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Aggiornato al 17/12/2018

David Alfaro Siqueiros (Camargo, Mexico, 1896 – Cuernavaca, 1974) - Mural "The University for the People,The People for the University"

 

Giocavamo alla politica

di Gianni Di Quattro

 

Tanti anni fa nelle Università italiane tanti giovani si sono avvicinati alla politica e io ero tra questi con grande entusiasmo. Gli obiettivi non erano solo rivendicazioni di tipo sindacale, come per esempio assegnare le borse di studio dell’Opera Universitaria o come regolare gli orari delle lezioni od ancora come organizzare i pani di studio magari allargandoli verso nuove scoperte, nuove teorie e pensieri. Si chiedeva tutto questo ed ancora altro, ma soprattutto si cercava di acquisire diritti, si cercava di smantellare vecchie strutture ed abitudini eredità del ventennio fascista, si ragionava sulle libertà e sul futuro, si discuteva e ci si confrontava. Si facevano incontri e congressi, ci si collegava tra università in specie della stessa regione. E si facevano le elezioni per eleggere i rappresentanti di tutti, ci si abituava al gioco democratico, alle campagne elettorali, alla presentazione di programmi e dopo a rendere conto, a diffondere i risultati delle varie azioni politiche nei limiti del possibile, cioè coscienti di quello che ragionevolmente si poteva ottenere, perché eravamo tutti interessati a potenziare le istituzioni nascenti e non a distruggerle.

In altri termini, quel periodo, quei movimenti hanno abituato tanti giovani alla democrazia, ci hanno fatto capire come è difficile e talvolta faticoso essere democratici veramente, ma come è importante per sentirsi uomini, uomini civili, sociali, umani, capaci di competere e capaci di impegnarsi, ci ha fatto capire quanto la responsabilità è una caratteristica dell’uomo democratico e non solo il diritto ad avere. Abbiamo imparato cioè che la democrazia può avere successo, può essere di tutti nella misura in cui per tutti esiste l’equilibrio dei diritti e dei doveri.

Erano importanti le riunioni tra di noi, le cene nelle taverne a parlare sino a notte avanzata, i primi viaggi per partecipare a congressi nazionali od a semplici incontri preparatori, imparavamo che le conquiste si potevano ottenere ma sempre con il rispetto, nell’interesse di tutti e che un vero democratico lavora e vive per cancellare fenomeni di odio. Certo lottavamo per vincere, per conquistare il potere, ma nelle regole e poi chi lo conquistava aveva il dovere di rispettare e aiutare il perdente. Altrimenti era il far west, altrimenti non era democrazia e lo cominciavamo a capire!

Tanti giovani eravamo impegnati e penso che questa attività, questo tanto discorrere, studiare, confrontare abbia contribuito a creare la personalità di ciascuno di noi. Poi siamo andati nella vita, alcuni di noi hanno continuato nella politica e qualcuno ha anche giocato ruoli di primo piano nel paese ovviamente su fronti diversi, tanti altri ci siamo dati al lavoro nelle aziende, nelle istituzioni statali, abbiamo costruito un vita normale o perlomeno ci abbiamo provato facendo slalom qualche volta, o più spesso per alcuni, tra delusioni e qualche successo. Ma penso che quasi a tutti è capitato quello che è capitato a me, di non avere dimenticato l’impegno e la fatica di quegli anni, di partecipare al lavoro e alla società in modo più profondo e responsabile, penso che sia stato più facile accettare sconfitte e continuare nel percorso, penso che forse, e questa è una speranza, siamo riusciti a contagiare dei nostri ideali, del nostro modo di interpretare la vita e i sentimenti tutti coloro ai quali siamo stati più vicini per qualsiasi motivo. E penso che nel costruire le amicizie della nostra vita è stato più facile quando si incontrava qualcuno che aveva avuto lo stesso percorso, perché ci sembrava di appartenere alla stessa famiglia e non solo alla stessa generazione. Perché la lotta per vivere era stata un impegno non solo scolastico od organizzativo, ma soprattutto umano.

