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Il mito dei nativi digitali, e la rivincita degli “immigrati digitali”, con la IA
di Achille De Tommaso
Nel 2001, avendo io già una discreta familiarità con le reti digitali, avendoci lavorato dentro per trent’anni, lessi che un “consulente educativo” americano di nome Marc Prensky (*) aveva avuto un’illuminazione che avrebbe poi segnato un’epoca: secondo lui i giovani nati dopo il 1980 erano una specie nuova, i “nativi digitali”, creature dotate di un cervello ristrutturato dalla tecnologia, capaci di processare informazioni come un computer.
E noialtri, i più vecchi, eravamo “immigrati digitali”, condannati a parlare il nuovo linguaggio con un accento esotico e irrimediabile. Come tutti i migranti.
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La metafora era affascinante, ma falsa. E non lo dico io per risentimento generazionale, anche se a ottantadue anni qualche buona ragione ce l’avrei. Lo dice la ricerca scientifica.
Prensky e l’arte di costruire un mito con due parole
Bisogna riconoscere a Prensky un talento narrativo notevole. La dicotomia nativi/immigrati è una di quelle formule che si piantano nel cervello e non si sradicano più, come i ritornelli di Sanremo. Il nativo digitale, secondo la vulgata, è l’adolescente che nasce circondato da schermi, succhia informazioni, pensa in modo multitasking, ipertestuale, e guarda con compassione il genitore che stampa le email. L’immigrato digitale, per contro, è quello che porta fisicamente l’amico davanti al computer per mostrargli un sito interessante, invece di mandargli il link. Chi non si è riconosciuto almeno un po’ in questa caricatura?
Il guaio è che Prensky non ha mai prodotto uno straccio di evidenza empirica a sostegno della sua teoria. Il suo articolo fondativo del 2001 era un saggio d’opinione, non uno studio scientifico; conteneva intuizioni suggestive, metafore brillanti e zero dati. Come scrivono Paul Kirschner e Pedro De Bruyckere in un’analisi (*****) che dovrebbe essere lettura obbligatoria per chiunque usi l’espressione “nativo digitale” con disinvoltura: il concetto è affetto dalla presunzione che la semplice immersione in un ambiente tecnologico produca automaticamente competenza tecnologica. Come se crescere in una casa piena di libri rendesse automaticamente colti, o nascere in un garage pieno di attrezzi facesse di ogni bambino un meccanico.
Cosa dice la scienza (e che i giornali preferiscono ignorare)
La letteratura accademica sul mito dei nativi digitali è ormai sterminata. Uno studio bibliometrico del 2024 ha censito 1.886 articoli pubblicati sull’argomento tra il 2001 e il 2022 (**), e la conclusione è impietosa: non esiste alcuna evidenza che un’intera generazione abbia sviluppato capacità cognitive qualitativamente diverse per effetto dell’esposizione alla tecnologia.
Margaryan, Littlejohn e Vojt, in uno studio che Alessandro Caliandro cita nel suo bel saggio per Societing, (***) hanno dimostrato che gli studenti universitari di discipline tecniche sono significativamente più alfabetizzati digitalmente rispetto a quelli di discipline umanistiche, il che è banalmente ovvio. Ma c’è un dato che dovrebbe far crollare l’intero edificio: molti studenti manifestano l’esigenza di essere guidati dai loro insegnanti nell’utilizzo approfondito dei nuovi media. Ciò significa che i nativi digitali chiedono aiuto agli immigrati. Apocalittico, come dice giustamente Caliandro.
Ma il punto più devastante lo ha messo a fuoco Adam Dube della McGill University, in un’intervista del 2025 che meriterebbe di essere scolpita nel marmo digitale: “Anche se un ragazzino cresce usando YouTube o un telefono per giocare a Roblox, questo non significa che sappia usare la tecnologia per imparare davvero. Ma noi assumiamo che lo sappia.” Ecco: è l’assunzione che è tossica, non la tecnologia. La confidenza digitale può in realtà mascherare o causare una mancanza di pensiero critico. E questo ci porta dritti al cuore della questione.
L’intelligenza artificiale: il grande livellatore
Ora, se il mito del nativo digitale era già fragile quando si trattava di navigare su Internet, usare i social network e scrivere email senza stampare prima la bozza, con l’intelligenza artificiale generativa il mito semplicemente implode.
