Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Doriano Solinas (Lajatico, Pisa, 1951 -   ) - Colomba Ucraina

 

Occorre fermare i venti di crisi e di guerra

di Bruno Lamborghini

 

Il forte rimbalzo del 2021 dopo la grande crisi pandemica sembra trovare all’inizio del 2022 gravi ostacoli e rischi a proseguire, da un lato per l’aumento anomalo dei prezzi del gas a partire da ottobre 2021 e delle materie prime con impatto strutturale sulle economie in tutto il mondo dagli USA alla Cina e dall’altro per le ambizioni bellicose della Russia di Putin in Ucraina. 

L’inflazione prodotta dai costi del gas importato dalla Russia che potrebbero ulteriormente crescere o comunque non diminuire, in relazione agli eventi ucraini con rischi di riduzione delle forniture, colpisce particolarmente i due grandi paesi europei, totalmente dipendenti dalle forniture estere, la Germania e l’Italia, mentre la Francia del nucleare risente certamente di minori pressioni.

La Germania, la cui produzione industriale è basata per quasi un terzo sull’industria automobilistica, soffre pesantemente anche per la carenza di forniture di componenti elettronici (le automobili sono ormai elettronica su ruote), oltreché per la difficile transizione dai motori a combustibile fossile ai motori elettrici. La crescita del PIL tedesco 2021 è stata del +2,7% contro la media europea del +5,5% e le prospettive 2022 non sono particolarmente incoraggianti con una crescita inflazionistica superiore al 5% che spaventa l’animo tedesco.

Il severo carattere tedesco (non più “addolcito” dalla Merkel) avrà un impatto di freno anche sulle politiche dell’Unione Europea, orientandole ad un maggiore controllo della spesa e del debito pubblico dei paesi membri del Sud Europa, con impatto particolare sulle decisioni di governo  dell’Italia, in un anno speciale, il 2022, in cui si dovranno avviare ed attuare la maggior parte degli impegni del PNRR, il cui finanziamento da parte UE sarà reso possibile solo attraverso un rigido controllo progettuale e contabile dei programmi e delle riforme connesse. In più, la spesa pubblica italiana dovrà essere meno espansiva rispetto al 2021.

Per l’Italia occorre inoltre tenere presente che l’aumento dei costi energetici, dei prodotti siderurgici e altre materie prime, così come i costi anomali dei noli marittimi e dei trasporti, sta determinando gravi problemi nella gestione delle aziende manifatturiere e soprattutto qualora non si riducessero tali costi entro il primo semestre dell’anno.  La crescita 2022 precedentemente prevista per il +4,5% si dovrà ridurre, probabilmente, sotto il +3% (determinato solo per effetto del trascinamento 2021), anche ipotizzando un efficace avvio dei programmi di investimento del PNRR.

Negli USA la situazione è ancora più problematica con una inflazione a gennaio del +7,5% ed un indebolimento della crescita industriale anche per effetto della difficoltà di reperimento di personale qualificato, essendo la disoccupazione “teorica” (cioè non considerando il calo della forza lavoro e le crescenti dimissioni) ai minimi al 3%; sembra inoltre profilarsi anche un rischio di bolla delle costruzioni. In più, la fiducia verso l’Amministrazione Biden ed i suoi programmi d’investimento è in discesa e crescono le incertezze in vista delle elezioni di Mid Term a novembre.

La Cina sta affrontando una profonda crisi dell’immobiliare, traino dell’economia cinese, sia in seguito allo scandalo Evergrande (debito per 350 miliardi $) e crisi di Kaisa, che per la eccessiva crescita delle costruzioni, oltreché per gli effetti dei maggiori costi energetici. Per l’energia la Cina dipende dall’estero, salvo che per il carbone che costituisce ancora la maggiore fonte energetica e per cui il governo si sta impegnando a ridurne l’utilizzo per l’obiettivo verde.  

Anche non considerando i possibili effetti di maggiore incertezza ed aggravamento delle prospettive indotti dalla crisi ucraina e dei venti di guerra, quali possono essere le vie d’uscita dal rischio di frenata o arresto della ripresa postpandemica? Siamo di fronte ad una situazione che rischia di restare non temporanea, ma strutturale almeno per l’intero 2022, in quanto determinata da un lato dai cambiamenti tendenzialmente strutturali prodotti da due anni di blocchi (crisi delle lunghe catene di forniture, riduzione dei consumi e investimenti, crisi sociali e incertezze sanitarie permanenti) e dall’altro da crescite anomale (anche geopolitiche e speculative) dei prezzi dell’energia e delle materie prime.

