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Aggiornato al 21/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Pieter Bolckmann (Olanda, XVII secolo) - La Sindone in Piazza Castello (1684)

 

I 30.000 di Piazza Castello, valgono i 40.000 del 1980?

di Tito Giraudo

 

Di Torino, in genere si parla poco. La città è sempre sembrata un po’ grigia come i suoi abitanti, eppure…….

Eppure Torino è stata protagonista di avvenimenti che hanno giocato un ruolo importante nel Paese. Voglio lasciare in pace il Risorgimento e l’Unità d’Italia per parlarvi del ruolo che una certa sinistra ha sempre avuto in questa città, a cui si è sempre anteposta un’altra Torino, quella produttiva, borghese e piccola borghese che in definitiva è sempre uscita vincitrice.

A differenza di Milano, che ha avuto in fine ottocento il primo sindaco socialista, Torino ha dovuto attendere un cinquantennio (e solo sull’onda resistenziale), per avere dal 45 al 50 tre Sindaci comunisti; dopo il terremoto quarantottino, fu però la Democrazia cristiana, o qualche alleato liberale, insomma la borghesia moderata, ad amministrare la Città.

Per la verità, in quegli anni il Vero Sindaco fu un ragiunat: Vittorio Valletta, per il ruolo che ebbe la Fiat nella città.

La prima sconfitta delle sinistre Torinesi, porta tutta la firma dell’estremismo post resistenziale che più che a livello politico, si espresse a livello sindacale, quando la CGIL torinese decise di esautorare la famiglia Agnelli per complicità con il Fascismo.

Al vecchio senatore Agnelli fu consigliato di cambiare aria perché dopo il 25 Aprile, anche a Torino, si faceva giustizia sommaria. Ad offrire il petto al nemico fu Valletta, il quale dovette cedere il posto a un sindacalista di fabbrica, comunista di quelli, per intenderci, che avevano occupato la fabbrica 25 anni prima.

Eppure…….

Eppure, dire che Agnelli fosse stato un fascista è storicamente inesatto.

Fu un liberale giolittiano, quindi non incline al conservatorismo reazionario e antisindacale. Furono l’avventurismo Ordinovista e l’occupazione delle fabbriche e quindi anche della Fiat, a spingerlo, come quasi tutti gli imprenditori (ne cito uno, non certo un reazionario ma un Socialista riformista: Camillo Olivetti), a considerare il Movimento fascista come un argine all’estremismo socialista.

Durante gli anni del regime, Agnelli, mostrò più volte disprezzo verso un certo fascismo e in particolar modo verso il quadrumviro De Vecchi. Mussolini, diffidava di lui ma era pragmatico al punto di capire che contro la Fiat non poteva mettersi nemmeno il Duce.

Per meglio inquadrare il personaggio: nello sconforto degli ultimi mesi dell’occupazione della Fiat ebbe un cedimento tale da immaginarsi l’amministratore della cooperativa Fiat, il che la dice lunga sulla vocazione manageriale dell’uomo, piuttosto di quella meramente padronale.

Detto questo, Agnelli approfittò del Regime, come aveva approfittato dei superprofitti nella prima guerra mondiale. Superprofitti che però vollero dire: Il Lingotto, il primo stabilimento fordista italiano.

Comunque nel ‘45 epurare Agnelli e per lui Valletta, avrebbe voluto dire epurare l’intero capitalismo italiano che ebbe in molti casi connivenze ben peggiori.

Con le elezioni del ‘48 e la sconfitta del Fronte Popolare che per il PCI avrebbe dovuto servire da lezione, come fu per il PSI di Nenni, quel Partito, pur cosciente che l’occasione della presa del potere era sfumata con gli accordi di Yalta, praticò una politica del doppio binario: sostanzialmente, se non moderata, almeno “istituzionale” a Roma, movimentista viceversa in periferia, lasciando spazio ad avventurismi e purtroppo anche violenze (vedi triangolo rosso).

In Fiat, per alcuni anni si creò un clima sindacale che ricordava appunto il biennio rosso. Quando Governo e Americani, rimisero in sella Valletta pena il fallimento della Fiat, la produttività era ai minimi, causa gli scioperi a catena quasi tutti politici, non solo, il clima violento e antidemocratico fu la norma, tanto da aiutare la fuoriuscita del sindacalismo democristiano e socialdemocratico e la formazione del SIDA emanazione sindacale padronale.

A tanto stupido estremismo, la risposta di un Valletta, tornato ad essere AD, fu altrettanto violenta in termini antisindacali. Licenziati quadri e attivisti comunisti tornò la pax sindacale.

