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Aggiornato al 16/12/2018

British Library / CPA Media - Pictures from History / DeA Picture Library / Erik Falkensteen / Granger- Voltaire & Rousseau

 

Voltaire o Rousseau, questo è il dilemma….

di Tito Giraudo

 

Confesso, ho avuto la tentazione di andare a votare alle primarie PD, me l’aveva chiesto anche il mio amico Marcello che presiedeva un seggio sotto casa mia. Complice il ponte del 1 Maggio trascorso in quel di Meana, non ci sono andato ma in fondo è stato giusto, soprattutto onesto.

Votare per Renzi voleva dire per uno come me, mai stato iscritto al PD, firmare una cambiale in bianco (sia pur morale) per la ormai prossima scadenza della legislatura. Mi spiego.

Considero importanti e significativi, sia l’affluenza alle urne, come la conferma quasi plebiscitaria per Renzi. Finalmente si è chiuso il capitolo del Comunismo italiano e di tutto quello che ha significato.

La lenta agonia, dopo la caduta del muro di Berlino pareva non avesse mai fine, il PCI era rimasto (dopo aver partecipato all’omicidio-suicidio del mio vecchio Partito) il baluardo di una cultura antiliberale che a suo tempo, dato che era presente pure nel PSI, mi aveva fatto abbandonare quella militanza che aveva caratterizzato la mia gioventù, con l’aggravante  (nonostante le periodiche autocritiche, dettate più dall’opportunismo che non da una onesta revisione ideologica), di aver conservato unicamente la presunzione e quella superiorità, quasi razziale, che mi era toccato subire negli anni di convivenza all’interno della FIOM di Torino.

Adesso però devo spiegare il perché, pur felicitandomi per la vittoria renziana, perdurano le perplessità che non mi fanno sentire un sicuro prossimo elettore PD.

Se destra e sinistra hanno perso di significato travolti dal crollo del socialismo reale, sono apparse all’orizzonte due categorie dal nome antico ma dal significato moderno: Progressisti e Conservatori.

Sono queste due famiglie in via di formazione, tuttavia si intravvedono le caratteristiche di entrambe, anche se la politica ufficiale non sembra accorgersene.

Il fenomeno naturalmente non è solo italiano o europeo, tuttavia nell’economia del discorso, voglio guardare in casa nostra.

I due schieramenti vanno delineandosi in modo trasversale nel quadro politico tradizionale, con un rimescolamento di carte sorprendente, perché molti che ieri si proclamavano progressisti in realtà sono conservatori, e viceversa.

Occorre però definire i nuovi termini che vanno caratterizzando i due schieramenti.

E’ conservatore chi guarda alle politiche e agli equilibri socio economici del novecento.

E’ progressista chi, con i piedi nel terzo millennio, prende atto dei mutamenti avvenuti, cercando di governarli nel migliore dei modi, o anche solo, come spesso avviene in politica, nel meno peggio, che alle volte è già  tanto.

Nello specifico oggi, i conservatori italiani che occupano gli schieramenti estremi della vecchia destra e sinistra, sostengono alcuni concetti, pur nella disunità tipica degli estremismi, sono: il nazionalismo e quindi il rifiuto dell’Europa, la decrescita, guardando ad un eden passato e mai esistito in nome dell’ambientalismo ideologico, il rifiuto della globalizzazione e l’individuazione di due grandi nemici: la finanza, rappresentata soprattutto dalle banche d’affari e l’industria multinazionale.

Questi veri e propri tabù, se li osserviamo attentamente, non dovrebbero troppo stupirci, le sinistre italiane furono ideologicamente anticapitaliste fin dal loro nascere e anche una certa destra, che si ispira al passato fascista (proprio perché questo aveva origini marxiste), quando fa comodo rispolvera i miti proletari.

Esiste poi una grande palude in genere giovanile che non riconoscendosi nei vecchi schieramenti della destra e della sinistra, milita in quella che per ora è un magma ancora indefinito che è il Movimento cinque stelle.

