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Aggiornato al 06/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Fausto Pirandello (1899-1975) - Padre e figlio - 1934

Riflessioni sul padre: modelli storici, culturali e psicodinamici.

Egli ama i suoi figli non perché tutto
in loro è amabile e di suo gusto, 
ma perché esiste un legame
veramente incomprensibile,
più forte di quanto si racconti.
L. Brownlow


E’ motivo di grande incertezza decidere da che parte incominciare un racconto della storia del padre: la frequentazione di testi che se ne sono occupati non consente di localizzare bene un punto che rappresenti un convincente riferimento per comprendere gli aspetti che più lo caratterizzano.

Nelle pagine del libro della storia dell’umanità il maschio ha sempre considerato il corpo della femmina e della sua prole come sua “proprietà” e la femmina, dal canto suo, ha tollerato questa “gelosia” perché significava sicurezza e cibo per lei e la sua prole, dunque necessaria alla sopravvivenza.1

Gli studi etologici sul padre2 condotti su alcune famiglie di pesci e di invertebrati, hanno messo in evidenza un tipo di famiglia “paterna”, dove il maschio adulto si prende cura della prole.

Altrove3 è stato messo in evidenza che i comportamenti paterni degli animali (in particolare, i primati non umani), sono più difficilmente osservabili di quelli materni. Spesso il padre è assente o meglio meno precisabile nella dimensione delle sue funzioni parentali, che sono influenzate da svariate condizioni ambientali.

Prevale la madre, più stabile con i suoi comportamenti, meno influenzata dalle circostanze.

Si sono visti sia maschi assistere alla nascita, premasticare il cibo per il piccolo, curarlo, trasportarlo, rassicurarlo in stati di stress emotivo, aiutarlo nell’acquisizione della funzione motoria, giocare e dormire con lui e, anche se meno frequentemente, padri che spaventavano, attaccavano, uccidevano, mangiavano i piccoli. Se il padre ha contatti precoci con i piccoli alla nascita, più evidente è il suo coinvolgimento successivo nell’allevamento, ed in presenza di un padre allevante sarebbe più precoce lo sviluppo dei piccoli.

Esisterebbe, inoltre, un rapporto tra i comportamenti allevanti del padre e le esperienze da lui fatte quando era piccolo.

Più intenso è stato il rapporto del padre con i propri genitori e più affettuoso esso appare nei riguardi dei figli.

La presenza del padre favorisce la differenziazione dei comportamenti sessuali. Il padre facilita anche l’inserimento sociale dei piccoli e incoraggia l’acquisizione delle competenze motorie essenziali per l’interazione sociale.

Nella cultura mitologica le figure parentali paterne e materne occupano un posto privilegiato4.

Esiodo narra che per primo fu Caos e che da questo “magma” originario provennero Erebo e Notte. Questa prima distinzione dette origine ad altre coppie, tra cui Gaia, isomorfa a Caos e Urano stellato. Il sentimento che domina in questa famiglia arcaica è l’odio e il carattere dei componenti è la smisuratezza, la gagliardia. Da questa relazione tempestosa nasce Crònos, che prende subito in odio il padre, che a sua volta aveva già preso in odio i figli, quasi ad indicare che questo è l’unico sentimento possibile, laddove la relazione tra padre e madre sia di assoluta opposizione. I figli per il dio, geloso possessore, sono terrifici al punto di impedire loro di nascere: il rapporto esclusivo ed escludente di Urano che “avvolge” Gaia non può consentire il posto ad un terzo attore sulla scena del mondo, che, anche se nasce, non vedrà mai la luce. La via d’uscita non può essere che tragica: Crònos ordisce la castrazione del padre, con la complicità di Gaia che non può accettare la negazione della maternità, ma Nèmesis, dea della vendetta, lo condanna ad essere vittima anche lui di un figlio, Zeus, poi definito padre degli dèi e degli uomini, che detronizzò il padre, interrompendo la successione di padri tiranni e sottrasse alla morte i suoi figli, minacciati dalle collere furiose di Era-Giunone, sua sposa.

