Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Maria Aparici (nata a Valencia, Spagna) - Recep Tayyip Erdogan

 

Le cose turche di Tayyd Erdoğan

di Vincenzo Rampolla

 

Tayyp Erdoğan, purosangue allevato nell’humus politico islamista, autodefinitosi democratico conservatore, è fautore di politiche economiche conservatrici e populiste, che hanno portato ad un graduale ritorno dell'islam in Turchia, dopo la laicizzazione instaurata da Ataturk. Al primo posto nel ranking dei musulmani più influenti del pianeta, fonda nel 2001 l’AKP, il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo. Eletto Presidente della Turchia a 60 anni, rieletto nel 2018, ambisce a un terzo mandato nelle prossime elezioni di giugno 2023.

La sua politica estera è definita figlia del neo-ottomanesimo e ha portato al coinvolgimento turco nella guerra civile siriana, bloccando le forze siriano-curde. In seguito alle grandi proteste del 2013, ha imposto una crescente censura sulla libertà di stampa e sui social media, autorizzando blocchi sui siti YouTube, Twitter e Wikipedia e bruciando definitivamente i negoziati sull'entrata della Turchia nell’UE. Nel 2013 uno scandalo per $100 Mld ha portato agli arresti di alcuni fedelissimi e alla sua incriminazione, in un Paese inquinato da uno smisurato indice di corruzione.

Nel 2015 Erdoğan interrompe la tregua che aveva siglato con il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan di etnia curda, sia per la guerra civile siriana che per ragioni elettorali, e riesce a recuperare i voti del partito nazionalista MHP che gli hanno garantito la Presidenza; scatena quindi una violenta guerra contro i curdi nel sud-est del Paese con 9.500 militanti del PKK uccisi, feriti o catturati. Nel 2016 alcuni politici tedeschi e difensori dei diritti umani lo denunciano per crimini di guerra e contro l’umanità. Le operazioni militari hanno portato a occupare la Siria settentrionale dall'agosto 2016, bersagliato da palesi accuse di collusione terroristica con lo Stato Islamico.

Il 14 aprile 2015 Erdoğan nega il genocidio armeno del 1915-1917 (1,5 M di vittime) e ammonisce il pontefice Bergoglio: Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini. Il giorno seguente gli eurodeputati approvano una risoluzione che riconosce il genocidio e in occasione del centenario del 24 aprile chiedono di riconoscerlo. Erdoğan reagisce con disprezzo: Qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall'altro.               

Nel 2010, durante gli incontri con i democratici e i rappresentanti di ONG femminili afferma: Non si possono portare le donne e gli uomini in posizioni uguali, è contro la natura perché la loro natura è diversa […] e davanti alla legge, dovrebbe essere mantenuta la piena uguaglianza, indipendentemente dal genere.        

Durante il suo governo, la Turchia ha costantemente rafforzato le restrizioni sulla politica di libertà di informazione, sollevando forti critiche da parte delle ONG internazionali. Almeno un centinaio di giornalisti turchi sono stati incarcerati nel 2012, rispetto ai 13 dell’anno di nascita dell’AKP. Reporter senza frontiere ha descritto la Turchia come la prima prigione al mondo per giornalisti. La strategia di repressione si diffonde a livello di cariche politiche e istituzionali, con continue rimozioni ai vertici della Banca Centrale, dettate dalla stravagante dottrina Erdoğanomics che ha visto sostituire il Ministro Economia e Finanze, che nel 2020 aveva assunto l’incarico sostituendo Berat Albayrak, genero dello stesso Erdoğan e imputato, reo delle crisi economiche.

I processi per insulti contro Erdoğan sono aumentati dalla sua elezione a Presidente, con 2.000 procedimenti giudiziari avviati tra agosto 2014 e aprile 2015. Nel 2017, 3.000 giornalisti hanno perso il lavoro, per chiusura dei media. Dal 2016 al 2019 ha fatto sequestrare e distruggere 301.878 libri che, secondo il Governo, erano legati al turco Fethullah Gülen, predicatore progressista e contrario al terrorismo. Con il referendum del 2017, complice l’alleanza con l’MHO, partito di estrema destra, Erdoğan, focoso cavallo di razza, rivoluziona la forma di Governo e trasforma il Paese da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale. Nel 2019 subisce due pesantissime sconfitte nelle elezioni locali ad Ankara e Instanbul. A fine 2021, a causa della crisi economica con inflazione al 73% e valuta crollata a 20,55 lire sul dollaro, inizia a perdere popolarità. Ogni mossa è buona per recuperarla e aggiunge la riconversione in moschea del Museo di Santa Sofia a Istanbul, puro atto di sciovinismo finalizzato a conquistare le simpatie dei settori islamisti e nazionalisti più estremi in un momento in cui il supporto all’AKP stava drasticamente calando.

