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Perché l’immobilismo dei giovani? Una generazione senza futuro apparente
di Achille De Tommaso
Nell’ultimo incontro Zoom di “Nel Futuro” è emersa la domanda che: cosa dobbiamo fare per i giovani? È una domanda importante, ma di difficile risposta, perché tocca il nervo scoperto di un Paese che da decenni sceglie di proteggere il presente a scapito del futuro.
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Dopo la netta vittoria del No all’ultimo referendum sulla riforma della Giustizia, un dato ha colpito molti di noi: tra i 18 e i 34 anni il No ha superato il 60%. È sicuramente il segnale di una generazione che si sente distante dalle scelte del Paese, che percepisce le istituzioni come qualcosa che non la rappresenta e che, di fronte al cambiamento proposto, preferisce mantenere lo status quo piuttosto che rischiare qualcosa di peggio.
Questo voto si inserisce in un quadro più ampio di immobilismo generale italiano che ho già descritto in un articolo precedente. In Italia i giovani non sono pigri né apatici per natura: sono razionali in un sistema che premia la cautela e punisce il rischio.
I genitori, spesso, rafforzano questo meccanismo. Molti padri e madri italiani, segnati dalle incertezze del proprio percorso, invogliano i figli a cercare il “posto sicuro” – meglio un contratto pubblico stabile, anche se modesto, che un’avventura imprenditoriale o un impiego privato con stipendio più alto ma precario. Non solo: secondo i dati OCSE, il 79% dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori, uno dei tassi più alti al mondo (superato solo dalla Corea del Sud). In Italia si esce di casa in media a 30 anni, contro i 26 della media europea. La “casa dei genitori” diventa così una forma di welfare familiare che ritarda l’indipendenza, riduce la propensione al rischio e prolunga una dipendenza economica e psicologica che non aiuta a costruire il futuro.
Partiamo da un dato di realtà brutale: l’Italia è un Paese che ha sistematicamente scelto di proteggere il presente a scapito del futuro. Non per cattiveria, ma per struttura: un sistema politico dove il peso elettorale degli over-60 è schiacciante, un mercato del lavoro che premia l’anzianità sulla competenza, un sistema pensionistico che per decenni ha distribuito più di quanto incassasse, un tessuto imprenditoriale – con le dovute eccezioni – che fatica a delegare alle generazioni successive.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i giovani italiani emigrano. Non i peggiori, i migliori: quelli che hanno studiato, che parlano le lingue, che hanno le competenze. E quando se ne vanno, non tornano, perché trovano altrove stipendi dignitosi, meritocrazia almeno parziale, la possibilità di sbagliare senza essere marchiati a vita. Nel 2024-2025 abbiamo toccato nuovi record di emigrazione di laureati: oltre la metà dei giovani che partono ha un titolo universitario.
Cosa si dovrebbe fare? Provo a ragionare per punti essenziali, non come ricetta miracolosa ma come traccia di discussione per i nostri prossimi incontri.
Primo: (lo abbiamo detto) smettere di trattare l’istruzione, la formazione, come un costo e iniziare a trattarla come un investimento. L’Italia spende per l’istruzione meno della media OCSE in rapporto al PIL (intorno al 3,9-4% contro valori più alti in molti partner europei). Le università sono sottofinanziate, i ricercatori pagati poco, i laboratori spesso obsoleti. Formiamo ottimi laureati – lo dimostrano le carriere all’estero – ma li formiamo per gli altri.
Secondo: riformare il mercato del lavoro in modo che premi il rischio, non la rendita di posizione. Un ventottenne guadagna in media molto meno di un cinquantacinquenne a parità di mansione non perché produca meno, ma perché il sistema retributivo è costruito sull’anzianità. Le professioni protette (notai, farmacisti, ecc.) restano fortini ereditari. In molte grandi aziende private (es. Olivetti, Telecom Italia) è invalso l’uso di dare al figlio il posto del padre che va in pensione. L’accesso al credito per chi vuole avviare un’impresa, poi, è ancora un percorso kafkiano. Soprattutto se l’imprenditore è un giovane.
Terzo: dare ai giovani un ruolo vero nella transizione digitale, non decorativo. I piccoli Comuni hanno bisogno disperato di competenze digitali. I Centri di Competenza Territoriali potrebbero diventare il veicolo per offrire ai giovani lavori qualificati, vicino al territorio, con impatto reale – invece della scelta tra fuga all’estero e sottoimpiego.
Quarto: restituire ai giovani il senso del futuro. Una generazione che cresce sentendosi dire che il debito è insostenibile, che le pensioni non ci saranno, che la casa è inaccessibile, che il lavoro è precario, è una generazione a cui è stato rubato il futuro come categoria psicologica. Non si risolve con bonus, ma con scelte strutturali che dimostrino che il Paese scommette su di loro.
Quinto: insegnare loro a pensare, non solo a eseguire. L’IA farà molte cose al posto dei giovani, ma non eserciterà giudizio critico, non collegherà domini diversi, non assumerà responsabilità morale. La formazione del futuro deve formare cittadini capaci di dire “questo output dell’algoritmo non mi convince”.
Il vero problema di fondo è che tutto questo richiede una classe dirigente disposta a fare scelte il cui beneficio si vedrà tra vent’anni e il cui costo politico si paga domani. Ed è esattamente il tipo di scelta che il sistema politico italiano, con i suoi cicli elettorali brevi e l’ossessione per il consenso immediato, è strutturalmente incapace di fare. È l’immobilismo istituzionale di cui parlavo: un Paese che sa diagnosticare i propri problemi con lucidità spietata e poi non fa nulla per risolverli.
La risposta onesta alla domanda “cosa dobbiamo fare per i giovani?” è dunque questa: sappiamo cosa fare. Non lo facciamo perché costa, e chi ne pagherebbe il prezzo elettorale preferisce non pagarlo. È un problema di coraggio politico prima che di policy. E il coraggio, purtroppo, non si legifera. (Don Abbondio docet).
Ma noi di “Nel Futuro”, come sempre, possiamo continuare a ragionare, a proporre, a tenere viva l’attenzione su questi temi. Perché se non investiamo sui giovani oggi, non avremo un futuro domani. E il voto del No al referendum potrebbe essere solo il primo segnale di una generazione che, stanca di aspettare, comincia a dire “no” a un sistema che non la include.

