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Aggiornato al 18/06/2018

 

A Vanvera (21)

di Massimo Biondi

 

Germania e finanza

Deutsche Bank, si sa, ha molto pasticciato. E’ la banca che ha visto suoi dirigenti incriminati ed è stata multata di 2,5 miliardi di dollari (miliardi, non milioni) per avere alterato fraudolentemente i valori di Euribor e Libor; che è stata condannata a sanzioni salatissime negli USA, altri miliardi di dollari, anche con lo sconto, per avere raggirato gli investitori; che ha disseminato una quantità di derivati pari a circa 11 volte il PIL tedesco.  Ma c’è chi dice anche 20 volte.

Deutsche Bank è la principale banca tedesca e deve fronteggiare al momento quasi 8000 (ottomila) pendenze giudiziarie.

Nei giorni scorsi Financial Time ha anche scritto che DB avrebbe beneficiato di favoritismi da parte della BCE, fisicamente dirimpettaia di Francoforte, per non uscire massacrata dagli stress test.

Mi domando perché i banchieri abbiano in generale una reputazione meno negativa dei politici. Già Henry Ford ebbe a dire: è bene che i cittadini non comprendano il nostro sistema bancario e finanziario perché altrimenti, io credo, entro domani scoppierebbe la rivoluzione. Ma forse ai suoi tempi la popolazione era più reattiva.

 

Germania e affari

Tra Germania e resto del mondo bisognerebbe guardare meno alle formalità dei tavoli di discussione e più ai coltelli che stanno sotto.

Con l’Unione Europea rimane in sospeso, senza assilli, la faccenda dei surplus, oscurata dalle lezioncine impartite a questo e a quello – molto per ragioni elettorali – dalla signora Merkel e da membri del suo governo e di banche teutoniche.

Con gli Stati Uniti si negoziano le sanzioni a Deutsche Bank e a Volkswagen mentre la Germania reagisce sostenendo Bayer che acquisisce Monsanto e – per interposta Unione Europea – caldeggiando imposizioni meno ridicole ai giganti USA delle tecnologie, da Apple a Google.

Con la Cina sono ostacolate dal governo tedesco acquisizioni di aziende per qualche miliardo di dollari. Caso più recente quello del gruppo tecnologico Aixtron da parte di un fondo cinese. Ritorsioni cinesi in arrivo, probabilmente. Brontolii già arrivati.

L’impressione, riferita alla Germania, a questi comportamenti, a Deutsche Bank e Volkswagen che ne sono espressioni di primissimo piano, è quella di chi predica male e razzola peggio, eppure mantiene una reputazione che meriterebbe da un pezzo di essere aggiornata. Al ribasso.

 

Made in Italy

Netflix manda in giro per il mondo una fiction/documentario sulla vicenda di Amanda Knox, presunta omicida due volte condannata e due volte assolta dalla giustizia italiana.

Pare sia ben fatta, dal punto di vista cinematografico. Personalmente non l’ho vista e non credo che la vedrò, avendo io disinteresse assoluto per la cronaca nera. 

L’opera parrebbe voler attirare pubblico puntando sull’abbinata sesso/crimine, ma ad uno spettatore più attento ciò che più rimane, secondo alcuni commentatori anglosassoni, sarebbero soprattutto i comportamenti bizzarri del pubblico ministero e delle autorità italiane, nonché gli intrecci poco ortodossi tra magistratura e stampa. Un pubblico ministero che ricercherebbe ossessivamente nei risvolti sessuali le chiavi interpretative e una stampa attratta dagli aspetti morbosi, secondo il docufilm, con facile accesso a dettagli di ogni genere regolarmente dati in pasto all’opinione pubblica che, come sappiamo, i media tendono a compiacere invece di educare.

C’è stato del marcio nella vicenda e il film lo mette in evidenza, non so quanto accresciuto. D’altra parte dopo l’ultima assoluzione fu il Guardian a scrivere impietosamente: “Gli inquirenti si sono resi colpevoli di grottesca incompetenza, panico da pressione mediatica e misoginia”.

Che dire: anche questo è made in Italy.

 

Informazione e sensazionalismo

Le sentenze talvolta scadono ad opinioni, però nel momento in cui vengono espresse un certo rilievo ce l’hanno. La più recente riconduce l’ipotesi della strombazzatissima trattativa Stato-mafia a bufala. Il GUP di Palermo spiega in 525 pagine che a suo parere i PM hanno messo in piedi un castello di carte.

