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Aggiornato al 23/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Girolamo Peralta (Palermo, 1957 - Trapani) - Nel deserto dell’apparenza

 

La società dell’immagine - 3 - Il pensiero critico

di Camilla Accornero

 

Esiste ancora il pensiero critico?

C’è differenza tra insegnare “come pensare” piuttosto che “cosa pensare”?

Osservando il comportamento della società odierna verrebbe più spontaneo rispondere negativamente ad entrambi i quesiti, una constatazione a dir poco preoccupante per quanti riescono a tenersi stretto un briciolo di raziocinio.

La comunicazione, negli ultimi decenni, ha progressivamente semplificato le dinamiche del pensiero nell’ambito sociale. E le finalità principali di tale cambiamento non sono di certo ravvisabili nella più ampia diffusione delle informazioni o nella facilitazione della loro fruibilità, quanto piuttosto nel tentativo di svalutare il pensiero critico, rendere familiare l’attitudine a non confrontarsi con problemi complessi, prediligendo, viceversa, un atteggiamento superficiale e acritico. Una deriva culturale che trova la sua più alta espressione nella comunicazione televisiva grazie ai talk show, dove la discussione commerciale e frivola, fatta di voci che si sovrappongono le une sulle altre senza lasciar spazio per entrare nel vivo dell’argomento, si è ampiamente sostituita al vero dibattito. (E si può così congedare il metodo socratico tanto caro a Platone!). Si è in presenza di schieramenti che si ricoprono di insulti, facendo leva sul lato emozionale dello spettatore, elemento inutile se non addirittura dannoso allo sviluppo di un pensiero critico. Cosicché, al posto di offrire al pubblico nozioni utili al fine di poter assumere liberamente una posizione in merito al dibattito, lo si induce, attraverso il fervore dei commenti -veri e propri attacchi verbali-, a seguire la scia di chi “alza di più la voce”.

Il risultato auspicato sembra pertanto essere quello di trasformare la società contemporanea in una comunità popolata da individui incapaci di fronteggiare problemi complessi. Tutto questo potrebbe far parte di una non esplicita benché riconoscibile intenzionalità formativa di valore politico, oltre che essere effetto e causa di una certa cultura. In tale contesto il ruolo di primo piano svolto dall’empatia è significativo per sottolineare quanto sia più facile per le persone immedesimarsi nella maggioranza e pensare in modalità “pilota automatico”, come “automi”, e conseguentemente credere, parlare e agire senza mettersi in discussione.

Dove affonda le radici questo problema? Come si induce un giovane a diventare un perfetto “automa”? Come si ottiene il conformismo sociale?

Quotidianamente veniamo inondati dalle informazioni, ma ciò non comporta un conseguente aumento delle nostre conoscenze, in quanto quel che manca è il pensiero critico, ovvero la capacità di discernere le informazioni vere da quelle false e di analizzarle. E malgrado questa cultura fortemente limitata, sembra che gran parte degli individui provino una grande soddisfazione nel proclamarsi grandi conoscitori ed esperti di qualsiasi cosa di cui abbiano anche solo poche e semplici nozioni di base. E tale convinzione non fa altro che rimarcare la dilagante ignoranza. Paradossalmente, nonostante questa sovrabbondanza di notizie, sciorinate a profusione da fonti più o meno autorevoli, talvolta anche autoproclamatesi tali, non siamo capaci di distinguere quelle attendibili da quelle che non lo sono. Capacità indispensabile in un contesto in cui ne è presente una tale eccedenza.

Non bisogna accettare e assorbire le informazioni in modo passivo, viceversa, sarebbe opportuno imparare a mettere in dubbio ciò che viene continuamente proposto, perché il dubbio è ciò che porta a mettere in discussione, provare a capire e ricercare la verità. Se ci si lascia sommergere da un mare di informazioni, si rischia di diventare succubi di una moderna forma di censura, vista la patente incapacità di molti individui di elaborare e dare un senso ai dati a disposizione.

Appare evidente come l’assenza del pensiero critico “costringa” a subire l’illusione dell’informazione, che porta a credere di essere consapevoli di ciò che leggiamo e ascoltiamo, -o meglio, di ciò che ci fanno leggere e ascoltare-, e di poter avere un’opinione meritevole di essere considerata.

Ma per riuscire ad ottenere tali risultati, è necessario manipolare le menti degli individui quando ancora sono facilmente plasmabili, ovvero durante il periodo della loro formazione. Un giovane che presenta una mancanza di pensiero critico diventa il soggetto perfetto, il modello di adulto a cui aspira una società del genere.

Genitori e insegnanti dovrebbero educare a confrontarsi con visioni opposte delle realtà con spirito critico, privo di pregiudizi e condizionamenti. A tal proposito, ritengo sia particolarmente apprezzabile ricordare il pensiero del filosofo, scrittore e uomo politico Michel de Montaigne in merito alla prima finalità dell’insegnamento: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

Una questione di poche e semplici parole, tuttavia capaci di fare una sostanziale differenza. Appare chiaro infatti che quando ci si riferisce ad “una testa ben piena” si intenda una testa nella quale il sapere viene ammucchiato in maniera caotica priva di un principio di discernimento logico con cui selezionare e organizzare le nozioni; viceversa, “una testa ben fatta” non si limita ad accumulare informazioni, ma sviluppa un’attitudine ad affrontare e trattare i problemi, a cogliere i saperi, creare interconnessioni e disporre in maniera congrua delle conoscenze.

Nella società contemporanea l’ignoranza dilagante appare un problema ingente, ma certamente non è con la creazione di “teste ben piene” che si riuscirà a controbilanciare tale tendenza. In fin dei conti una mente farcita con nozioni imparate a memoria, come appunti scritti su un post-it, assume lo stesso valore di una moneta falsa.