La cultura occidentale propone altre figure archetipe, come il mito di Prometeo che tratta il dramma della lotta vittoriosa contro una paternità escludente, con la quale si può convivere a patto che si acquisiscano gli strumenti per una propria autonomia.

Il mito di Edipo percorre le tappe della trasgressione di un figlio che giunge al parricidio ed all’incesto, nel tentativo di raggiungere un padre sconosciuto e violento.

Il mito del “dio dei padri”, proprio delle religioni monoteistiche, presenta un modello di padre che somma in sé la perfezione.

Il modello del legislatore lega, poi, la funzione paterna al ruolo del padre “portatore di una legge, di un ordine”.

Nella storia e nella cultura comuni, l’enfasi data alla diade madre-bambino, spesso confusi in un impasto fusionale, appare quasi una risposta che tende a semplificare l’incertezza dei sentimenti per l’infanzia, e quanto questi possano essere influenzati dalle mutevoli condizioni storiche.

Gestazione e nascita sono “mistero”, “trascendenza” che si materializza, che si accoglie5.

Nell’arte appaiono immense alcune raffigurazioni del “mistero della gravidanza”, come, ad esempio, in Pier della Francesca che pone il padre sempre ad un lato, come figura marginale: è raro vedere grandezza nelle sue rappresentazioni.

Anche se Giuseppe è grande quando accetta la materializzazione della trascendenza nella sposa-madre-vergine.

Ispirato ai buoni sentimenti del Romanticismo, è il “Pinocchio” di Collodi, in cui Geppetto è grande quando decide di costruirsi con il legno, in solitaria povertà, il figlio desiderato. Egli è dunque il padre, ma anche il “costruttore” di un burattino di legno. Il rapporto padre-figlio qui non è semplicemente di tipo educativo, perchè il padre crea materialmente e plasma il figlio come vorrebbe che fosse e, aiutato da uno straordinario prodigio, il burattino acquista un corpo in carne ed ossa, ma anche un’anima, dei sentimenti buoni, ingenui, ancora essi voluti dal padre, che lo portano a vivere una serie di esperienze negative, come vendere l’abecedario, andare nel paese dei balocchi.

In luoghi antichi delle vicende dell’uomo abbiamo un padre che governa, che detta la sua legge, un padre che dà il nome alla stirpe, che è tanto grande e distante quanto vicino e potente.

Nel periodo preistorico i figli erano considerati esclusivamente in funzione dei padri, non dotati di una vita autonoma, di propri diritti, privi di quella maturità che dovevano ancora acquisire.

La figura paterna trae le proprie origini da quelle dei grandi patriarchi greci, romani ed ebrei, che hanno rappresentato l’autorità più potente conosciuta dall’uomo poiché il loro potere era sancito dalla religione e rafforzato dalle leggi. Il diritto romano e le opere di Platone e Aristotele evidenziano il potere assoluto che aveva il padre nel mondo latino e greco antico.

Nell’Epoca omerica Astianatte, figlio di Ettore, aveva l’incarico dal padre di difendere la città, infatti il suo stesso nome ha il significato di “difensore della rocca, della città”.

Il figlio di Ulisse, Telemaco, collabora con il padre nella lotta contro i Proci.

Nel mondo antico Senofonte, nel IV secolo a.C., nella Ciropedia esalta l’educazione persiana, perché il popolo persiano educava i figli ad essere guerrieri.

Nell’antico diritto romano i padri avevano diritto di vita e di morte sui figli.

Con l’avvento, poi, del Cristianesimo il rapporto padre-figlio migliorò: Cristo è figlio di Dio, inserito, però, in una trinità, ossia in un ambito più religioso, che umano ed affettivo.

Sant’Agostino (354-430 d.C.) fu tra i primi a curare una descrizione dei bambini senza eccessive assunzioni adultomorfe, ma, ancora, con un particolare interesse verso i segni del peccato originale.

Nel Medioevo la cristianità contribuì a stimolare un maggiore interesse per i bambini, anche se i Vangeli contengono poche descrizioni di Cristo bambino.

