paese comunque avvertiva il cambiamento in atto e la fine di un regime e lo avvertiva a tutti i livelli sociali ed economici indipendentemente da culture, ruoli e storie personali. Si notava una grande curiosità in tutto quello che accadeva come se si aspettassero novità, si scriveva e si pensava all’ Europa e agli  Stati Uniti, si discuteva a non finire sul futuro in cui si credeva, si formulavano ipotesi ed esprimevano giudizi. Insomma c’era allegria dovuta anche al fatto che l’economia andava abbastanza bene grazie alle aperture verso il turismo internazionale e verso la liberalizzazione economica che promuoveva costruzioni, opere pubbliche e nascita di iniziative imprenditoriali. Si moltiplicavano gli iscritti alle Università, si avviavano nuove professioni, i locali pubblici si riempivano e la gente aveva una gran voglia di stare assieme. Si avvertiva che si andava incontro ad un periodo complicato ma bello e che si stava mettendo una pietra su un passato difficile, violento, cruento che aveva diviso il paese e lo aveva tenuto per tanti anni in un rigido sistema di vita bloccandone cultura e pensieri.

La cultura in Spagna era, come è, una cosa importante e, infatti, si percepiva la voglia di riprendere con prepotenza ruolo, impegno, produzione e speculazione ed era bellissimo assistere alla voglia di tanti di leggere, di vedere spettacoli, di scrivere, di guardare, di pensare e giudicare finalmente senza paura.

La vita che si faceva insieme agli amici spagnoli era dunque ricca umanamente, interessante perché si aveva la sensazione di essere dentro al cambiamento, perché si avvertivano le speranze che attraversavano il paese, perché il paese si riempiva di allegria, di opportunità, perché si riprendevano  le vecchie abitudini. Ed era anche divertente.  I teatri a partire dal Liceo di Barcellona erano sempre pieni, i ristoranti erano aperti sino a tardi e si potevano passare serate a discutere e ad  immaginare tra un piatto di pescado o una paella  e un buon vino bianco di Tarragona.

Una sensazione straordinaria tra noi colleghi di lavoro, che eravamo avviati verso una definitiva amicizia e lo sentivamo,  era quella di sentirci uguali, di condividere esperienze e storie, di familiarizzare al di là del paese di cui facevamo parte. Succedeva anche con  tanti francesi con i quali ci si trovava a quei tempi, nei quali loro avevano il Generale De Gaulle al potere e con i quali scoprivamo di avere le stesse idee e speranze.

Mi piacerebbe parlare dei tanti amici, delle tante persone con le quali abbiamo instaurato una corrispondenza di interessi, di pensiero e di amicizia. Molti non ci sono più purtroppo, tutti siamo invecchiati e tanti ci portiamo dietro ricordi e nostalgie, momenti felici di una epoca che abbiamo avuto la fortuna di vivere assieme. Ma non potrebbe aggiungere molto alla sensazione che ho cercato di comunicare.

Vivere il cambiamento, il rovesciamento del modo di vivere, pensare al futuro non sulla base di un passato recente da cui si vuole  prendere le distanze, aver fiducia comunque in un giro positivo della grande giostra  che rappresenta la vita, capire quanto importanti sono le amicizie e le relazioni e come solamente attraverso queste è possibile costruire qualunque cosa, è bellissimo e un momento unico nella vita di ogni persona. Bisogna capirlo per  volerlo, bisogna favorirlo  e non stare dietro la trincea della paura e della avarizia umana. Così ho vissuto quel momento in Spagna, un momento che era  la fine di un sistema e che per me è stato l’inizio di un grande e bellissimo  mattone della mia vita.

 

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Inserito il:30/12/2014 10:14:15
Ultimo aggiornamento:11/01/2015 00:20:55
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