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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Richard Hubal (Woodbury, Minnesota, USA - ) - Carnival of Democracy (2007)

 

Quanto vale la democrazia

di Fabrizio Cugia di Sant'Orsola

 

Il successo elettorale dei nuovi populismi, e la ricerca della pietra filosofale, ricetta o elemento vincente che si nasconderebbe dietro questi fenomeni inarrestabili, rischia di appannare il vero duello innestato dalla nostra “epoca dello smarrimento”, per dirla con Christofer Bollas: se la democrazia deve vivere oppure no.

L’ultimo episodio nostrano, la pubblicazione sui quotidiani del sempreverde art. 21 della Costituzione sulla libertà di stampa, fatto dalla Fieg per ricordare a chi governa come non si debbano immaginare censure o limitazioni alla libertà d’espressione, emblematicamente ricompone l’intera questione. Si può anche dissentire su ogni e qualsiasi cosa in tema di programmi e modi di estrinsecarli (e i tweet pure sgangherati di Trump insegnano non poco), ma su una cosa non si dovrebbe poter discutere. Sulla visione d’insieme, sulle regole fondamentali del gioco.

Ecco, qui s’annida il busillis. Su questa rivista già Perrotta e Amodeo si sono interrogati circa il limite del legittimo uso da parte dei politici (in termini di costruzione di consenso) dei social media, nuovi strumenti di distrazione di massa. Il fenomeno, tuttavia, preso in sé non appare neanche tanto nuovo, a ben vedere: son secoli, da Gutenberg in poi, che il mezzo stampa costituisce il principale transito di idee e di diffusione di programmi. Semmai i nuovi media, e in particolare i social per come costruiti, assembrano e aggregano insieme persone similmente apparentate, anche in termini di inclinazioni politiche. In un certo senso si sostituisce la vecchia carboneria, massoneria o sezione politica di quartiere. Il radicamento nel territorio si fa oggi virtualmente, tramite proclami o tweet che poi si disseminano come palloncini sul web in cerca di facili consensi in loco, dove poi si va a raccolta.

Il problema prospettico risiede in altro, ossia in due fattori totalmente diversi ma “politicamente” convergenti, inscindibilmente associati al fenomeno dei social media politicamente intesi: l’uso (diretto o indiretto) delle fake news per scopi propagandistici e, dall’altro lato, la riduzione della facoltà di discernimento nei viewers, ossia l’abbattimento, lato fruitori dei messaggi, delle facoltà di verifica, approfondimento e coinvolgimento. Se vi sia un nesso ontologico profondo tra i due fenomeni non posso dirlo. Suppongo di sì, purtroppo.

Ma mentre il primo fenomeno (fake news) appare se non altro finalmente giunto a sollecitare l’interesse stesso dei legislatori per il suo incredibile potenziale lesivo, e non certo per interessi di bottega (gran parte dei populismi, da Trump alla Brexit per non parlare dei campioni nazionali devono molto ai tam tam pre-elettorali triangolati da siti in Macedonia o Russia forieri di dubbie collusioni), l’ultimo fenomeno - ossia la negazione di obiettività e l’abbandono di ogni razionalità o scientismo - si lega ahimè proprio al tipo di ordinamento che si immagina come proprio, essendo legato, alla fin fine, all’immagine stessa che l’uomo ha di sé, e quindi alla legittima limitazione dei suoi diritti e prerogative, alle sue libertà come singolo con tutto il suo bagaglio di diritti e doveri universali.

Ogni rivoluzione sulla terra ha mosso i suoi passi per effetto della forza propellente dei suoi sostenitori, e certamente l’attuale regime del web mondiale non fa certo eccezione. Ma la sete di autoritarismo espressa in ogni parte del globo, anche nelle democrazie occidentali, pronte a negare l’indifendibile pur di portare a casa il consenso (si pensi a Trump e all’accordo di Parigi sul riscaldamento globale, oppure al recente caso dei vaccini in Italia) dimostra che il problema non è tanto l’oscuramento dei fatti per tornaconto politico, quanto l’esigenza che tali fatti debbano guidare o meno l’azione politica, ossia l’interesse generale.

La diffusione virale di fake news nei social media è stata pilotata da interessi politici, forse stranieri o forse no, ma il tam tam è stato reso possibile soltanto tramite i like e le condivisioni da parte di milioni di utenti, in buona parte perfettamente consapevoli del mendacio, o se non altro dotati di strumenti minimi di ragione atti a dover imporre – in un sistema evoluto e interconnesso di conoscenze – ragionevoli dubbi di condotta sull’uso di tali informazioni. Tuttavia oggi i valori non sovrastano più l’individuo, e la Verità non impone più una dedizione di sorta: un like o un consenso significano la vittoria. Nelle democrazie occidentali, i Congressi e le assemblee parlamentari non costituiscono più consessi per veder dibattute e approfondite contrapposte linee o programmi in cerca di una sintesi per il bene comune. Son divenuti amplificatori partigiani di una fazione contro l’altra, da relegare rigorosamente a minoranza silenziosa soccombente. Il politicamente altro non rappresenta più una campana diversa, ma un nemico da abbattere.

Ecco il pericolo dietro alla censura alla stampa, alle liste di proscrizione e alla deformazione delle informazioni. Alla fine si negano alla radice i diritti stessi dell’altro, il suo pensiero come arricchimento dialettico del proprio.

E come diceva Voltaire, la democrazia è un sistema nel quale io son pronto a morire perché tu possa dire la tua. Bei tempi.

 

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Inserito il:20/11/2018 15:43:08
Ultimo aggiornamento:20/11/2018 15:57:18
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