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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Gavin Coates (Leeds,UK, Late 50’s - Cartoonist) - China and Africa

 

Migranti: l’invasione cinese dell’Africa

di Achille De Tommaso

 

Quando gli esseri umani avranno riempito la Terra, devastato le sue risorse naturali, resa l’aria irrespirabile per l’inquinamento, cercheranno un altro pianeta per insediarsi. Manderanno prima navicelle di esplorazione, con pochi esploratori; insedieranno i primi coloni e cominceranno a preparare le strutture per il grosso della popolazione. E poi, quando tutto sarà pronto, partiranno in massa. Se avranno la fortuna di trovare degli indigeni deboli, potranno sottometterli.

Forse questo accadrà fra qualche migliaio di anni; ma la Cina pare lo stia già facendo oggi: verso l’Africa.

Ma l’idea è relativamente remota: il 5 giugno 1873, in una lettera al The Times, Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, ma anche importante esploratore africano, illustrò un coraggioso (coraggioso per l'epoca, oggi lo considereremmo assolutamente barbaro e offensivo) nuovo metodo per 'domare' e colonizzare quello che allora era conosciuto come il Continente Nero.

"La mia proposta, come parte della nostra politica nazionale, è quella di incoraggiare gli insediamenti cinesi; ciò nella convinzione che gli immigrati cinesi non solo potranno mantenere ivi le loro attuali condizioni; ma che, moltiplicandosi, i loro discendenti soppianteranno la razza inferiore dei negri" .

"In questo modo, io mi aspetto che il bacino africano, oggi scarsamente occupato da pigri selvaggi, in pochi anni potrebbe essere gestito dai laboriosi e ordinati cinesi; i quali potrebbero vivere, o come comunità "associata"; oppure con sistemi di governo separati, in libertà, ognuno con le proprie leggi. “- scrisse Galton .

Nonostante un molto dibattuto intervento sul tema in Parlamento e un acceso dibattito nei saloni della Royal Geographic Society, tenutosi due mesi dopo, Galton insistette sul fatto che «la storia del mondo racconta la storia di spostamenti continui delle popolazioni, ognuna poi rimpiazzata da un successore più degno; e l'umanità, in questo modo, ci guadagna». Per inciso, Galton era una figura controversa, infatti era anche il pioniere dell'eugenetica, la teoria utilizzata da Hitler per cercare di realizzare i suoi sogni di una razza tedesca superiore.

Alla fine, i grandi piani di reinsediamento di Galton furono frenati perché, a quel tempo, per la Gran Bretagna, c'erano cose molto importanti dell'Africa da gestire.

Ma questo accadeva più di 100 anni fa, quando leggendari esploratori come Livingstone, Speke e Burton si affannavano a trovare la fonte del Nilo.

Eppure Sir Francis Galton, oggi, può ben apparire come un veggente. La sua visione si sta avverando: magari non esattamente nel modo da lui immaginato; ma è in corso una dirompente e silenziosa invasione dell'Africa. Col più grande sommovimento di persone che il mondo abbia mai visto, la Cina sta oggi lavorando per trasformare l'intero continente Africano in una sua colonia. Nell’apparente indifferenza dell’ONU e nell’ignoranza di molti.

 

L’INVASIONE CINESE

Ciò avviene con qualche assonanza con la spinta colonialista dell'Occidente avvenuta nei secoli XVIII e XIX ; ma su una scala molto più vasta e determinata. I cinesi, infatti, non vogliono solo “colonizzare”, ma soprattutto “occupare”: i governanti cinesi ritengono che l'Africa, in realtà, possa diventare un loro stato "satellite", risolvendo in un colpo i propri problemi di sovrappopolazione e la carenza di risorse naturali.

In pratica, con poca fanfara, più di 750.000 cinesi si sono stabiliti in Africa negli ultimi dieci anni; e molti altri sono in viaggio.

La strategia è stata attentamente elaborata dai funzionari di Pechino, dove un esperto ha stimato che alla fine la Cina avrà bisogno di inviare 300-500 milioni (leggasi milioni) di persone in Africa per risolvere i suoi problemi di sovrappopolazione e inquinamento.

Dalla Nigeria a nord, alla Guinea Equatoriale, Gabon e Angola in Occidente, in tutto il Ciad e Sudan a est e sud attraverso Zambia, Zimbabwe e Mozambico, la Cina ha preso in una morsa un continente che i funzionari programmatori cinesi hanno deciso fosse cruciale per la sopravvivenza a lungo termine della superpotenza che in 50 anni ha quasi triplicato la sua popolazione: da 500 milioni ad 1,3 miliardi.

