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Aggiornato al 18/10/2018

Michele Del Campo (San Nicandro Garganico, FG, 1976 - ) - Giovani

 

Perché i giovani non si incazzano?

di Gianni Di Quattro

 

Il rapporto tra le generazioni è stato sempre conflittuale ed è nella natura che lo debba essere. È naturale, infatti, che quelli delle generazioni più vecchie tendano a mantenere e controllare il potere e più semplicemente a influenzare accadimenti e speranze, mentre quelli delle nuove generazioni, i giovani, tendano viceversa a cercare di sostituirli, a prendere il loro posto e comunque a ritagliarsi uno spazio sociale e politico in cui esprimersi.

I giovani da sempre tentano di dissacrare comportamenti, realizzazioni e progetti delle vecchie generazioni, inventano nuove proposte e cercano con tutti i mezzi, anche con forti proteste, di guadagnare spazi, ruoli e prospettive. Sanno (o dovrebbero sapere) senza bisogno di spiegarglielo che devono conquistarsi il futuro e devono poi proteggerlo, sanno (ma succede che si possono illudere) che non devono e non possono aspettarsi regali dalle vecchie generazioni e tanto meno tappeti rossi su cui comodamente avviarsi ai loro posti di comando o di lavoro.

Voglio dire che è sempre stato così e la lotta tra le generazioni è sempre stata una costante della storia e del percorso degli uomini sotto tutte o quasi le latitudini. Nelle situazioni più critiche i giovani si sono spinti persino alla violenza costretti dalla repressione di coloro che li precedevano nella società, una repressione spesso esercitata con la forza in una configurazione sociale non libera. Ed è così, attraverso i giovani, che sono maturate le conquiste dell’uomo sul piano politico e sociale.

Se ci riportiamo ai giorni nostri, assistiamo allo stesso tipo di processo in molte parti del mondo. In America sono i giovani che scendono in piazza per chiedere un futuro che vogliono diverso da quello attuale, senza armi e senza omofobie, con maggiore uguaglianza. E lo stesso in Russia protestano per leggi e comportamenti del potere contro la libertà sessuale e le repressioni violente. La stessa cosa in Ungheria e in altri paesi dell’ex impero sovietico per difendere la libertà e la democrazia contro i regimi che in molti di quei paesi diventano sempre più orientati verso un fascismo moderno non meno leggero e accettabile di quello conosciuto in Europa negli anni 30.

Ma ci sono paesi come il bel paese, come si poteva definire una volta il nostro, dove di questa lotta non si hanno molte notizie e non sembra che ci siano focolai attivi di protesta. Infatti, in Italia stranamente sono i vecchi che dicono di fare largo ai giovani, anche se con il tono di chi non vuole mettere premura a nessuno, mentre i giovani aspettano e chiedono quasi timidamente che siano messi a loro disposizione opportunità, spazi, lavori e occasioni per costruirsi la vita.

I politici di opposizione (naturalmente opposizione variabile), i sindacati, gli osservatori ed analisti che producono sondaggi ed indagini sociali, dicono giustamente che il problema del paese è principalmente nella mancanza di prospettiva e di ruolo dei giovani e per questo di conseguenza nella assenza di un futuro. Perché il futuro non è mai uguale al passato e non può essere disegnato da chi ha fatto il passato o sta vivendo il presente come parte centrale o finale del suo percorso di vita. Persino i media, che nel nostro paese sono sempre a rimorchio e a servizio di gruppi o di persone di potere, lo dicono timidamente e senza poi insistere tanto.

Si dice per esempio in questi giorni che i giovani hanno votato il movimento 5 stelle inteso come movimento di protesta, uno dei due gruppi che insieme alla Lega ha avuto successo nelle ultime elezioni politiche anche se poi nessuno ha vinto perché nessuno pare in grado di fare un governo e non solo per colpa della legge elettorale. Però dicono anche (e in contrasto) che il risultato di questo movimento è dovuto soprattutto agli elettori del PD che si sono spostati a causa del fatto che il loro partito da quando c’è Renzi come segretario parla poco di lotte di sinistra e di come dare lavoro e soldi ai lavoratori. In altri termini alla gente che pensa di essere di sinistra non sono mai piaciute le riforme, ma solo le lotte (le cose ottenute senza lottare e scioperare non contano nel senso che non hanno sapore). In effetti forse la verità è che molti, tanti giovani non hanno votato e infatti quando vengono intervistati casualmente o a campione troppo spesso dimostrano una assoluta non partecipazione alla vita sociale e politica del paese. Questo è il problema e non per chi hanno votato o non hanno votato.

