Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Mike Jory (from Exeter, Devon, United Kingdom) - Women Chatting (2015)

 

Come stai? Come va!

di Giorgio Cortese

con la collaborazione di Cesare Verlucca

 

In mezzo alle polemiche tra virus e vaccinazione, potrà sembrare futile ma, fra le vittime del Covid19, ci sono anche le chiacchiere di cortesia.

Per spiegarmi meglio, mi riferisco a quel parlare del più e del meno che s’improvvisava quando si incontravano persone conosciute.

Dopo una stretta di mano, i discorsi che variamente si intrecciavano al bar nella pausa caffè; o per strada, in incontri fortuiti nei negozi, alle cene e negli eventi di qualunque estrazione, si esordiva nella maggior parte delle volte con un «Come stai?», a cui l’interlocutore rispondeva in termini generici, «Benissimo, e tu?». Poi il discorso proseguiva incanalato su una sequenza di domande non troppo impegnative del tipo:

«Cosa fai di bello?»,

«Hai fatto qualcosa di divertente?»,

“Da quale parte del mondo stai tornando?».

E via con i discorsi più generici possibili.

Oggi, il pericolo è che a un «Come stai?», l’occasionale interlocutore risponda ringhiando: «Come vuoi che stia?», o che mi apra una sfilza di lamentele, di rimostranze o, peggio, che mi parli della sua posizione sui vaccini e sul virus!

Fare quattro chiacchiere è di solito piacevole; può essere una forma di educazione, ma anche il naturale bisogno di stabilire connessioni e sentirsi parte di una comunità.

Parlando di epoche lontane, riferite a qualche generazione indietro, fa sorridere pensare che si spendeva il tempo iniziando a parlare del tempo, per poi parlare di tutto con leggerezza, senza astio e polemiche ma confrontandoci sulle idee.

Oggi quando incontro qualcuno, che da tempo non vedo, con il viso nascosto dalla mascherina, sicuramente non posso chiedergli se fa qualcosa di divertente; magari ha perso il lavoro, o ha appena avuto il Covid 19, o ha dei famigliari infettati a casa o in ospedale. A volte in apertura parto con l’ovvietà del tempo, affermando che fa freddo subito dopo il saluto.

Certo manca all’apertura la stretta di mano; mi manca da due anni il contatto fisico del dare la mano alle persone, ma non rinuncio a parlare, anche solo per ascoltare quello che ha da dire.

Molte volte l’interlocutore m’intrattiene con idee su pandemia e vaccini che sono in contrasto con le mie; a volte bizzarre, ma oggi più che mai la gente che si incontra ha bisogno di parlare e socializzare con i limiti imposti dalle misure anti contagio.

Ho letto in un libro che Leonardo Da Vinci affermava che il “Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri”.

Nella mia ignoranza ritengo che oggi, complici i social e la pandemia, siamo contaminati dall’autismo di massa.

Abbiamo smesso di ascoltare gli altri, e ognuno porta avanti solo la sua idea, senza curarsi di chi ha intorno o di quanto afferma.

Certo ascoltare non è mai stato facile, e oggi con la pandemia e le regole del distanziamento sociale è ancor più difficile. L’ascolto ha bisogno di mettere insieme l’orecchio, l’occhio, il cuore, e dunque è una sorta di esercizio che mette in moto l’intera persona.

Ascoltare vuole dire liberarsi da pregiudizi e faziosità che invece stanno crescendo a dismisura, anche per effetto della viralità del web, che concede a tutti la possibilità di coltivarli e di esprimerli.

Certo che la capacità di diffondere un prodotto entro gruppi omogenei di consumatori, in modo particolarmente veloce e capillare, utilizzando i nuovi mezzi di comunicazione è, a dir poco un rischio per l’umanità.

Oggi molti affermano le loro idee con intolleranza, cinismo sterile, convinzioni che si propagano come false verità. Sono tutti virus che inquinano l’ascolto evitando di parlarci addosso.

Oggi abbiamo bisogno di ascoltare, con un pizzico di umiltà, ma senza mai rinunciare passivamente alle motivazioni degli altri, perché per andare avanti, le nostre sole azioni sembrano non bastare e dobbiamo aggrapparci con tutte le nostre forze alla speranza, agendo come se quello che facciamo, facesse la differenza, anche in questa piccola azione dell’ascoltare.

Credetemi, la storia umana ci insegna che la maggior parte delle cose importanti nel mondo sono state compiute da persone che hanno continuato a provare quando sembrava che non ci fosse alcuna speranza.

 

Inserito il:19/01/2022 19:20:33
Ultimo aggiornamento:19/01/2022 19:35:16
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