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Aggiornato al 22/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Axel Scheffler (Amburgo, 1957 - ) -Idea for a EU heraldic animal (Drawing Europe Together 2018)

 

L’UE dopo le elezioni. E l’Italia?

 

di Vincenzo Rampolla

 

…non donna di provincie, ma bordello, diceva l’Alighiero contro l’Italia del suo tempo, dilaniata da lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza, quasi belva selvaggia contraria a ogni disciplina. Da allora l’Italia è veramente cambiata? Ho imparato a provocare, per catturare l’attenzione.

Che dice l’articolo 5 del Trattato dell’UE?

La parte contraente che sia soggetta a procedura per i disavanzi eccessivi ai sensi dei trattati su cui si fonda la Unione Europea predispone un programma di partenariato economico e di bilancio che comprenda una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da definire e attuare per una correzione duratura ed effettiva del suo disavanzo eccessivo…

Chi ha tirato in ballo l’articolo 5? P.Moscovici, il Commissario agli Affari Economici che gestisce le vicende dei bilanci pubblici parigini, leccapiedi di Macron.

Anche la Francia è stata sotto procedura per deficit eccessivo, dal 27 aprile 2009 al 22 giugno del 2018, ininterrottamente, con il privilegio di non soggiacere ai vincoli di aggiustamento previsti dal Fiscal Compact. Donde viene quel privilegio? Ciò che sfiora Parigi è oggetto di riserbo.

Qualcuno ha parlato del Report sulla Francia del 5 giugno scorso, in cui la Commissione ha rilevato che: gli insufficienti progressi compiuti in ordine al rispetto dell’obiettivo di riduzione del debito nel 2018 e del deficit previsto nel 2019 forniscono l’esistenza prima facie di un deficit eccessivo…? Nel 2019, sempre secondo la Commissione, il rapporto Deficit/Pil della Francia dovrebbe salire al 3,1% rispetto al 2,5% del 2018, e il debito crescere rispettivamente dal 98,4% al 99%.

Per quanto invece riguarda la procedura di infrazione avviata a carico di casa nostra, si dovrebbe intervenire già quest’anno, per ricondurre il rapporto Deficit/Pil dal 2,1-2,2% al 2,04% che era stato concordato: due cifre dopo la virgola … Il diverso trattamento riservato all’Italia rispetto a Parigi è curioso: si tratta di politica? Sissignori, si parla solamente di politica, esclusivamente di politica.

E chi la gestisce? Salvini insieme alla Martine Le Pen? Chi altro? L’UE ci sta mollando? Pare. Siamo soli? Sì, l’Italia è sola.

E gli amori con la Germania? Meglio non parlarne. Chi ha dimenticato lo strafottente ghigno scambiato tra la Merkel e Sarkosy a Cannes, riferendosi alla scarsa affidabilità del Presidente del Consiglio S.Berlusconi?

Da allora i politici di casa nostra parlano di isolamento internazionale dell’Italia … di mezzo c’è la Deep Class, dicono… Ad altri questa pare una collaudata strategia. In un contesto politico sempre più frammentato e incerto, è difficile che le grandi riforme auspicate dall’Italia vengano realizzate a breve in Europa. Si profila invece una stagione di forte ognuno per sé, in cui i diversi Stati membri si misurerebbero sempre più in prove di forza diplomatiche.

Una prima indicazione sul peso politico dell’Italia nel quinquennio 2019-2024 è in arrivo nelle prossime settimane, quando dai negoziati tra gli Stati membri dovranno emergere anche il nome e il ruolo del candidato a prossimo Commissario italiano nella Commissione Europea.

In questa partita, come in altre, il Governo italiano si ritroverà per la prima volta ad agire quale membro dell’opposizione alla grande coalizione moderata, anziché esserne parte.

Una posizione che Roma si troverebbe a condividere con solo altri tre Stati membri in cui nessuno dei partiti al governo fanno parte della maggioranza del PPE: Regno Unito, Polonia e Grecia (almeno fino alle elezioni anticipate a detta del premier Tsipras). L’appartenenza all’opposizione dei partiti di governo italiani potrebbe complicare i negoziati per la scelta del Commissario, perché agli Stati membri a favore della maggioranza moderata non verrà in mente di votare le richieste italiane, orientate a un portafoglio economico.

Situazione dunque potenzialmente sfavorevole all’Italia e complicata dalla congiuntura che a fine ottobre vede l’Italia cedere tre delle più importanti cariche dell’UE: il Presidente del Parlamento Europeo (A.Tajani), il Presidente della BCE (M.Draghi) e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza (F.Mogherini). Che fare?