Il Governo, visibilmente indebolito, inasprisce le politiche di controllo a meno di un anno delle elezioni presidenziali e l’animosità degli elettori riflette la disastrata economia del Paese e la presenza di 3,6 M di rifugiati siriani, accolti dai turchi con crescente animosità. Il tutto è sintomo di una profonda fragilità interna, cui fa da contraltare il grande dinamismo sul fronte della politica estera, volto a recuperare storici alleati. Dall’Armenia ai Paesi del Golfo, Egitto ed Israele, oggi Erdoğan predilige una diplomazia basata sul soft power per costruire un’immagine di affidabile interlocutore, facendo perno sulle opportunità strategiche e commerciali di investimenti e export. Gli Emirati Arabi Uniti, ieri rivali nella guerra civile libica e nella disputa del Golfo sul Qatar, oggi si legano a Cina, Qatar e Corea del Sud in accordi con Ankara per lo scambio di valute, per un totale di $28 Mld, in primis per favorire il rublo dell’amico Vladimir nella lotta contro le sanzioni.

Il trilaterale di agosto 2022 con Zelensky e Guterres rappresenta un’occasione imperdibile. Scopo di Erdoğan è ergersi a potenziale mediatore energetico, sottile ruolo di diplomazia per andare oltre la mera crisi dell’esportazione di grano, e allargarla al Mediterraneo ove esercitare maggiori influenze. La Russia minaccia di chiudere la centrale nucleare di Zaporizhzhia perché l’Ucraina potrebbe portare a un disastro nucleare e Erdoğan si intromette e a metà agosto, con un meeting del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, spinge per una missione senza indugio. Nelle ultime settimane più di 0,5 M t di grano sono state esportate dall’Ucraina attraverso il Mar Nero e lui costruisce l’accordo che prevede 36 punti di controllo alle 21 che navi partono per il Bosforo, Guterres osserva il carico del grano nella città portuale di Odessa, e sempre Erdoğan organizza la sua visita a Istanbul.

Erdoğan, in pratica, già prima dell’invasione russa dell’Ucraina, è impegnato in un forte esercizio geopolitico di bilanciamento, mantenendo i rapporti con entrambe le parti in conflitto, incurante dell’Occidente in palese difficoltà nel gestire la crisi e la stessa posizione della Turchia.

E per continuare la galoppata, è di metà agosto l’inizio delle trivellazioni al largo di Cipro con la nuova nave Abdülhamid Han, capace di scendere fino a 12.000 m. Obiettivo: controllare e gestire l’approvvigionamento del gas nel mediterraneo e continuare a rosicchiare terreno agli isolani.

A giugno, Erdoğan ha anche carpito da Joe Biden la promessa di sostenere la vendita alla Turchia di caccia F-16, nonostante Washington avesse bloccato l’acquisto degli F-35 da parte di Ankara.

E il cavallo rampante Erdoğan non si contenta delle mire mediterranee e punta voracemente sul continente africano. Il coinvolgimento turco in Africa cresce velocemente, ma la sua portata economica, militare e diplomatica è ben lontana da quella di Usa, Cina e delle ex potenze coloniali. Pechino calcola scambi commerciali con l’Africa pari a $254 Mld nel 2021, superando i $29 Mld turchi e l’aiuto militare della Turchia non ha nulla a che vedere con quello delle potenze occidentali. Gli Usa hanno circa 6.000 soldati e civili di supporto schierati in Africa, dove combattono al Shabab in Somalia e i jihadisti nel Sahel, e addestrano le forze antiterroristiche africane in tutto il continente. Anche la Francia schiera circa 5.000 soldati, molti dei quali nel Sahel.

E l’interesse per l’Africa è decisamente massiccio e si consolida. Le ambasciate africane in Turchia triplicano in vent’anni e arrivano a 43; negli ultimi 10 anni almeno 14.000 studenti africani hanno studiato in Turchia con borse di studio e gli africani fanno la fila per comprare proprietà in Turchia: con $250.000 si ha una casa e il passaporto turco, mentre le serie Tv turche stanno incantando il pubblico in tutto il continente e alimentano la fiducia in Ankara. La Turchia, ha detto Erdoğan, si presenta senza alcun fardello storico coloniale, gli inglesi, i francesi e i colonizzatori occidentali continuano a saccheggiare i diamanti dell’Africa, il suo oro e le sue miniere.