In ogni modo in tutto il paese non risultano movimenti di giovani che protestano nelle piazze, nelle scuole (lo fanno in questo caso solo quando sono strumentalizzati da sindacati e insegnanti), nelle università (dove soprattutto dovrebbero). Non risultano giovani che organizzano associazioni, promuovono dibattiti, fanno cortei, intervengono scrivendo su giornali, insomma non risultano agitazioni giovanili, lotte forti non contro il governo in particolare o contro qualche cosa di specifico, ma contro il potere detenuto dalle vecchie generazioni che non intendono lasciare spazio o aprire varchi. Perché?

È molto difficile rispondere a questa domanda che è la più importante sul piano sociale per capire se il nostro paese ha un futuro e quale può essere questo futuro. Se i giovani non si incazzano, ma aspettano, sperano e si disinteressano della società lasciando ad altri, ai vecchi, il compito di gestirla, loro prima di tutto e poi il paese non possono davvero avere futuro.

Come si è giunti a questo punto? Certamente in primo luogo le vecchie generazioni non hanno fatto il loro mestiere presi dall’euforia del benessere e distratti dal consumismo e dalle evoluzioni sociali. Il mestiere di crescere, educare e poi aiutare e indirizzare. In altri termini, dare gli strumenti per costruire la vita, così come hanno trascurato evidentemente di tramandare valori che peraltro loro stessi hanno perso nell’orgia di una vita effimera come mai prima o protesa alla conquista di piaceri che la società tramite pubblicità e dibattiti diffonde come necessari.

In secondo luogo il declino della scuola, la rinuncia al suo compito educativo, l’allargamento delle promozioni seguendo un vecchio diktat marxista per cui tutti avanti e poi la vita che distinguerà (e quindi la disabitudine allo studio e al sacrificio), la cancellazione del merito a partire dal famoso (o famigerato?) 68, un susseguirsi di riforme scolastiche tese a porre attenzione al corpo insegnante (che certamente ma non esclusivamente lo deve avere) trascurando contenuti e strutture.

E poi, un ambiente sociale scosso dalle competizioni elettorali accese e sgangherate, sconvolto dalle lotte di potere dei sindacati sempre impegnati a condizionare la politica, del corpo della magistratura (cui il potere non basta mai) e dalla burocrazia sempre più forte, confusa e diffusa, nel quale ambiente non si può ottenere qualunque cosa senza l’appoggio di qualcosa o qualcuno in modo lecito od illecito. Per partecipare insomma bisogna essere iscritto ad un partito o ad un sindacato, per ottenere bisogna conoscere, per vincere è opportuno corrompere. Discorso che in particolare è diffuso nel mezzogiorno dove non casualmente la presenza di giovani nullafacenti è altissima.

In questo contesto e approfittando del benessere dei genitori disposti al loro mantenimento anche sino a tarda età i giovani hanno perso mordente, non si sentono di scendere in lotta per avere quello che in definitiva già hanno e non sentono il pungolo dell’autonomia e della responsabilità sociale che peraltro nessuno predica più a qualsiasi titolo (forse solo e in mezzo a tanti contrasti questo nuovo e strano Papa).

Naturalmente il paese e la politica dovrebbero e potrebbero collaborare potenziando e finanziando la scuola magari proponendo una riforma fatta non ad uso di conquista di voti ma per il bene di tutti, qualche governo potrebbe fare pulizia di tanti corpi intermedi che rappresentano ormai solo ostacoli sociali e invece supportando iniziative e strutture per incontri e dibattiti di giovani. Allo stesso modo i media, e in particolare la televisione di Stato, potrebbero dedicare non solo le solite inchieste ma spazi autogestiti e le università e i centri culturali del paese potrebbero coinvolgere i giovani anche per rendere vivi e reali le loro diagnosi ed ipotesi.

In conclusione, sino a quando i giovani non si incazzano veramente e decidono di prendere in mano il loro destino che poi è il destino di tutti noi, non c’è speranza per il paese. Il voto non c’entra e comunque non basta, bisogna che loro, i giovani, facciano sentire la voce forte e chiara. La facciano sentire in tanti modi, per cacciare i parolai e i predicatori di palesi scemenze, intervenendo sempre, chiedendo di esserci e di parlare, agitandosi nelle università, facendo vedere che ci sono, con cortei, altre forme vecchie e nuove di presenza, promuovendo infine associazioni e protestando sino ad avere, sino a vincere.

Ma può venire il dubbio che certi discorsi o perché troppo banali o magari troppo illuministici sono da considerare solo pensieri in libertà di qualche vecchio illuso. Scusatemi!

 

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Inserito il:30/03/2018 21:44:05
Ultimo aggiornamento:08/04/2018 11:09:06
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