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Aggiornato al 14/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Lucio Fontana – La fine di Dio – 1963/64


I giovani, la scienza e la religione.

 

Vi risparmio tutte le premesse del caso: non parlo da nessun pulpito e da nessuna cattedra. Mi limito semplicemente ad osservare ciò che vedo, e in questo caso, sento.

Mi sembra che, per quanto ciò possa sembrare assurdo, la religione cattolica sia giunta alla sua fine, almeno qui, in Italia e tra i ragazzi che conosco; come se avesse terminato gli argomenti per confrontarsi con la realtà presente, e futura. Saranno stati i pretenziosi scivoloni ormai smentiti che le hanno fatto perdere credibilità, portandoci a trovare una strana alternativa nella scienza, e nel trionfo della razionalità.

La razionalità ci ha liberato da tante cose: superstizioni, sensi di colpa, asservimenti. Si è presentata come luce chiarificatrice delle tenebre, e ha, involontariamente o no, ucciso ogni forma di spiritualità più o meno coerente, onesta o pretenziosa.

Quest’annientamento però, quasi inconsapevolmente, non solo ha distrutto ogni tipo di credenza, ma non ha offerto nulla in cambio: la scienza ha sbaragliato la religione ma non ha riempito il vuoto che ha creato screditandola, quasi non volesse e non se lo aspettasse. Ha trascurato così l’istinto alla spiritualità, che, chi più chi meno, appartiene all’essere umano.

Forse questo equivoco nasce nelle nostre menti: forse molti atei odierni non devono il loro ateismo a una profonda conoscenza scientifica che gli permette di ricostruire interamente il percorso della disfatta della religione nella loro coscienza, piuttosto a sprazzi di scienza che mettono in crisi i punti nevralgici della loro fede religiosa. Sanno che c’è qualcosa di oggettivamente sbagliato, e quindi a effetto domino non solo distruggono tutti gli altri assunti di quella stessa fede, ma buttano giù per analogia tutte le altre.

Così, involontariamente, la scienza diventa una fede, o almeno l’unica credenza plausibile, ma incompleta: la sua voce non è unanime, confonde, tiene conto solo della realtà ma non considera cose comunque reali anche se irrazionali perché sentite e vissute: sentimenti, pensieri, dubbi esistenziali. Questo non per sue mancanze, ma per il ruolo che assume, e per l’impossibilità apparente di sovrapporre irrazionale e razionale e farli combaciare perfettamente.

Lascia così le anime ondeggiare fra le loro stesse domande, i grandi quesiti esistenziali; per la prima volta, senza una risposta ufficiale e universalmente riconosciuta.

Ecco tutto ciò può sembrare una cosa pericolosa: che questo vuoto sia lo spazio per la nascita di sette o nuove fedi insidiose?

Non bisogna negare la capacità di controllo sociale della religione. Viene naturale chiedersi se, quando un’ortodossia viene a mancare, si andrà allo sbaraglio. Forse qualcuno si perderà, ma è una grande occasione per guardare dentro di sé, e anche fuori, e per la prima volta senza imposizioni cercare le proprie risposte.

Liberare se possibile la fede dalla pretenziosa dimensione sociale e ridurla a una più modesta dimensione psicologica, personale, e per questo, più vera. Per la prima volta dosarsi da sé le quantità desiderate.

Non c’è risposta che non sia corretta: basta sia corretta per ognuno di noi.


Inserito il:04/03/2015 22:48:33
Ultimo aggiornamento:18/03/2015 19:49:22
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