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Aggiornato al 21/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

 

 

Erano tutti protervi gli industriali?

Il Welfare aziendale in chiave storica

di Tito Giraudo

 

Avrei voluto rispondere all’articolo della mia compagna di merende Mara Antonaccio (stiamo organizzando insieme una giornata sul cibo) L'evoluzione del welfare aziendale - Nutrizione e lavoro. Pensandoci bene, ho valutato che l’argomento che Mara ha sollevato, meritasse un approfondimento dal punto di vista storico, poiché il fenomeno ha origini lontane.

 

Nel nostro Paese, ha imperversato in genere un’imprenditoria che si è sempre posta solo i problemi legati al conflitto con i dipendenti, piuttosto che una effettiva collaborazione e la creazione di un ambiente aziendale che li fidelizzasse. Tuttavia, ci sono stati interessantissimi esempi di welfare aziendale.

Parlerò degli esempi Piemontesi, anche se credo che un’imprenditoria sociale si sia prodotta pure in altre regioni industriali.

Mi piace di parlare di cose che conosco o che ho vissute.

Tre sono le aziende di cui vorrei raccontarvi.

La prima: il Cotonificio Leumann che risale addirittura all’ottocento.

Parliamo del tempo in cui in Piemonte si realizzò la prima rivoluzione industriale: quella tessile.

I Leumann, si trasferirono in Italia dalla Svizzera, prima a Voghera e poi a Collegno, approfittando delle agevolazioni che il Regno aveva concesso all’imprenditoria per farsi perdonare dai Torinesi la perdita della capitale.

“I bogia nen”, sono sempre stati una popolazione disciplinata e politicamente moderata, ma quando i Savoia, diventati Re d’Italia, su pressione dei Cavour decisero di trasportare la Capitale, prima a Firenze e poi, dopo Porta Pia, a Roma, fecero un gran casino.

Ci fu una vera e propria sommossa che le truppe regie faticarono a sedare, in cambio svilupparono la loro latente vocazione industriale, soprattutto aiutati dall’ingente aiuto economico che diede loro il Governo liberale.

I Leumann, Isaac e il figlio Napoleone, scelsero quel sito per tre motivi: il primo, legato alla grande presenza di acqua data dai canali irrigui che si trovavano nel Comune limitrofo di Grugliasco.

Il secondo (con buona pace degli attuali No Tav), approfittando della linea ferroviaria che tramite il traforo del Frejus collegava l’Italia con la Francia.

Il terzo, fu che quell’appezzamento di 60.000 mq, era ai bordi del corso Francia, l’antica arteria che collegava Torino con Rivoli, dove sorgeva quel castello posto su una collina, in cui i Savoia si rifugiavano in tempo di pestilenze.

Naturalmente gli aiuti di Stato furono determinanti, ma è la dimostrazione che se finalizzati allo sviluppo, sono virtuosi e non clientelari.

Napoleone Leumann, dal 1875 al 1907 accanto allo stabilimento costruì un villaggio per i dipendenti.

Oggi, è un museo a cielo aperto che tutti possono visitare, anche se le antiche case dei dipendenti, dopo la chiusura parziale dello stabilimento nel 1972, passando la proprietà al Comune di Collegno, sono diventate edilizia popolare e quindi assegnate per graduatoria.

Non si trattò solo di edilizia abitativa aziendale, perché attorno alle abitazioni sorsero i servizi sociali.

La descrizione del Villaggio Leumann è indicativa di quanto fossero avanzati quegli industriali tessili.

Il progetto del Villaggio fu dell’ingegner Pietro Fenoglio.

Siamo agli albori dell’architettura Liberty e quindi ad essa il progettista si ispirò oltre a tenere conto dell’origine svizzera dei committenti per cui aleggia, soprattutto nei villini, un’atmosfera elvetica creando un unicum dissimile dall’architettura abitativa popolare torinese di quell’epoca, che si espresse nei “casun”.

I “casun”, sorsero sulla direttrice di via Nizza, quella che dalla nuova stazione ferroviaria andava e va ancora oggi, verso le campagne della “Granda” (il Cuneese) e dove, a termine del Valentino sorse il primo stabilimento della Fiat di Corso Dante e poi, dopo il primo conflitto mondiale, il primo stabilimento fordista: la Fiat Lingotto.

Proprio la Fiat e tutto l’indotto metalmeccanico richiesero nuova mano d’opera. Quei “barot”, così erano chiamati dai Torinesi con la proverbiale puzza al naso, venivano dalle campagne al tempo tutte povere. Si creò pertanto una grande esigenza abitativa e quindi fu concepito un piano di edilizia abitativa privata per coglier quella nuova domanda.

I “casun”, consistevano in isolati formati da nuclei di case a due-tre piani, attorno a un cortile dove erano ubicate le botteghe artigiane, ballatoi che riproponevano le case contadine conosciute appunto dai “barot”.

Va detto, ad onore imperituro dei Leumann, che i “casun” sorsero una trentina di anni dopo rispetto al nostro villaggio e solo per supplire alla carenza di alloggi.

Quella dei “casun”, non fu edilizia popolare ma soltanto a buon mercato affinché le famiglie operaie potessero permettersi di pagare il fitto.

Furono però una rivoluzione urbanistica per Torino.

Il vecchio centro storico, tutto Barocco, dispiegava una sociologia abitativa di tipo classista verticale.

Nei primi piani di quei palazzi abitavano i nobili e i ricchi, poi via via che si saliva, si scendeva di censo fino ad arrivare alle mansarde dove abitavano i servi.

Attualmente, tracce dei “casun” le troviamo appunto nel borgo Nizza ma anche in Barriera di Milano e in Borgo S. Paolo. Appunto là dove sorsero le industrie torinesi.

Ma parliamo del Villaggio.

Sorse accanto allo stabilimento. Le villette che ospitavano appartamentini di diversa grandezza erano tutte dotate di giardino in comune e di servizi igienici all’interno, quando gran parte delle case di Torino li avevano sui ballatoi.

Ma furono i servizi sociali la vera novità per l’epoca.

Fu costruita una stazioncina ferroviaria, perché Rivoli era collegata con Torino lungo il Corso Francia da una ferrovia.

Furono realizzate: una scuola elementare, bagni pubblici, una chiesa, una cooperativa alimentare, un albergo e, udite! udite! un convitto che ospitava le giovani operaie nubili, le cui famiglie abitavano altrove.

Sembra incredibile che in tempi in cui i sindacati non erano riconosciuti, il Partito Socialista non era ancora nato, degli industriali potessero concepire una simile opera che arrivò ad ospitare fino a 1000 abitanti-dipendenti.

Siamo stati particolarmente fortunati, dal momento che, quando il cotonificio cessò l’attività, un Municipio illuminato conservasse una simile opera dandoci modo di comprendere come il ruolo dell’industria potesse essere non solo occupazionale, ma genuinamente sociale.

Per non tediare troppo con le mie ricostruzioni storiche i miei 16 lettori, mi fermo qui, anticipandovi però che nei prossimi articoli sul tema, parlerò, prima della Olivetti e poi della Fiat.

Pazientate….

 

(continua)

 

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Inserito il:01/02/2019 14:54:19
Ultimo aggiornamento:06/02/2019 16:22:56
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