Il programma è denominato "One China in Africa"; e coinvolge il commercio, gli insediamenti e …il “sostegno politico”.

 

COMMERCIO E MINIERE

Per continuare a svilupparsi, la Cina è alla disperata ricerca di nuovi mercati. E l'Africa, con le norme di salute e di sicurezza inesistenti nei confronti di merci scadenti e pericolose, è la destinazione perfetta. Il risultato è che il fatturato negli scambi tra Africa e Cina è salito dai £ 5 milioni ogni anno un decennio fa a £ 6 miliardi di oggi.

I piani appaiono bene in pista. In tutta l'Africa sventola la bandiera rossa della Cina; e molti contratti commerciali sono stati ben strutturati per aggiudicarle materie prime sul lungo termine: petrolio, cobalto, platino, oro e altri minerali. Nuove ambasciate e vie aeree si stanno aprendo. La nuova élite cinese del continente può essere vista ovunque in Africa: gente che può permettersi di comprare in boutique costose, guidare Mercedes e limousine BMW, spedendo i propri figli a scuole private esclusive.

Le strade africane sono intasate da autobus cinesi, che portano persone ai mercati, pieni di beni cinesi a buon mercato. Più di mille miglia di nuove ferrovie cinesi attraversano il continente africano, portando miliardi di tonnellate di legname, diamanti e oro, spesso registrati illegalmente. I treni sono collegati a porti distribuiti su tutta la costa africana, attrezzati per portare le merci a Pechino (dopo aver magari scaricato in Africa carichi di giocattoli economici fatti in Cina e abbigliamento economico).

La Cina ha fame di territorio, cibo ed energia. Pur rappresentando un quinto della popolazione mondiale, il suo consumo di petrolio è aumentato di 35 volte nell'ultimo decennio e l'Africa gliene fornisce ora un terzo; Anche le importazioni di acciaio, rame e alluminio sono enormi, Pechino divora l'80% delle forniture mondiali.

Alcuni numeri: l’80% delle risorse mondiali di rame va in Cina; il 70% del legname di tutta l’Africa va in Cina; con foreste primordiali che vengono distrutte. La terra africana è violentata da miniere giganti finanziate da cinesi, con lavoratori pagati meno di £ 1 al giorno; spesso minorenni. Ad esempio: Il 60% di tutto il cobalto mondiale è in Africa; la maggior parte è nella Repubblica Democratica del Congo. Esso viene estratto con manodopera dai 7 anni in su, pagata 2 dollari per 12 ore al giorno; il 90% va in Cina. Enormi dighe vengono costruite, inondando stupende riserve naturali.

Anche se i numeri non sono certi, si stima in 50 miliardi di dollari l’anno la somma degli investimenti di Pechino in Africa; nell’ultimo anno sono aumentati del 31%. Basti pensare al costo della ferrovia in costruzione, che dalla Repubblica Centrafricana raggiungerà il porto di Dar Es Salam. La Cina sta colonizzando l’Africa, con poco rumore e con legittimi accordi politico-commerciali.

 

INSEDIAMENTI CINESI

La Cina ha grandissimo bisogno di materie prime; ma il progetto cinese più ambizioso è quello di spostare dalla Cina all’Africa 300/500 milioni di cinesi (ad oggi ce ne sono attorno al milione).

La Cina ha 10 milioni di chilometri quadrati di superficie e 1,4 miliardi di abitanti.

L’Africa ha 30 milioni di chilometri quadrati e 1 miliardo di abitanti.

La Cina lavora sul lungo termine; e prepara in Africa le città cinesi del futuro. Città costruite con ottimi materiali, con giardini e tecnologie avanzate; case che costano oltre i 100.000 dollari, e che quindi gli africani possono difficilmente permettersi. Infatti queste case, oggi, sono vuote e danno luogo a “città fantasma”. Il più bell’esempio è “Nova Cidade de Kilamba” costata più di 2 miliardi di sterline, 30 km a sud di Luanda, capitale dell’Angola. Si tratta di 750 edifici a 8 piani; capienza 500.000 abitanti, 12 scuole, 100 spazi commerciali. E’ vuota; destinata a cinesi in arrivo? Il costo di un appartamento varia dai 120.000 ai 250.000 dollari e quindi appare poco proponibile ad un angolano medio, che guadagna circa 5.000 dollari l’anno. Altri insediamenti delle stesse dimensioni sono sorti a Dar es Salaam e a Nairobi. Si può dire che la Cina abbia esteso i suoi insediamenti dalla Nigeria al nord, in Guinea Equatoriale, Gabon e Angola a ovest, attraverso il Ciad e il Sudan ad est e a sud attraverso lo Zambia, lo Zimbabwe e il Mozambico. In questi luoghi i cinesi hanno creato delle comunità chiuse che, molto spesso, escludono la gente di colore.