L’Italia potrebbe forse puntare su una figura di compromesso, proponendo un nome ampiamente condivisibile. In questo modo i possibili falchi a Bruxelles non avrebbero alibi, non potendo rifiutare a priori il candidato italiano solo in quanto espressione di una maggioranza di governo diversa dalla propria.

L’Italia infine dovrà tenere alta l’attenzione sulla partita per le nomine del dopo-Draghi alla BCE. Dalla nascita della BCE nel 1998 a oggi, l’Italia ha sempre espresso un membro del Comitato esecutivo della Banca, composto da 6 membri (inclusi il Presidente e il Vicepresidente della BCE). Se il prossimo governatore fosse tedesco o francese, si libererebbe un posto per un italiano nel Comitato. Ma se invece si trattasse, come sembra possibile, di un finlandese (la Finlandia non è attualmente rappresentata tra i 6 membri), l’Italia potrebbe non ottenere un posto nel Comitato almeno fino a fine 2020, quando scadrà l’incarico del membro lussemburghese.

Che peso ha la scelta del prossimo governatore della BCE e dei membri del Comitato per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia? Dopo otto anni alla guida della BCE, il successore di Draghi dovrà determinare la politica monetaria di un’Eurozona in cui molte economie registrano tassi di crescita molto bassi.

I favoriti per la successione sembrano essere il francese François Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France, e Erkki Liikanen, ex banchiere centrale di Finlandia. Nessuno dei due profili segnerebbe una netta rottura rispetto alle scelte di politica monetaria di Draghi, a differenza di quanto accadrebbe se il nuovo governatore fosse il tedesco Jens Weidmann, in realtà con scarse probabilità di farcela.

Come ampiamente previsto dai sondaggi, la grande coalizione tra socialisti e popolari ha perso la maggioranza assoluta al Parlamento europeo. È la prosecuzione di un trend decennale, dopo che nel 2004 i seggi vinti da socialisti e popolari avevano toccato il loro massimo storico (67%).

Dal 2009 è infatti iniziato un trend negativo che quest’anno ha persino accelerato, consegnando alla grande coalizione solo il 44% dei seggi del prossimo Parlamento.

Un’altra conferma delle previsioni della vigilia è che al calo della grande coalizione non ha corrisposto una forte avanzata del fronte nazional-sovranista, passato dal 20% al 23% dei seggi e ben lontano dalla possibilità di esprimere una maggioranza alternativa. Tuttavia, il calo dei consensi per popolari e socialisti costringerà i due gruppi parlamentari maggiori ad allargare la maggioranza. Con ogni probabilità, a essere inclusi nella maggioranza saranno i liberaldemocratici.

Questi ultimi, anche grazie all’apporto del partito del Presidente Macron, salgono dal 9% al 14% dei seggi e diventano determinanti per garantire una maggioranza stabile in Parlamento (58% dei seggi totali). Consapevoli del loro ruolo di ago della bilancia è probabile che i leader del gruppo, Macron per primo con il premier olandese Mark Rutte, riescano a carpire concessioni maggiori ai governi che hanno invece eletto molti membri tra le file dei popolari e dei socialisti.

Più incerto appare al momento un sostegno alla maggioranza moderata da parte dei Verdi, che pure sono stati premiati alle urne (dal 6,7% al 9,2% dei seggi).

Teoricamente, i numeri consentirebbero anche una maggioranza popolari-socialisti-verdi (53% dei seggi totali). I Verdi sono però portatori di una serie di proposte politiche poco appetibili per il fronte moderato, per esempio l’abbandono del carbone nel settore energetico entro il 2030 o l’avvento di un salario minimo europeo.

Una loro partecipazione da ago della bilancia in un’eventuale maggioranza in Parlamento obbligherebbe a rivedere in profondità non il programma dei socialisti, ma certo quello dei popolari. E proprio questi ultimi sarebbero i più accaniti avversari poiché malgrado il calo nei consensi, si sono confermati primo gruppo politico del Parlamento.

La procedura di infrazione a carico dell’Italia per debito eccessivo, che potrebbe essere formalizzata il prossimo 9 luglio, va inquadrata nel contesto delle negoziazioni che cercano di ridefinire gli equilibri europei.

Più che un ballo è una sabba quella in corso a Bruxelles, con una singolare frenesia da parte di una Commissione tutta da rifare.