Non lo so se ora le università del paese sono attraversate ancora da impegni giovanili come quelli dei nostri tempi, non so se i giovani hanno l’abitudine di incontrarsi, di parlare, di avvicinarsi al modo di fare politica per sentirsi cittadini, per capire meglio come costruire il loro futuro e non solo con la conoscenza di ciò che si studia, se hanno la stessa ansia e voglia di democrazia e di rispetto che sentivamo di volere noi. Speriamo abbiano il tempo per giocare anche loro, come noi lo abbiamo fatto ai nostri tempi, e speriamo lo facciano consapevolmente e non legati a partiti e movimenti nazionali, perlomeno non in modo forte, ma solo per qualche riferimento ideologico o di qualche valore politico, sociale o morale. Come era per noi.

Perché questa speranza? Perché ora come allora il futuro del paese passa attraverso i giovani, gli unici legittimati a costruire il futuro per loro e per le loro famiglie vecchie e nuove, solo loro possono avere il coraggio di innovare, di cambiare. Ma i giovani per giocare da protagonisti hanno bisogno di imparare, di provare, di giocare alla democrazia, di capire quali sono i diritti irrinunciabili e quali meno, come si deve fare per difenderli o conquistarli, in altri termini devono provare mentre acquisiscono conoscenza, mentre crescono e maturano idee e riflessioni, quando i confronti sono sinceri e importanti anche se accesi, quando il desiderio di capire è più importante di qualsiasi altra cosa.

La paura è che oggi i giovani non sono impegnati in questo sforzo umano, culturale e politico, perlomeno non si avverte la loro presenza e la loro voce. La colpa è di un passato che ha illuso tutti, di un benessere diffuso che faceva pensare a una società leggera, dove non c’era bisogno di impegnarsi e dove le famiglie avevano quello che non avevano mai avuto. Ma sono mancati anche i maestri del pensiero, i riferimenti culturali e letterari cui i giovani potevano riferirsi, mentre irrompeva la tecnologia che ha illuso tutti di sapere tutto, di essere in contatto con tutti, di potere influire su tutto con un like o con qualche parola chiave.

Oggi si ipotizza una società liquida, virtuale, dove ognuno con il suo smartphone pensa di influire, di ricevere le informazioni direttamente dal Presidente, pensa che i suoi messaggi arrivano dove si vuole, pensa che la sua voce ha un peso. E nessuno capisce che una società disumanizzata, diventa sempre più diseguale, più fanatica, più religiosa nel senso che crede di più nel sovrannaturale come speranza umana e interpreta la politica di oggi come una credenza e non come la forma più nobile dell’attività dell’uomo per creare una comunità, per farla funzionare, per perseguire solidarietà e diffondere cultura.

Credo che bisogna interrogarsi su questo fenomeno, individuare le colpe che probabilmente sono diffuse e, soprattutto, capire cosa e se qualche cosa si può fare per far capire ai giovani che da loro, solo da loro, dipende il futuro. Dicono che in qualche paese e molto recentemente qualcosa si agita in questo senso, come per esempio negli Stati Uniti del Presidente Trump che non è un grande esempio di democrazia e di educazione civica, speriamo sia vero e speriamo che un’altra parte del genere umano, le donne, sino ad ora vittima di sopraffazione e in qualche parte del mondo anche di brutale violenza abbia la possibilità di giocare, di portare la sua freschezza sull’altare del futuro, del progresso e della civiltà.

Noi dunque, quelli della mia generazione, quelli che abbiamo conosciuto le università negli anni cinquanta, giocavamo e siamo felici di averlo fatto per noi e per il paese. Adesso tocca ai giovani di oggi e alle donne, a tutte le donne, di giocare. Parliamone, come diceva un mio vecchio e caro capo!

 

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Inserito il:04/12/2018 19:35:53
Ultimo aggiornamento:04/12/2018 19:40:38
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