 

In tutto questo grande continente, la presenza cinese si gonfia come in un'alluvione. L’Angola possiede una propria "Chinatown", così come molte grandi città africane come Dar es Salaam e Nairobi. E come molte città occidentali.

Esclusivi "resort", che servono solo cibo cinese e dove non sono ammessi neri, vengono costruiti in tutto il continente. Per preparare il terreno, sorgono come funghi gli “istituti Confucio”, centri di cultura cinese generale e non di carattere religioso; finanziati dallo stato cinese; gli istituti sono cresciuti in tutta l'Africa, fino agli stati rurali di Burundi e Ruanda.

Da Nigeria a nord, alla Guinea Equatoriale, Gabon e Angola in Occidente, in tutto il Ciad e Sudan a est e sud attraverso Angola, Nigeria, Guinea Equadoriale, Ciad, Mozambico, Sudan, Zambia, Zimbawe, Kenya, Tanzania; questi sono i paesi dove la presenza cinese aumenta ogni anno a ritmi sostenuti; con industrie, infrastrutture, culture agricole ed edilizia residenziale. Gli africani vengono tenuti lontani dalle città cinesi anche se i loro mercati vendono prodotti made in China.

 

IL “SUPPORTO POLITICO”

I vari dittatori africani, che dovrebbero tutelare i loro popoli, in realtà preferiscono fare affari con i cinesi e alle loro condizioni visto che vengono pagati in contanti e riforniti di armi e munizioni per le guerre intestine che da sempre flagellano l'Africa.

Nel Corno D’Africa, a Gibuti, è stata costruita la prima base militare permanente all’estero dell’esercito cinese, a pochi chilometri dalla base americana. Militari cinesi sono anche in Mali, Sudan, Nigeria; e hanno comprato importanti porti in Africa e nel Pireo.

Ma c'è anche un aspetto sinistro di questa invasione: le armi. Anche se la Cina è da sempre il terzo esportatore di armi al mondo, dopo USA e Russia (l’Italia è ottava), negli ultimi quattro anni il suo export di armi è cresciuto del 74% rispetto ai quattro anni precedenti. Aerei da guerra cinesi ormai sfrecciano regolarmente nel cielo africano; fucili d'assalto e granate cinesi sono utilizzati dappertutto in Africa per alimentare le innumerevoli cruente guerre civili (talvolta distruggendo gli stessi materiali che i cinesi stavano comprando...).

Ad esempio lo Zimbabwe; il cui dittatore Robert Mugabe disse anni fa: 'Dobbiamo smettere di guardare all'Occidente e fraternizzare con l'Oriente'. Infatti, dal momento in cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna gli hanno imposto sanzioni nel 2003, Mugabe ha corteggiato i cinesi, offrendo varie concessioni di estrazione mineraria in cambio di armi e denaro. La Cina finanzia la dittatura di Mugabe da tempo; con alta tecnologia, elicotteri, armi; da usare spesso contro il suo stesso popolo.

Mugabe stesso ha ricevuto personalmente centinaia di milioni di sterline da fonti cinesi; e orchestra la sua campagna di terrore da una villa di 25 camere da letto in stile pagoda costruita dai cinesi. La maggior parte della sua fortuna, stimata in un miliardo di dollari si ritiene sia stata spillata via dai prestiti cinesi. L'imponente edificio grigio di ZANU-PF, suo partito di governo, è stato pagato e costruito dai cinesi.

Malgrado la buona eredità coloniale della Gran Bretagna con reti di strade, ferrovie e scuole, gli inglesi non sono oggi benvisti. Secondo un diplomatico: "Con la Cina è più facile fare affari, perché non si preoccupa dei diritti umani in Africa, proprio come non si preoccupa di questi diritti nel proprio paese. L'unica cosa che interessa ai cinesi sono i soldi”.

E questa affermazione è tragicamente vera anche nel Sudan.

Anzi, in nessun posto è più vero che in Sudan. Il grande stato africano ricco di petrolio, è in preda al genocidio di centinaia di migliaia di contadini neri e non arabi nel Sudan meridionale. E, grazie alle sue forniture di armi e aiuti, la Cina è stata accusata di supportare uno scandalo umanitario. Le atrocità in Sudan sono infatti state descritte dagli Stati Uniti come «la peggiore crisi dei diritti umani nel mondo oggi».