Perché l'IA generativa, ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot, Grok, DeepSeek (ecc…), non richiede competenze informatiche. Non bisogna saper programmare, non bisogna conoscere i protocolli di rete, non bisogna configurare nulla. Bisogna però saper parlare, e scrivere; anche in buon italiano. Bisogna saper formulare domande. Bisogna, soprattutto, saper valutare le risposte. E qui, scusatemi l'immodestia, ma qualcuno deve pur dirlo, gli over sessanta hanno un vantaggio strutturale che nessun ventenne può avere: sessant'anni di esperienza nel distinguere il vero dal verosimile, il serio dal truffaldino, la sostanza dalla fuffa.
E non è un vantaggio teorico. Perché i dati ci dicono qualcosa di scomodo su quei presunti 'nativi digitali'. Secondo il Rapporto INVALSI 2025, alla fine delle scuole superiori quasi uno studente italiano su due non raggiunge competenze adeguate in italiano. Questi ragazzi, che dovrebbero essere i 'nativi digitali', quelli che 'capiscono tutto al volo', non sono in grado di comprendere un testo scritto di media complessità. Come potranno formulare un prompt efficace, valutare criticamente la risposta di un'IA, distinguere un'informazione attendibile da un'allucinazione?"
Io chiamo l’IA la “calcolatrice del linguaggio”. Quando negli anni Settanta arrivarono le calcolatrici elettroniche, nessuno disse che i ragazzini erano “nativi aritmetici” perché sapevano premere i tasti; la capacità di capire se il risultato aveva senso restava prerogativa di chi aveva studiato la matematica, non di chi aveva in mano l’oggetto. Con l’IA è lo stesso: il ragazzino sa premere il tasto, ma è il professionista con quarant’anni di esperienza che sa se la risposta è attendibile, completa, pertinente, o se l’IA sta confabulando con la sicumera tipica degli incompetenti sicuri di sé che vogliono appagarti con risposte che ti piacciono.
I numeri italiani: una fotografia rivelatrice
Il report ISTAT “Cittadini e ICT” del 2025, freschissimo, pubblicato poche settimane fa (****), offre una fotografia dell’Italia digitale che merita qualche riflessione meno scontata di quelle che si leggono sui giornali.
I dati grezzi sembrano confermare il solito divario generazionale: il 71,7% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni possiede competenze digitali di base, contro il 27,4% della fascia 65-74 anni. Ma guardiamo meglio. Tra il 2024 e il 2025, la crescita più rapida nell’uso della rete si registra proprio tra gli over 65. La categoria che sta accelerando di più siamo noi, i migranti. Non solo: Gli over 65 sono la categoria che accede alla rete più di frequente esclusivamente tramite smartphone (quasi il 40% degli utenti anziani, contro una media generale del 20,5%).
Il paradosso dell’accento
Torniamo alla metafora di Prensky. L’immigrato digitale, diceva, parla la nuova lingua ma conserva sempre il suo “accento d’origine”. L’accento del vecchio. L’accento di chi stampa le email, di chi legge il manuale, di chi porta l’amico davanti allo schermo. Ebbene, nell’era dell’intelligenza artificiale, quell’accento si chiama pensiero critico. Si chiama esperienza. Si chiama giudizio. Il nativo digitale di Prensky twitta compulsivamente per accumulare follower, come documenta la bella etnografia di Caliandro sugli adolescenti di Twitter, costruisce comunità intorno agli idoli musicali, gioca al gioco della popolarità con l’efficienza manageriale di un trader di borsa, e quando raggiunge un certo livello di follower chiude l’account e ricomincia daccapo, perché il gioco è nel gioco, non nel risultato. Caliandro, con un’intuizione felice, li chiama “capitalisti sociali”, e ha ragione: sono bravissimi ad accumulare capitale sociale. Ma il capitale sociale non è capitale cognitivo. E nell’era dell’IA, è il capitale cognitivo che conta.