Montaigne, nelle sue riflessioni sulla società e la formazione degli individui, sosteneva anche che: «la maggiore e più grave difficoltà della scienza umana par che s’incontri proprio là dove si tratta dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli. Come nell’agricoltura le operazioni che precedono il piantare sono determinate e facili, e così il piantare medesimo. Ma quando ciò che è stato piantato comincia a vivere, per farlo crescere si ha una gran varietà di modi e molte difficoltà: così per gli uomini, ci vuol poca abilità a piantarli, ma dopo che sono nati ci si addossa un compito diverso, pieno di affanni e di ansie, per educarli e allevarli».

Si può intuire, pertanto, l’importanza che in tale ambito riveste l’insegnante nella formazione dei ragazzi. Dovrebbe rappresentare la chiave di volta del sistema educativo, il tassello fondamentale su cui si regge la macchina dell’istruzione, poiché il suo compito non si esaurisce con la mera trasmissione dei saperi, -o almeno così dovrebbe essere-, ma riveste il ruolo di guida lungo il percorso dell’acquisizione della conoscenza, non solo del mondo, ma anche, e soprattutto, del sé.

Appare, tuttavia, sempre meno percorribile una tale prospettiva, in quanto, oggigiorno, il sistema scolastico-educativo impone la creazione di “teste piene”, favorendo lo sviluppo di intelligenze convergenti. Banalizzare e semplificare le conoscenze sono i risultati più ambiti per il sistema, al fine di rendere ogni concetto più intuitivo e di facile comprensione, a scapito di uno sforzo cognitivo atto a confrontarsi con un livello culturale superiore a quello in possesso.

L’esaltazione delle intelligenze convergenti, improntate ad accumulare il sapere, mortifica quelle divergenti, in grado di disporre di un’attitudine generale a porre e trattare problemi senza seguire un percorso di risoluzione preimpostato e capaci di organizzare i principi e i saperi dando loro un senso.

Una tale intelligenza sarebbe auspicabile in quanto capace di sorpassare la frammentazione delle conoscenze e favorire, al contrario, la loro interconnessione.

Conseguentemente, appare evidente come l’insegnamento e le sue modalità siano quantomeno indispensabili per acquisire la capacità di pensare criticamente, strumento fondamentale della consapevolezza ed essenziale quando ci si ritrova a dover compiere una scelta. Ciò detto, è indubbia l’importanza dei contenuti dei saperi, ma sono altresì necessari i processi di apprendimento, di riflessione e di organizzazione del pensiero.

Il pensiero critico è imprescindibile per non incedere verso l’omologazione e il totale conformismo, anticamere di una società in cui i giovani di oggi vengono istruiti per diventare gli “automi“ di domani. Non dovrebbe essere questo l’obiettivo a cui tendere. Bisognerebbe invece esaltare la formazione di una disposizione mentale aperta, autocritica, dialogica e tollerante, in cui l’acquisizione, lo sviluppo e l’organizzazione delle conoscenze porti ad avere abilità critiche, logiche, argomentative e comunicative, che permetta quindi, previa la formulazione di un’opinione personale in merito ad un argomento, di dare un giudizio obiettivo, senza condizionamenti derivanti da pregiudizi o da ciò che il senso comune suggerisce di “pensare”.

Eppure la società dell’immagine sembra prediligere l’assenza del pensiero critico, preferendo fornire l’illusione di essere liberi di pensare privi dai vincoli del condizionamento, perché, a ben vedere, una società di automi appare più controllabile.

Ma com’è possibile credere ad una simile menzogna? Come fanno le persone a sostenere di essere libere, quando siamo tutti così visibilmente simili in tutto, dal modo di vestire e mangiare sino a quello di pensare?

La società è popolata da una massa uniforme che si muove all’unisono condividendo desideri, aspirazioni, pensieri, bisogni, che rientrano in un “catalogo dalle limitate possibilità” imposto dall’alto (da coloro che scaltramente sanno fare “buon” uso della manipolazione).

Per dissimulare le limitazioni il sistema si occupa di soddisfare ogni richiesta indotta nei consumatori, e la momentanea felicità che ne deriva, immediata sebbene non destinata a perdurare, sembra la scelta prediletta da tutti coloro che credono nell’illusione della libertà.

La logica dell’utile e del successo immediato giocano a favore dei mass media e internet, che si propongono quali salvatori, dispensando soluzioni (palliative) a qualsiasi tipo di problema, asservendo la popolazione (ignara) a una schiavitù volontaria.

La società dell’immagine si fa abilmente beffa dei suoi cittadini giocando con le illusioni. Grazie a complici ben addestrati, come i mass media, la telecomunicazione, i social e non solo, induce comportamenti prestabiliti, facenti parte di una gamma di comportamenti possibili: ci suggerisce cosa fare, cosa dire, cosa pensare, garantendoci l’illusione di essere noi i liberi artefici di quanto facciamo, diciamo o pensiamo. E grazie a tale illusione, ci sottrae la voglia di metterci in discussione, provare a dubitare delle nostre convinzioni, perché ci rende arroganti e presuntuosi, convinti di essere grandi esperti in tutto.

Questo desolante ritratto è un’immagine plausibile della deriva in cui incederà la società dell’immagine se continuerà a perseverare e reiterare i comportamenti corrotti messi in evidenza. E per quanti non è auspicabile ritrovarsi a far parte di una compagine di “automi, in grado di pensare solo a ciò che viene suggerito loro, consiglio di mettere sempre in discussione informazioni e fonti. Ma soprattutto di mettersi sempre in discussione come persone.

 

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Inserito il:05/05/2019 15:35:42
Ultimo aggiornamento:05/05/2019 16:54:16
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