Il governo di Khartoum ha aiutato la temuta milizia di Janjaweed a stuprare e uccidere più di 350.000 persone.

Dopo aver combattuto per anni contro i poteri coloniali bianchi della Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania, i leader africani dopo l'indipendenza sono felici di fare affari con la Cina per una sola ragione: il denaro.

I cinesi, che ora acquistano la metà di tutto il petrolio del Sudan, hanno felicemente fornito veicoli blindati, aerei e milioni di proiettili e granate in cambio di contratti. Circa un miliardo di soldi cinesi hanno finanziato la spesa per armi.

Secondo Human Rights First, organizzazione leader della difesa dei diritti umani, fucili d'assalto AK-47 cinesi, lanciagranate e munizioni per fucili e pistole pesanti continuano a fluire nel Darfur, costellato da giganteschi campi per rifugiati, ognuno contenente centinaia di migliaia di persone.

Tra il 2003 e il 2006, la Cina ha venduto al Sudan 55 milioni di dollari di armi leggere, sfidando l'embargo delle armi delle Nazioni Unite.

Sebbene due milioni di persone siano state sradicate dalle loro case per la guerra, la Cina ha ripetutamente ostacolato le denunce delle Nazioni Unite per il regime sudanese.

In Congo, più di £ 2 miliardi sono stati "prestati" al governo. In Angola, sono stati pagati 3 miliardi di sterline in cambio di petrolio. In Nigeria, più di £ 5 miliardi.

Nella Guinea Equatoriale (dove il presidente appese pubblicamente il suo predecessore in una gabbia sospesa in un teatro prima di farlo uccidere), le imprese cinesi aiutano il dittatore a costruire una capitale completamente nuova, piena di grattacieli e, naturalmente, di ristoranti cinesi.

Mentre i prestiti occidentali sono legati a condizioni relative allo sviluppo di riforme democratiche e sulla necessità di "trasparenza" nell'utilizzare i soldi (termine diplomatico per garantire che i dittatori non intaschino personalmente milioni), i cinesi si sono invece dimostrati più rilassati in merito a ciò che venga fatto con i loro miliardi. Infatti, pochi di essi raggiungono gli 800 milioni di persone povere del continente; molto va dritto nelle tasche dei dittatori. In Africa, la corruzione è un settore multi-miliardario e molti esperti ritengono che la Cina alimenti questo cancro.

I cinesi hanno disprezzo di tali critiche. Per loro, il business in Africa è fatto di pragmatismo, non di diritti umani. "Il commercio è fare affari", afferma il vice ministro degli Esteri cinese Zhou Wenzhong, aggiungendo che Pechino non interferisce con gli affari "interni" dei paesi. "Cerchiamo di separare la politica dal business", dice.

 

IL LAVORO “INDOTTO” E L’OCCUPAZIONE

Mentre questa generosità è bene accolta dai dittatori africani, il popolo africano è molto meno felice; anzi. La gente di colore non viene impiegata per lavorare nei vari cantieri, sono ritenuti un popolo di fannulloni pigri e poco qualificati e quindi sostituiti da personale cinese, spesso sbarcato direttamente dalla Cina. Non solo, i cinesi, oltre a spingere già centinaia di migliaia di concittadini a stabilirsi in Africa, pare che abbiano anche lì spedito molti loro detenuti cinesi; al fine di “ottimizzare” i costi di produzione.

Ci sono state anche delle rivolte in Zambia, Angola e Congo sull'invasione di lavoratori migranti cinesi. Nell'Angola, però, il governo ha convenuto che il 70 per cento delle opere pubbliche debba andare ad imprese cinesi, la maggior parte delle quali non impiegano angolani.

Questo sta deprimendo la produzione nazionale tradizionale. In Kenia, ad esempio, oggi solo dieci fabbriche tessili tradizionali producono, rispetto alle 200 di cinque anni fa, mentre la Cina scoraggia i locali circa la produzione di souvenir "africani".

Un secolo dopo le parole che Sir Francis Galton usò per descrivere l'Africa tutto si avvera, e i cinesi sono lì per rimanere.

 

FONTI:

http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6228236.stm

https://www.sipri.org/sites/default/files/Trends-in-international-arms-transfers-2016.pdf

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2168507/Footage-shows-brand-new-Angolan-city-designed-500-000-lying-empty.html

http://www.nikela.org/wp-content/uploads/2011/08/How-China-is-Taking-over-Africa-Why-West-should-be-worried-Andrew-Malone-07-08.pdf

 

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Inserito il:02/09/2017 18:47:27
Ultimo aggiornamento:03/09/2017 12:35:09
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