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Aggiornato al 20/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Willem Borgh (1925 - Rotterdam) - Harbour Strike - 1988

 

La conflittualità sociale

di Gianni Di Quattro

 

Un regime democratico in genere fa della conflittualità sociale un sistema di garanzia delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini che possono opporsi in tante forme e in tanti luoghi, dal Parlamento alla piazza, per far valere, comunicare le proprie ragioni e far sì che le stesse siano considerate nella vita politica e sociale del paese. Quando i poteri esecutivi non rispettano i diritti di tutti o comunque anche di una sola importante parte dei cittadini, evidentemente la conflittualità sale e, quindi, costituisce un sistema di difesa sociale e un modo per equilibrare le distanze e cercare il più possibile una giustizia sociale anche se si sa che è impossibile ottenerla in modo completo.

Il problema diventa difficile da gestire quando alla normale e diciamo democratica conflittualità sociale si aggregano le diseguaglianze sociali che aumentano di continuo e spesso anche velocemente. Ed inoltre quando la conflittualità non si riferisce solo alla difesa dei diritti, ma si estende, come conseguenza anche delle diseguaglianze, alla lotta tra varie classi o ceti della popolazione, tra le generazioni e persino tra le varie aree del territorio della stessa nazione. In questi casi questa conflittualità sociale estesa porta alla esasperazione sociale e al malessere di tutta la società che diventa ingestibile, come lo può essere un malato che diventa insensibile alle cure e alle attenzioni per quanto giuste e persino amorose.

Infine, la miscela più pericolosa in cui si può venire a trovare la componente conflittualità sociale è quando in questo stato di cose si infiltrano le ideologie che servono ad esasperare, a far perdere di vista persino gli obiettivi concreti delle proteste e delle recriminazioni in nome di una utopia impossibile e agitata in modo da procurare grande e cieca eccitazione. In fondo quelli che agitano le ideologie, i principi più alti dell’uomo, sono in un certo senso anche considerabili dei pericolosi virus della società perché distolgono dalla concreta soluzione dei problemi anche quando questa si può effettuare piano piano e cioè progressivamente, in nome di un ideale immaginato, costruito e apparentemente pieno di fascino. Basta osservare la storia di tanti paesi, di tante esperienze in merito in tanti e diversi continenti.

Certo la conflittualità sociale ha anche consentito nella storia della umanità salti in avanti da un punto di vista della maggiore consapevolezza dei diritti di tutti, della libertà e del progresso. Facile citare la Rivoluzione Francese che ha aperto le porte alla modernità, ma altrettanto facile sarebbe anche citare rivoluzioni che hanno portato alla perdita di diritti ed a forme di dittature qualche volta anche molto violente.

Oggi la conflittualità sociale è agitata soprattutto dalla esistenza di gruppi di potere sovranazionali che, grazie alla globalizzazione ed alla tecnologia che peraltro sono stati e sono fenomeni benefici per tanti aspetti e che stanno disegnando il mondo del futuro, sovrastano e condizionano Stati e idee, in nome di loro grandi interessi di potere e di ricchezza. E così procurano guerre, scagliano gli uni contro gli altri, impediscono percorsi di benessere e di pace, corrompono la vita di tutti favorendo e supportando l’ascesa al potere nei vari Stati di protagonisti mediocri e ambiziosi, presuntuosi e ignoranti, ma utili alle loro superiori finalità.

Il mondo si può allontanare da questa situazione di conflittualità esasperata solamente con la formazione culturale e sociale di tutti e con una maggiore assistenza. Oggi il mondo, rispetto al passato, ha i soldi per poterlo fare e non deve avere paura di farlo. Deve avere il coraggio di considerare il merito come il requisito più importante, rivedere alcuni principi del regime considerato anche giustamente più equo e cioè della democrazia, deve combattere gli atteggiamenti egemonici quando scavalcano certi limiti e ledono i diritti altrui, rispettare maggiormente la volontà dei popoli senza stabilire dall’esterno cosa è meglio o peggio per loro, definire limiti alla ricchezza individuale per favorire la convivenza, diffondere il laicismo come strumento indispensabile per favorire la responsabilità di ciascuno e combattere la corruzione senza che schermi religiosi di varia natura offrano miserevoli giustificazioni.

Ma forse è troppo illuministico tutto ciò e forse è addirittura contrario all’essenza della natura umana (homo homini lupus per dirla con Hobbes). E allora non resta che fare il possibile per attenuare l’ingiustizia e la diseguaglianza, sperando che i cicli di Vico siano una teoria vera e non un pensiero peregrino di quell’uomo di pensiero. Perché il ciclo nel quale siamo non ci piace!

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Inserito il:17/09/2016 12:38:01
Ultimo aggiornamento:17/09/2016 12:40:57
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