Dunque, fino al ’700 il rapporto tra padri e figli era di stretta dipendenza, ossia il figlio non era considerato in sé, dotato di una propria autonomia, ma come un uomo “in piccolo”, un “essere” che doveva diventare uomo, e che quindi, senza propri diritti, veniva educato solo in funzione della sua vita futura.

Al ’700 si datano le prime rappresentazioni iconografiche che riproducono la famiglia con la presenza dei figli, mentre solo a cavallo dell’Ottocento, dietro la spinta illuministica, la psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza nasce come disciplina autonoma dalla Psichiatria, con un particolare interesse al ritardo mentale6.

Jean-Jacques Rousseau nel 1762 descrive in Emilio il bambino di sempre, anche se egli non ebbe comportamenti ideali di padre e propone una pedagogia che rispetta il corso naturale dello sviluppo infantile7.

Con il Romanticismo nasce il rapporto sentimentale.

Il romanzo che esprime questo mutato rapporto è Papà Goriot di H. de Balzac8, in cui il padre, il “Cristo della paternità”, sacrifica tutto se stesso per dare una dote ed un futuro alle sue due figlie. Quando egli muore, ormai in piena miseria, le figlie non partecipano al suo funerale, adducendo banali malesseri.

Ne I Malavoglia di Verga (’800)9 Padron Toni è il patriarca, il padre della famiglia, così quando egli muore la famiglia si disgrega. Nelle società agricole di allora, ma in parte anche in quelle più moderne, tutto è in funzione del capo-famiglia, i figli si perdono senza il padre.

Nell’epoca moderna e contemporanea il figlio comincia ad acquisire la sua autonomia: esempio è la La Montagna incantata di T. Mann10, in cui il figlio fa una serie di esperienze in un sanatorio, senza la presenza del padre.

Dunque, se nel periodo precedente la Rivoluzione Francese il padre rappresenta l’autorità, successivamente il figlio comincia a sganciarsi dal rapporto con il padre, acquisendo una propria autonomia.

Cito un caso estremo di “distacco” di cui parla Ariès P.11: un padre non si ricordava neppure quanti figli avesse, tanto che anche la morte di un figlio non provocava afflizione e dolore.

La fisionomia dell’unità familiare da quell’epoca ha subito notevoli trasformazioni a causa dei cambiamenti sociali e culturali che si sono succeduti. Nella società italiana, di recente, il comportamento paterno ha acquistato nuove sfaccettature che lo rendono peculiare rispetto alle realtà europee. Il padre oggi è molto più presente fra le mura domestiche di quanto non lo fosse in passato, più disponibile a prendersi cura dei figli.

L’arrivo di un figlio rappresenta un momento di “crisi”12 nella vita sia del padre che della madre, nel senso di “trasformazione”, “rottura” di un precedente equilibrio, fenomeni da intendersi, però, non in una accezione negativa, ma verificantisi lungo un continuum tra un “prima” e un “dopo”, quindi “crisi”come “processo evolutivo”. Un momento in cui specifiche pulsioni libidiche e adattive mettono alla prova il preesistente equilibrio.

In una coppia l’evento della gravidanza è fra tutti il momento di maggiore impatto per l’uomo con la ritmica, ma misteriosa processualità della natura femminile, dove ciò che la donna sente, l’uomo può solo, eventualmente, constatare. Con l’inizio della gestazione, infatti, emerge la sottile ma fondamentale differenza tra l’universo senso-percettivo femminile e quello maschile, il primo caratterizzato da una sensorialità prevalentemente cenestesica, intima e diretta, il secondo da una sensorialità soprattutto visiva, uditiva, tattile, ma imprescindibile dalla presenza della donna in attesa.

In questo senso, il primo padre che ogni bimbo conosce è quello che gli viene trasmesso e modulato dalla madre e tale immagine è il frutto della qualità del rapporto che lei ha con se stessa, a sua volta imprescindibile dal proprio partner. 

All’inizio dell’evento procreativo il padre è obbligatoriamente esterno e il rapporto padre-bambino è necessariamente indiretto: è attraverso la madre che avviene il primo incontro padre-bambino, anche se diretto deve essere il contenimento mentale da parte del padre che abbracci entrambi i componenti della diade, la madre e il bambino.