Tutta fuffa: i titoli “cavalcanti” del Fatto Quotidiano; il “papello” di Totò Riina; la sceneggiata dell’interrogatorio al presidente Napolitano; il film di pregio ben mimetizzato realizzato da Sabina Guzzanti; la cosiddetta “icona dell’antimafia” Massimo Ciancimino, così definito dal magistrato e poi politico di grande insuccesso Antonio Ingroia. Di Ciancimino jr. il GUP mette anzi in risalto la propensione alla rappresentazione fantasiosa, spettacolare, manipolatoria.

Era bello quando i giornali erano più sobri. O più seri. E quando usavano in modo appropriato i condizionali, le forme dubitative. Quando, cioè, l’impegno era illustrare situazioni lasciando al lettore le congetture interpretative, non propagandare tesi.

 

Informazione e diffamazione

Quello che accade tra stampa e magistratura, oltre al caso Knox e al caso trattativa, è strano anche per almeno un altro aspetto. Se un giornalista, più o meno prudentemente, mette in cattiva luce una persona o una istituzione ingigantendo o spettacolarizzando un atto della magistratura, un atto anche preliminare, ci campa, in senso giornalistico, magari per mesi. Se poi il tutto si rivela essere una bolla di sapone nulla gli accade. Passa ad un altro caso e via.

Se però la copertura di atti della magistratura non c’è sono guai. I messi in cattiva luce – molto spesso benestanti anche in termini di legali a disposizione - vanno giù pesantemente di querele e richieste di danni esorbitanti.

Il ministero della Giustizia informa che nel 2015 i tribunali italiani hanno definito 5902 cause penali per diffamazione a mezzo stampa e che di queste solo 475 si sono concluse con una condanna. Segno che le accuse avevano fondamentalmente scopi non esposti in querela: difesa dell’immagine del querelante e intimidazione del querelato. Scopi non di rado conseguiti.

C’è evidente sperequazione tra questi due aspetti.

Nel primo è difficile intervenire. Forse sulla leggerezza di atti e rivelazioni alla stampa, non certo sulla sua libertà.  

Sul secondo però qualcosa si può tentare. Per esempio stabilire che se il sedicente diffamato perde la causa deve risarcire già in primo grado il querelato innocente almeno per lo stesso ammontare dei danni richiesti.

Potrebbe risultarne alleggerito anche il lavoro dei tribunali.

 

Italia digitale

Non ne girano mica tante di buone notizie. Ci sarebbero, ma non aiutano a vendere giornali e pubblicità.

Posso giustificare così la scarsa attenzione che i media generalisti hanno dedicato all’entrata in vigore del decreto legislativo che integra il già esistente ma poco noto Codice dell'Amministrazione Digitale.

Ci sono alcune novità nella direzione di un maggior uso delle tecnologie digitali nei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Non è una rivoluzione, intendiamoci, però una opportuna evoluzione sì, un passo avanti al quale altri faranno seguito.

Anche se con scarso riscontro mediatico l’evoluzione digitale dell’Italia è un fatto reale. Nelle imprese, nelle famiglie e nella pubblica amministrazione. E’ importante che continui, magari accelerando. Fermo restando che le nuove opportunità non ne escludono nessuna di quelle attuali. In altre parole chi preferisce può sempre recarsi agli sportelli e spedire raccomandate.

 

USA e Italia

Donald Trump e Hillary Clinton se la giocano Stato per Stato; risultato molto incerto.

Al di fuori degli Stati Uniti non ci sarebbero dubbi: larga vittoria per Clinton, magari senza entusiasmo ma indiscutibilmente. Trump, secondo una ricerca commentata dal bravo e informato Federico Rampini, raccoglierebbe nei Paesi presi in considerazione percentuali che raramente raggiungerebbero il 15%. Questo in risposta alla domanda se gli intervistati lo ritenevano o no in grado di governare gli Stati Uniti e intervenire negli affari internazionali con capacità e competenza.

C’è una sola eccezione nel mondo occidentale, un Paese nel quale il 27% degli interpellati ritiene che Trump sarebbe un bene. Sì, l’Italia.

Non mi sembra ingiustificato ritenere che anche questo dato esprima una pressante voglia di cambiamento degli italiani. Pressante ma estremamente vaga, vorrei dire, sulla quale non si registrano né chiare e valutabili illustrazioni né, tanto meno, significative convergenze.

D’altra parte la mancanza di un modello di riferimento condiviso verso il quale tendere consente la semplificazione politica di considerare omogenea la protesta, anche se ognuno protesta a modo suo.

 

Pensierino

Non sono i fatti a turbare ma le opinioni intorno ai fatti (Epitteto)

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Inserito il:05/11/2016 17:02:47
Ultimo aggiornamento:05/11/2016 17:11:15
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