Un discorso a parte dovremmo farlo per la Lega che il salvinismo ha fatto precipitare tra i conservatori. Naturalmente, in questo grande schieramento, non tutti sono completamente allineati, comunque allo stato dell’arte debbo semplificare.

Veniamo ai progressisti che occupano lo schieramento di centro sinistra (moderata): questi fanno riferimento al nuovo PD, quello uscito dalle ultime primarie e poi da uno schieramento variegato in cui possiamo infilarci Forza Italia (con alcune contraddizioni) e tutto il mondo moderato e liberale, indecifrabile partiticamente ma presente e determinante in caso di bisogno.

I progressisti italiani, hanno come antico riferimento il riformismo socialista, la socialdemocrazia e naturalmente la Democrazia Cristiana e i partiti progressisti moderati: liberali e i repubblicani. Anche questo schieramento è soggetto a probabili defezioni, prendiamone atto ma, sempre per semplificare, lo faccio perché le possibili defezioni, dell’una parte compenseranno quelle dell’altra, come sempre avviene.

In cosa credono i progressisti?

Secondo me in un concetto fondamentale: le grandi trasformazioni socio economiche non si combattono ma si governano. L’integrazione Europea potrà anche subire ritardi o addirittura collassare, ma l’integrazione è nel futuro di questo continente che solo così potrà competere con le economie continentali americane e cinesi.

I problemi ambientali, non si affrontano per i progressisti con la decrescita ma con l’innovazione tecnologica, mentre la globalizzazione, pur andando attentamente governata viene considerata ineluttabile, lo stesso vale per la finanza in generale e le multinazionali.

Anche qui, so di aver semplificato ma, non avendo la spocchia del politologo, vorrei farmi capire.

Essendo il sottoscritto appartenente alla seconda categoria, cercherò di esporvi i miei timori.

Esiste nel nostro Paese una sempre più profonda frattura tra la politica e, più in generale, i cittadini che sono poi l’elettorato. Ciò deriva dalla crisi delle vecchie ideologie e da un generale imbarbarimento del personale politico. Questo non toglie che, almeno per me, la Democrazia diretta rimane un’utopia e Rousseau un simpatico filosofo del settecento oggi di gran moda, ma che a suo tempo fu isolato proprio da quegli enciclopedisti di cui fece parte. A guardare bene, illuminismo e il pensiero Roussoniano rappresentarono, più o meno, le stesse correnti di pensiero di oggi.

Sempre semplificando: Rousseau teorizzava il ritorno alla natura e la democrazia dell’Agorà. Non stupisce, che i Grillini (secondo me soprattutto con lo zampino della buonanima di Casaleggio padre), abbiano chiamato Rousseau la piattaforma che hanno eretto a feticcio della loro sbandierata democrazia diretta, dove l’agorà è (e qui sta la loro grande contraddizione) la rete, che potrà anche essere uno strumento buono o meno buono, democratico o meno democratico a seconda di chi la usa e la condiziona. Un mezzo, come l’agorà era uno spazio, entrambi indipendenti da quello che ci infili dentro.

Sta di fatto che il feticcio Rete, che per i Grillini è il massimo delle possibilità democratiche, è figlia dell’innovazione tecnologica e propedeutica (non essa sola) alla globalizzazione.

Per concludere, ai progressisti spetta il compito di governare il nuovo che avanza.  Sarà in grado il nuovo PD di farsi interprete di tutto ciò? Francamente permangono in me forti dubbi ma, tant’è; questo attualmente passa il convento, perché Forza Italia e Berlusconi paiono la Bella addormentata che aspetta il bacio del principe, rischiando il fiato non proprio silvestre del buon Salvini, oltre al conseguente…. eterno riposo.

Se Renzi è veramente un progressista, lo scopriremo innanzi tutto da due cose fondamentali: la Legge elettorale che garantisca governabilità e alternanza, ma soprattutto l’abbandono della demagogia elettoralistica, senza paura delle momentanee impopolarità.

Solo così potrà dirsi progressista, convincendomi, in autunno o in primavera (chi se ne frega) a dargli il mio voto.

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Inserito il:06/05/2017 01:09:08
Ultimo aggiornamento:06/05/2017 01:15:05
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