La Klein, nella Psicoanalisi dei bambini 13 affermò che il padre è innanzitutto un oggetto della madre, è da lei incorporato ed è simbolizzato come pene nel ventre materno.

Madre e bambino sono un’unità corporea: nella donna gravida cambia la relazione con se stessa e con il partner, concentrandosi su di sé e sul bambino che le cresce dentro e, nell’attesa, sviluppa gioie, speranze, fantasie, la “preoccupazione primaria”14.

La “preoccupazione”  del padre ha un altro decorso: è la preoccupazione per le nuove responsabilità che lo attendono come “supporter” della famiglia: egli sa che dovrà svolgere questa funzione di sostegno, ma, allo stesso tempo, si domanda quanto a sua volta sarà emotivamente sostenuto.

Dunque, mentre la funzione materna si fonda su basi biologiche precise e facilmente reperibili che coinvolgono madre e bambino in una vicinanza corporea così caratteristica del loro rapporto, il padre, invece, intreccia con il bambino una relazione più distante che sfugge ad ogni controllo sensoriale diretto nonché ad ogni approccio percettivo, il cui valore è essenzialmente simbolico15.

Entrambe, prime relazioni di attaccamento, che vanno a situarsi nella “memoria procedurale”, che regola gli affetti dal punto di vista inconscio16.

Solo in tempi relativamente recenti la ricerca psicoanalitica ha riconosciuto l’importanza della figura del padre in relazione alle fasi precoci dell’interazione madre-bambino.

Winnicott17 sostiene che il padre, necessario di per sé e non come duplicato della madre, “diventa l’agente protettivo che libera la madre in modo che possa dedicarsi tutta al bambino” e che ad ella “impegnata dalla gravidanza, dal parto e dall’allattamento…sia risparmiato di doversi volgere all’esterno per far fronte alle cose circostanti, in un momento in cui ha tanto bisogno di volgersi verso l’interno”.

Gaddini E.18 riprendendo ed ampliando alcuni concetti di Winnicott ha voluto evidenziare quanto la figura paterna risulti essere centrale ancora prima della nascita del bambino e quanto una sua adeguata presenza nella coppia e un’adeguata risposta emotiva siano necessari al futuro padre per sostenere la madre fin dalla gravidanza. 

Nato il bambino, rimane forte l’unità simbiotica, diadica, e la madre è la figura primaria nella relazione oggettuale del piccolo, con la quale egli ha un rapporto di tipo “indifferenziato”, non solo durante la gravidanza ma anche nelle fasi successive di “dipendenza”.

A partire da questa indifferenziazione si svolgono i movimenti di affermazione del Sé, tendenti a superare la “con-fusione”: gradualmente avviene la separazione-individuazione, nel bambino si fondono esperienze positive e negative con la madre, si mescolano impulsi affettivi ed aggressivi, nascono le angosce che sfociano nella cosiddetta “crisi dell’ottavo mese”19.

In questa fase l’unità simbiotica si allenta, ed appare essenziale la presenza maschile, che facilita il processo di separazione-individuazione e l’adattamento al nuovo “codice cognitivo” offerto dal padre, in cui affettività e conoscenza si integrano  (Fornari F. 20).

Ancora per Winnicott 21, quando il bambino emerge dallo stadio di dipendenza assoluta, cominciando ad entrare in rapporto con persone intere, separate e distinte, il padre diventa importante per lui come persona; parte dell’importanza risiede nel fatto che, pur essendo una figura familiare, il padre è essenzialmente diverso da quella madre da cui il bambino è venuto emergendo. La relazione con la madre acquista una nuova dimensione quando la fusione cessa, ma per il bambino (oltre il confine del primo anno) la madre conserva una qualità soggettiva, perché la sua funzione consiste nell’essere disponibile per un ritorno allo stadio di fusione nei momenti in cui il bambino ne ha bisogno.

Il padre, dunque, nasce come “oggetto” intero, sin dall’inizio distinto e separato dal Sé del bambino, favorisce l’individuazione e stabilizza l’identità.