L’ospedale Recep Tayyip Erdoğan di Mogadiscio, capitale della Somalia, porta il nome del presidente della Turchia, ha 47 letti di terapia intensiva, più di ogni altro nel Paese, ma non cura i pazienti da covid-19: troppo occupato per le vittime delle bombe e degli scontri tra clan rivali... dice un medico. Qui, se sei turco, preghi nelle stesse moschee di tutti gli altri e sei a casa tua.

Il punto di svolta è stato il 2011, quando Erdoğan, seguito da uno stuolo di imprenditori turchi, funzionari umanitari e associazioni di beneficenza musulmane, ha visitato la Somalia, allora in preda alla siccità e alla guerra civile, in 20 anni prima visita di un leader non africano; non solo ha dato il via all’accesso turco nel Corno d’Africa, ma ha aperto legami più profondi in tutto il continente, lavoro diplomatico che ha aiutato le aziende a espandersi: Turkish Airlines, nel 2004 volava solo in 4 città africane, oggi ne raggiunge più di 40; il commercio con il continente è cresciuto enormemente, toccando $29 Mld nel 2021, di cui $11 Mld con l’Africa subsahariana, un balzo di 8 volte rispetto al 2003; nell’edilizia, le imprese turche stanno scalzando quelle cinesi, favorite da un calo del denaro prestato dalla Cina e stimano di completare progetti in Africa per circa $78 Mld con aeroporti, stadi e moschee. Nel 2021 la Tanzania ha assegnato a un’azienda turca un contratto da $1,9 Mld per costruire una moderna linea ferroviaria.

Nel tempo Erdoğan ha preso a mostrare i muscoli in Africa, con un impegno meno sociale, forte dell’esperienza siriana. Ha inviato, ad esempio, soldati turchi e mercenari siriani in Libia per combattere contro Khalifa al Haftar, un signore della guerra sostenuto da Egitto, Francia, Russia e Emirati Arabi Uniti. Dopo aver litigato in Libia, Turchia e Francia si sono scontrate nel Sahel e nel Maghreb, dove Erdoğan ha sfidato l’influenza francese giocando sull’immagine della Francia come oppressore coloniale. In Somalia, ha affrontato l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, quando il loro battibecco con il Qatar, amico del Governo turco, è sfociato in una lotta per procura nel Corno d’Africa. E sono arrivati i droni turchi, che hanno ribaltato le sorti della guerra civile in Etiopia.

La Turchia ha anche firmato patti militari con vari Paesi africani, recentemente con Nigeria, Togo e Senegal. Si osserva che sempre più generali attivi o in pensione africani sono nominati ambasciatori in Turchia. Obiettivo della Turchia non è quello di farsi coinvolgere nelle guerre, ma di vendere armi. Lontano dai livelli della Russia (con il 30% di tutte le armi vendute all’Africa subsahariana tra il 2016 e il 2020), o della Cina (con il 20 %), nel 2021 le vendite della Turchia sono aumentate di 7 volte, toccando $328 M; nei primi 2 mesi del 2022 erano $140 M.

I droni sono il fiore all’occhiello della Turchia, gli stessi che bombardano i carri armati russi in Ucraina. Sono apparsi in Etiopia, Libia, Marocco, Tunisia; Angola, Nigeria e Ruanda, stanno trattando. Ovunque siamo andati, ci hanno chiesto droni disarmati e armati, ha detto Erdoğan, dopo una visita nel 2021. Anche la Somalia vorrebbe più armi, ma è bloccata per un embargo dell’Onu.

Forse la cosa turca più sorprendente è che a Erdoğan non interessa dove vadano a finire le sue armi. In Etiopia i suoi droni hanno ribaltato le sorti della guerra civile, con la morte di decine di civili e nessuno fiata, tutti soddisfatti. E in Somalia, il Presidente ha fatto addestrare le sue milizie in Turchia per fare fuori i suoi rivali e restare al potere dopo che il suo mandato era scaduto da più di un anno. Noi non diamo ordini e non diciamo a nessuno cosa fare, dice un funzionario di Ankara. Her şey mükemmel, sorunlar bitti (I problemi sono finiti, tutto è perfetto).

(consultazione:       stockholm international peace research institute; cespi osservatorio turchia, valeria giannotta; reporter senza frontiere)

Inserito il:29/09/2022 18:44:09
Ultimo aggiornamento:29/09/2022 18:49:19
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