Non manca nulla: dalle vestali dei seggi ai neo-protettori, dai debuttanti ai vecchi marpioni, con amorazzi, tradimenti, teatrini, adulazioni, nuovi veleni, nuovi sedativi al cianuro … E se qualche vecchia signora, come l’Italia, viene maltrattata, è il suo turno o solo per ottenere da lei favori a buon prezzo. Da attrice a tenutaria il passaggio è difficile, se poi la merce in offerta è scaduta … Chi pensa all’Italia? Dove si lavora? Quando si lavora? Chi lavora …?

Nuovo vezzo di lavorare a suon di blog e nei salotti notturni delle Tv di Stato … di lanciare oracoli in una missione da Malta o da una spiaggia di Trinacria. Da allora l’Italia è veramente cambiata?

L’allargamento della maggioranza aumenterà il numero di posizioni (da 2 a minimo 3) per l’approvazione delle pratiche, ma resterà comunque appannaggio di gruppi tradizionali, che non dovranno tenere conto delle istanze di gruppi nazional-sovranisti, portatori di proposte più radicali. Ci si può attendere uno stallo nella formulazione e approvazione delle proposte, dovuto alla frammentazione maggiore del nuovo Parlamento, che renderà più difficile sbloccare l’impasse attuale, in particolare su temi caldi come la riforma dell’Eurozona, le migrazioni e il bilancio.

La riforma dell’Eurozona punta a una maggiore condivisione del rischio e delle responsabilità, tra i Paesi che tengono alla moneta unica.

Si tratta di uno dei temi fermi da più tempo sul tavolo europeo, nonostante l’investitura di Macron. Anche se Merkel ne ha appoggiato in parte le proposte, il sostegno della cancelliera non vale per tutto il partito popolare, né tanto meno per tutti gli Stati dell’Eurozona.

Almeno 12 Paesi (specialmente del nord Europa) hanno espresso forti dubbi al riguardo.

Ora, con il probabile ingresso dei liberaldemocratici nella maggioranza, gruppo da sempre favorevole a uno stile di solidarietà, il tema riprenderà vigore.

La partita a livello nazionale rischia in ogni caso di rimanere bloccata, con Macron uscito indebolito dalle urne e Merkel che si avvicina alla fine dell’ultimo mandato e con la Kramp-Karrenbauer, attuale capo della CDU e probabile erede di Merkel, meno favorevole a dotare l’Eurozona di una propria capacità fiscale.

Se una riforma urgente come quella dell’Eurozona appare in difficoltà, che dire delle politiche migratorie, in cui le decisioni su cosa fare e se estenderle a livello europeo sono in alto mare, se non agli antipodi?

Il rafforzamento del fronte dei gruppi euroscettici e sovranisti potrebbe convincere anche i gruppi moderati che le migrazioni sono un tema troppo caldo...

Per esempio, il tema nodale è la riforma del Regolamento di Dublino (con le regole per decidere quale Stato sia il membro responsabile a gestire una richiesta d’asilo). Il Parlamento aveva approvato una bozza di riforma già a novembre 2017, ma da allora sul tema dovrebbe pronunciarsi il Consiglio che ha sempre rinviato l’esame della proposta.

Resta infine la discussione del documento quadro sul bilancio europeo per il prossimo settennato di programmazione (QFP 2021-2027).

La proposta del prossimo passo è stata presentata dalla Commissione a maggio 2018 e mai presa in considerazione né discussa dagli Stati membri. Vecchia storia: il bilancio 2014 era stato approvato a dicembre 2013. Venti mesi dopo la proposta della Commissione e con la forte frammentazione del nuovo Parlamento Ue saranno più difficili i negoziati sul bilancio e la partita si giocherà di certo all’interno del Consiglio UE, tra gli Stati membri più che in Parlamento.

La procedura di approvazione richiede infatti che il Parlamento approvi la proposta a maggioranza assoluta, ma è poi il Consiglio UE che delibera all’unanimità per validarne l’approvazione.

Al momento, la proposta della Commissione vede i Paesi dell’Europa meridionale e occidentale favoriti rispetto ai Paesi dell’est che vedrebbero una riduzione netta delle risorse a loro destinate, dando certamente vita a forti resistenze a livello nazionale.

Qualcuno ha parlato di bordello?

[ricerca: politicheuropee.gov.it; startmag.it; ispionline.it; wikipedia]

 

Inserito il:18/06/2019 22:12:47
Ultimo aggiornamento:18/06/2019 22:19:49
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