Gaddini E.22 sostiene che “oggetto intero” non sta per “secondo oggetto”, ma per oggetto d’amore da acquisire. A differenza infatti della madre (o del seno) che il bambino vive dapprima come parti del Sé, il padre rappresenta un “primo oggetto d’amore collocato fuori dallo spazio del suo originario rapporto con la madre” e verso il quale il bambino non mette in opera ricerche mirate (il capezzolo/seno) ma oscillazioni tra scariche di eccitazione e momenti di quiete.

La comunicazione affianca e sostiene una ricerca dell’oggetto non tanto legata alla soddisfazione dei bisogni di accudimento, quanto a quelli dell’incontro esplorativo con l’oggetto.

Se la madre rappresenta l’oceano in cui il bambino si immerge23, il padre rappresenta le norme, i valori sociali, l’autorità, l’elemento di raccordo principale tra norme familiari e sociali o, come voleva Winnicott 24, se alla madre appartiene “la stabilità della casa”, al padre appartiene “la vivacità della strada”.

Funzione paterna, quindi, come attesa com-prensiva, per facilitare la progressiva e faticosa accettazione da parte del bambino della realtà, con i suoi limiti e le sue differenze.

Così intesa la funzione paterna non è più assegnabile ad una sola figura genitoriale, ma rappresenta una dinamica più complessa che si ordina su uno scenario costituito da agenti complementari (la coppia genitoriale) ciascuno dei quali mantiene una propria specificità ed è contenitore dell’altro dal quale si sente a sua volta contenuto.

Nel corso della vita il padre diventa il modello che da un lato vogliamo imitare, e del quale, dall’altro, spesso vogliamo prendere il posto.

L’impulso affettuoso e quello ostile continuano a sussistere l’uno accanto all’altro, in una coesistenza degli opposti, nell’”ambivalenza emotiva”, spesso presente per tutta la vita.

 

Bibliografia

 

  1. Pasini W, Gelosia L’altra faccia dell’amore, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., Milano 2003
  2. Nordis S, Piazza G, Stefanini P, in Diventar Padri. La famiglia che si estende, i suoi simboli, il pediatra. Franco Angeli, Milano, 1983
  3. Nordis S, Piazza G, Stefanini P, op. cit.
  4. Bimbi A, a cura di, La funzione paterna nella formazione dell’Io, Edizioni del Cerro, Pisa, 1993
  5. Nordis S, Piazza G, Stefanini P, op. cit.
  6. Cassano G B, Pancheri P, in Trattato italiano di Psichiatria, II edizione Masson s.p.A. Milano, 1999
  7. Rousseau J J, Emilio, Corbaccio, Milano, 1991
  8. De Balzac H, Papà Goriot , Rizzoli, Milano, 2004
  9. Verga G, I Malavoglia, Arnoldo Mondatori Editore s.p.A., Milano, 2004
  10. Mann T La Montagna incantata, Corbaccio, Milano, 1992
  11. Ariès P L’enfant et la vie familiare sous l’ancien régime Plon, Paris 1960
  12. Bimbi A, op. cit. 
  13. Klein M, in Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978
  14. Winnicott D W The maturational processes and the facilitating environment N. Y. International Universities Press 1965
  15. Rosenfeld D, Mises R, Rosolato G, Kristeva J et al. La funzione paterna Borla, Roma 1995
  16. Rocca P intervento al Convegno Lo Psichiatra tra etica e legge, Asti Dicembre 2004
  17. Winnicott D W, op. cit.
  18. Gaddini E, Formazione del padre e scena primaria in Scritti, R. Cortina Editore, Milano 1989
  19. Spitz R, Relevancy of Direct Infant observation, Psychoanalytic Study of the Child, 1950
  20. In Psicoterapia Psicoanalitica, SIPP, Anno VI, Num. 2, Servizi Tipografici Caravaggio, Luglio-Dicembre 1999
  21. Winnicott D W, op. cit.
  22. Gaddini E, op. cit.
  23. Fromm E, L’arte d’amare, Il Saggiatore, Milano 1963
  24. Winnicott D W, op. cit.
Inserito il:30/12/2015 13:29:34
Ultimo aggiornamento:23/01/2016 10:24:07
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