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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giacomo Di Chirico (Venosa, 1844 – Napoli, 1883) – Ritratto immaginario di Orazio

 

E’ ora di ragionare sulla tecnologia

di Gianni Di Quattro

 

Tutti parlano della tecnologia per dire dove siamo arrivati grazie a lei, per cercare di capire come e dove è concentrata nel mondo e quali possono essere i suoi effetti sulle democrazie, per ipotizzare il futuro, per spingere il nostro paese in particolare all’impiego massiccio, si dice alla digitalizzazione, uscendo dalla sua arretratezza tecnologica appunto, facendo intravedere che questo porterà dei benefici incredibili al mondo del business e alla vita di tutti i cittadini. Ma sarà poi vero, sarà davvero così?

Certo la tecnologia è la strada ormai inevitabile dell’umanità verso il futuro, si pensi alla ricerca in tutti i campi ed ai progressi che si fanno e si potranno fare per esempio nella sanità o nella comprensione dell’universo, alla conservazione dei pensieri e delle produzioni dell’uomo a partire dalla cultura, al miglioramento delle condizioni di vita, ai sistemi di comunicazione e di informazione, allo studio della natura, ai sistemi di produzione.

Senza dubbio ormai è la tecnologia che detta l’agenda e i ritmi della evoluzione del mondo e che influenza tutti gli accadimenti non solo quelli che possono essere qualificati come semplicemente tecnici, ma anche quelli sociali, politici e culturali. E questo è un dato di fatto come direbbe qualsiasi avvocato.

Vuol dire che un numero limitato di aziende monopolizzano, e lo faranno sempre più nel futuro, attraverso la tecnologia tutto, proprio tutto. Vuol dire, e bisogna avere il coraggio di prenderne atto, che il potere sarà sempre più nelle mani di pochi, che i paesi con sistemi democratici magari conquistati con il sangue dovranno rivedere il loro modo di vivere, che le diseguaglianze tra paesi, tra ricchi e poveri, tra oriente e occidente, tra maschi e femmine, sono destinate ad aumentare.

Un pensiero galleggia tuttavia in questo mare di ottimismo e di pessimismo umano nello stesso tempo e cioè che pensare ai nuovi scenari senza una preparazione culturale e sociale adeguata è rischioso, pericoloso, frustrante per qualsiasi paese e per tanta, tantissima gente.

Vuol dire, in altri termini, che la introduzione della tecnologia anche dove è superflua o dove potrebbe non essere indispensabile e fatta solo per l’interesse delle grandi e poche multinazionali del settore è una brutta cosa. E pure una brutta cosa è la introduzione della tecnologia in modo drastico senza la indispensabile sovrapposizione in modo da dare modo alle generazioni più avanti negli anni di non cadere nella disperazione e di sentirsi esclusi in modo definitivo dal consesso sociale in cui fisicamente sono. Ma anche la introduzione di tecnologie non stabili nell’hardware e nel software, ancora fragili, ancora bisognose di continue modifiche, di aggiornamenti, di cambiamenti, perché questo può far piacere ai tecnici e forse alle imprese che si occupano di sistemi e di manutenzione di sistemi, ma è una grandissima brutta cosa da un punto di vista sociale e umano.

La tecnologia dunque è indispensabile ed è giusto che lo Stato, tutti gli Stati, investa in essa per garantire efficienza nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici e per consentire una vita migliore a tutti i cittadini, ma è sbagliato spingere al limite questo concetto. È sbagliato smontare sistemi e strutture fatte da uomini e con uomini che se ne fanno carico solo per avere il piacere di fare le stesse cose con sistemi automatici o con automi al posto degli uomini, è sbagliato perché non si ottiene alcun vantaggio, si crea un solco profondo tra generazioni, si procurano affari e potere a poche grandi aziende nel mondo, si spinge l’umanità verso il grande oceano della solitudine senza motivo. E poi anche si inquina il vero ruolo della tecnologia, la si spinge oltre il suo ruolo, si costringe la vita di tutti a diventare schiava della tecnologia anche quando è superflua, anche quando toglie lavoro e spazio agli uomini, anche quando la sua applicazione è prematura e il suo stato fragile.

Est modus in rebus diceva un grande del passato e forse aveva ragione, ma è difficile farlo capire ai sacerdoti della tecnologia sparpagliati nel mondo ed agli speculatori che amano accumulare ricchezze anche se non a favore dell’umanità tutta.

 

Inserito il:23/11/2020 11:24:51
Ultimo aggiornamento:23/11/2020 11:38:28
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