Occorre non attendere inerzialmente una riduzione dei fattori inflattivi, ma andare alla fonti dei rincari dei costi energetici e dei trasporti, con un controllo più rigoroso delle fonti di approvvigionamento e di intermediazione speculativa così come cercando di contenere i trasferimenti sui prezzi al consumo e sulle retribuzioni. Va inoltre ampliata la ricerca di alternative energetiche nazionali, riducendo la dipendenza dall’estero. In Italia si tratta anche di attivare fonti energetiche nazionali (non solo la riapertura delle fonti di gas nell’Adriatico, ma anche l’utilizzo di fonti geotermiche, biomasse, trattamento rifiuti) e attuare azioni mirate e incentivate di risparmio energetico. Sulla politica energetica è mancata un’azione decisa della Commissione Europea nella contrattazione geopolitica con la Russia e per la creazione di riserve.

Tutto questo può aggravarsi in particolare per l’Europa se non si trova una rapida uscita dai venti di guerra generati dalla Russia di Putin, che sta mettendo in mostra tutta la sua potenza militare, anche con lo scopo di rafforzarsi all’interno. Questa esibizione di forza ha prodotto da un lato in positivo una maggiore partecipazione dell’Occidente attorno ad una Nato che si era progressivamente indebolita e sulla cui debolezza contava Putin.

D’altro lato ha messo in chiara evidenza la grave situazione dell’Ucraina, che vive da quasi un decennio in uno stato di guerra interna, combattuta nella regione del Dombass (Ucraina orientale), una guerra che doveva  terminare con il primo accordo di Minsk del 5 settembre 2014 tra Russia, Ucraina e le due Repubbliche popolari di Doneck e di Lugansk sotto l’egida dell’OSCE, cui è seguito Minsk 2 dell’11 febbraio 2015, un accordo a cui hanno partecipato Russia, Ucraina ed anche Francia e Germania (Quartetto Normandia) per fermare la guerra del Dombass. Nuovo vertice nel 2019 tenuto a Parigi del Quartetto Normandia, peraltro senza risultati. In parallelo si è creato un Gruppo di contatto trilaterale costituito da Russia, Ucraina e OSCE. Questi protocolli ponevano l’obiettivo di fermare il conflitto interno che è costato sinora migliaia di morti, ma anche di dare graduale autonomia alle due Repubbliche popolari, a cui l’Ucraina si è sempre opposta. 

Putin ha talvolta indicato, ma forse senza crederci troppo, una via d’uscita nell’attuazione degli accordi di Minsk con l’autonomia delle due Repubbliche dell’Ucraina orientale, i cui abitanti di fatto sono russi e parlano russo. Questi territori rappresenterebbero una zona “cuscinetto” tra la Russia e una Ucraina vicina (anche se non sarà membro) alla Nato e potrebbero costituire una regione alleata alla Russia sul modello bielorusso. Ma forse l’obiettivo di Putin sarebbe più ambizioso, quello di estendere un’eventuale autonomia territoriale anche alla parte di Ucraina orientale sino al fiume Dniepr, in modo da avere un passaggio libero verso la Crimea.

Quali sono i possibili sbocchi per arrestare la minaccia russa, senza conflitti, consentendo comunque a Putin di ricavarne un successo anche se solo apparente? L’attuazione degli accordi di Minsk con l’acquisizione dell’autonomia delle due Repubbliche popolari potrebbe essere una strada percorribile, anche se sofferta da parte dell’Ucraina, peraltro compensata dalla fine della guerra, assieme anche all’accordo Nato, già in parte annunciato, di non portare la Nato a Kiev. In caso contrario, l’esercito russo entrerà a breve nell’area del Dombass, giustificando la necessità di tutelare le sorti e l’autonomia di quella popolazione di etnia russa e probabilmente l’Occidente non potrà e vorrà rispondere con le armi, ma solo con sanzioni pesarti ed il blocco del Nord Stream 2 o altre fonti di approvvigionamento energetico, con grave impatto per l’Europa.                

 

Inserito il:13/02/2022 18:34:56
Ultimo aggiornamento:13/02/2022 18:40:59
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