I comunisti torinesi, ci misero parecchi anni per capire di aver sbagliato. Nel 64, quando entrai alla Fiom di Torino, gli iscritti al Sindacato delle sinistre erano poche centinaia su 200.000 dipendenti.

La ripresa sindacale in fabbrica e la rinascita della Fiom, fu dovuta soprattutto alla diversa atmosfera che l’esperienza di Centro Sinistra aveva portato nel Paese. Non solo, i Socialisti della Fiom sostennero la necessità di tornare all’unità sindacale. I comunisti torinesi, col mito gramsciano impresso nel cranio, resistettero, anche se fu un comunista emiliano: Luciano Lama, allora vice segretario CGIL a imprimere al Congresso Fiom la svolta unitaria.

Ciò significò un cambiamento storico, perché in occasione del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, dopo parecchi anni la Fiat scioperò.

Quello sarebbe stato il momento per ricostituire una vera unità sindacale sganciando definitivamente il Sindacato dai Partiti. Così non fu.

Ci fu viceversa, la saldatura tra il sindacalismo comunista e quello cattolico; prevalse la demagogia ma soprattutto l’incapacità di governare effettivamente il Movimento.

In Fiat, da vittime si diventò carnefici, ristabilendo più o meno lo stesso clima dell’immediato dopo guerra, anche grazie a quell’evanescente nipote del fondatore che da play boy diventò radical scic.

Il lavoro sporco comunque lo fece fare al suo AD Romiti, il quale, prima di veder fallire l’azienda decise che qualche cosa si doveva fare.

Sulla crisi della Fiat di quegli anni si è scritto di tutto, ora con buon senso, possiamo dire che i fattori scatenanti furono due: il clima di assoluta non collaborazione e la necessità di ammodernare i sistemi produttivi ai livelli della concorrenza; il tutto accompagnato dalla solita “crisetta” del bel Paese.

La Fiat decise, pena il tracollo, di arrivare allo scontro chiedendo cassa integrazione e licenziamenti (naturalmente semplifico per non dilungarmi).

Se il Movimento Sindacale e la sinistra, invece di dare retta alle spinte barricadiere e vetero- operaiste, avessero guardato in faccia la realtà, non si sarebbe arrivati allo scontro quasi all’ultimo sangue, con giorni e giorni di scioperi e, addirittura con il sempre sopravvalutato Enrico Berlinguer che davanti ai cancelli della Mirafiori non trovò di meglio che evocare l’occupazione della fabbrica a dimostrazione dei corsi e ricorsi storici. Nel giro di pochi giorni ci fu la famosa riunione dei quadri e impiegati in un teatro che si trasformò nella marcia dei 40.000. A cui, va detto parteciparono anche molti operai.

Morale: stessa Canossa degli anni 20 per il Sindacato e la sinistra.

Ci sono analogie tra quegli avvenimenti e la manifestazione “SI Tav” di Sabato 10?

Sì e no, mi pare di poter dire.

Sì, perché lo spirito antiprogressista di chi teorizza la descrescita felice, non è appannaggio dei soliti Grillini ma fa parte di una cultura di sinistra sempre ancorata ai miti del ‘900, se non dell’0ttocento.

Andiamo comunque nello specifico dei NO Tav.

Io non voglio e non posso, fare la storia di costoro, anche se i ricordi politici che ho, riguardano l’attivismo di un Partito: Rifondazione comunista, allora presente in Valle. Era il Partito di quel simpatico chiacchierone che è Fausto Bertinotti, un ex socialista al tempo diventato Psiuppino e poi Comunista operaista e cossuttiano, salvo poi uccidere freudianamente il padre.

Dopo la svolta di Occhetto e le varie mimetizzazioni comuniste, la sinistra dura e pura, si ritrovò per qualche anno in questo Partito. In valle di Susa, c’era l’attiva sezione di Bussoleno che cavalcando, prima le proteste valligiane sull’autostrada Torino Bardonecchia, e poi contribuì a creare un fronte NO TAV, a cui si unirono, prima i Centri sociali torinesi, ed infine il movimento di Grillo a cui non sembrò vero, dopo aver distrutto sui palchi i computer (ma di ciò si è pentito), iniziò a tuonare contro la TAV e in generale l’alta velocità.

E qui, apro una parentesi.