Il vero divario non è generazionale: è cognitivo
Il vero divario, quindi, non è tra chi è nato prima e chi è nato dopo l’avvento di Internet. Il vero divario è tra chi sa pensare e chi sa solo premere tasti, e questo è indipendente dall’età. L’ISTAT ci dice che il possesso di una laurea porta la quota di competenze digitali elevate all’86,1%, contro il 33,5% di chi ha solo la licenza media. È l’istruzione la variabile che conta, non l’anno di nascita. E l’istruzione non è solo il titolo formale: è l’abitudine al pensiero strutturato, alla lettura critica, alla formulazione di ipotesi, alla verifica dei risultati. Tutte cose che l’IA generativa richiede e premia.
Marc Prensky aveva torto nel 2001 e ha ancora più torto nel 2026. I “migranti digitali” non sono una specie in via di estinzione: sono una risorsa in via di riscoperta. Il loro accento non è un handicap: è un patrimonio. E nell’era dell’intelligenza artificiale, dove la macchina fa il lavoro computazionale e l’umano deve fare il lavoro di giudizio, quell’accento, l’accento dell’esperienza, della cautela, del senso critico, è (secondo me) il suono più prezioso che si possa sentire.
RIFERIMENTI
(*) Marc Prensky nel suo celebre saggio del 2001, Digital Natives, Digital Immigrants., elabora i seguenti punti chiave della sua teoria:
- La distinzione: Prensky coniò il termine "Nativi Digitali" per descrivere la generazione nata dopo il 1980, cresciuta immersa in computer, videogiochi e internet. Chi è nato prima e ha adottato la tecnologia in età adulta è stato definito "Immigrato Digitale".
- Il "Cervello Ristrutturato": Prensky sosteneva l'ipotesi della neuroplasticità, suggerendo che l'esposizione costante agli stimoli digitali avesse fisicamente "ricablato" (rewired) il cervello dei giovani, rendendoli capaci di un processamento delle informazioni parallelo e multitasking, a differenza del pensiero lineare tipico degli "immigrati".
- Il "Linguaggio" e l'Accento: Gli immigrati digitali, pur imparando a usare la tecnologia, manterrebbero sempre un "accento" (es. stampare una email per leggerla o telefonare per confermare che un'email sia arrivata), mentre i nativi parlerebbero la lingua digitale come madrelingua.
(**) Autori: M. Castellanos-Reyes, B. S. S. de Oliveira, A. L. Carr-Chellman.
Titolo: "The digital native myth: A bibliometric analysis". Pubblicato sulla rivista scientifica British Journal of Educational Technology (BJET).
Dettagli: L'analisi ha esaminato 1.886 articoli pubblicati tra il 2001 e il 2022, concludendo che il concetto di "nativo digitale" è un'etichetta priva di basi empiriche solide in termini di capacità cognitive superiori o diverse.
(***) Lo studio originale di Margaryan et al. è un pilastro della ricerca empirica che ha iniziato a scardinare l'idea di una "generazione omogenea".
- Autori: Anoush Margaryan, Allison Littlejohn, e Gabriele Vojt.
- Titolo: "Are digital natives a myth or reality? University students’ use of digital technologies".
- Rivista: Computers & Education, vol. 56, no. 2. Anno: 2011.
- Conclusione chiave: Gli autori dimostrano che l'uso della tecnologia da parte degli studenti è influenzato molto più dalle discipline di studio e dai metodi di insegnamento dei docenti che dall'appartenenza generazionale. Gli studenti di discipline tecniche (ingegneria, informatica) mostrano competenze e usi molto più avanzati e critici rispetto ai colleghi di discipline umanistiche, smentendo l'idea che "tutti i giovani" siano esperti digitali per diritto di nascita.
(****) Il rapporto ISTAT "Cittadini e ICT – Anno 2025" è stato pubblicato ufficialmente il 22 aprile 2026. Questo documento annuale, basato sull'indagine "Aspetti della Vita Quotidiana", monitora l'evoluzione digitale del Paese in linea con gli obiettivi del Decennio Digitale 2030.
(*****) Autori: Paul A. Kirschner e Pedro De Bruyckere.
Titolo: "The myths of the digital native and the multitasker".
Rivista: Teaching and Teacher Education, Volume 67. Anno: 2017.
Il danno educativo: La "lettura obbligatoria" invocata nel testo serve a denunciare come questa presunzione abbia spinto molte scuole a smettere di insegnare le basi dell'informatica e della ricerca, partendo dal presupposto errato che i ragazzi le possedessero già "per osmosi".

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