L’alta velocità, come le autostrade e gli aerei, sono un mezzo moderno per permettere alle persone di spostarsi in tempi accettabili. In quasi tutti i paesi europei, è stata introdotta, e ora è in funzione con soddisfazione generale. La notte viene sfruttata per le merci e quindi ha posto un freno al trasporto su gomma. Basterebbe questo, per chi si dice ecologista e molti Valsusini lo sono.

In Italia, bisogna dirlo: destra e Sinistra (quella normale), sono stati d’accordo per realizzarla e oggi viene usata da tutti, compresi i Parlamentari pentastellati quando si recano nella capitale.

Se ha un difetto, è che unisce agevolmente solo una parte del paese. I torinesi per esempio, devono passare da Milano per andare a Roma, i genovesi non sono serviti, e i veneti stanno aspettando il completamento che ora, pare, i Grillini vogliono bloccare, per pensare, ponderare e, non si capisce perché a tutto ciò non hanno pensato e ponderato prima di fare il loro programma elettorale.

Nonostante ciò le linee esistenti sono sempre zeppe, non solo, è nata una concorrenza privata.

Bene. Napoli, Roma, Milano e Torino sono collegate, al di là delle frontiere: Francia, Svizzera, Austria e Germania hanno un’ottima rete. I treni più lenti raggiungono i 200 Km orari, i più veloci: Francia Spagna e Germania i 320 KM h. I Paesi sono tutti collegati, meno l’Italia.

Vero che prima o poi ci sarà il collegamento con la Svizzera e l’Austria al Brennero, ma questi c’entrano poco con i collegamenti francesi e spagnoli e con questa grande rete ipotizzata, che deve arrivare a Kiev.

Non è colpa di nessuno, se l’Italia a Nord è interrotta dalla più alta catena montuosa d’Europa e che, piemontesi e lombardi, sono dovuti ricorrere a dei buchi. Soprattutto il Piemonte, quando Cavour volle il traforo del Frejus, poté finalmente raggiungere agevolmente la Francia e, proprio la Val di Susa, ne trasse grandi benefici: turistici e industriali.

Detto questo, è normale che ci siano Valsusini, a cui un buco che non pagano solo loro, non piace perché anche se corre sotto terra è pur sempre un cantiere e poi quando emerge, qualche terreno sarà pur espropriato. E’normale, che un partito della sinistra sia contro il progresso. Chi scrive, nei primi anni sessanta, andava in giro a fare i comizi contro le autostrade anteponendo a queste, scuole e ospedali, come se la viabilità non fosse necessaria per lo sviluppo del Paese.

E’ normale che i Valsusini del Nord siano favorevoli alla Tav perché fanno turismo e sono poco disturbati e quelli del sud non vedano di buon occhio rotaie da Bussoleno a Torino. Capisco tutto.

E’ sempre avvenuto che le comunità locali poco badino al bene comune per guardare i loro piccoli interessi e, in questo caso anche manie.

Quello che non capisco è perché un paese che ha deciso un’opera, deve rimanere per anni in balia di pochi e perlopiù pensionati anticipati, strumentalizzati oramai da questi improvvisatori allo sbaraglio che vanno predicando un’Italia bucolica, fatta di turismo al Sud, agricoltura rigorosamente paleolitica e artigianato perché: piccolo è bello!

Anche una certa sinistra ha sparato utopie a raffica, ma non è mai andata oltre quella soglia del 10%, tetto massimo elettorale.

Oggi invece, grazie alla finta democrazia della rete, alla cosiddetta democrazia diretta e al Governo del popolo, siamo eterodiretti da un gruppo di masanielli che si sono improvvisati politici, ideologhi e persino economisti.

Vero, che il 30% grillino alle elezioni, non va oltre al 15% degli italiani ma è altrettanto vero che costoro, anche approfittando della crisi dei vecchi Partiti, governano questo paese.

Non è la prima volta che un Movimento, pur largamente minoranza nel Paese, grazie alle deficienze e all’ignavia altrui, conquista il potere.

Io non voglio dare dei fascisti a costoro, perché i Fascisti che, come loro, furono sostanzialmente antidemocratici (come tutta la sinistra del tempo), non furono mai anti progressisti e quindi il paragone farebbe torto ad un’attenta analisi del Fascismo.

Per concludere, ci sono analogie tra le due manifestazioni? Io credo di sì.

Ci sono, cari amici.

Due Torino, sono sempre esistite.

Una, ideologica, passatista, chiacchierona e falso moralista e un’altra produttiva, pragmatica e schiva. Sono entrambe trasversali. Fate voi con chi stare, io non ho dubbi.

 

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Inserito il:13/11/2018 17:02:34
Ultimo aggiornamento:13/11/2018 17:12:43
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