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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Konstantin Yuon (Mosca, 1875 – 1958) – The old Moscow

 

La geografia di Putin

di Bruno Lamborghini

 

Un libro molto interessante “Le 10 mappe che spiegano il mondo” di Tim Marshall edito da Garzanti mette in evidenza il ruolo della geografia per spiegare gli eventi di politica internazionale accaduti nella storia, in primis le guerre, ma anche per capire quanto succede oggi nel mondo.

Un esempio, le divisioni tra le nazioni, disegnate sulla carta da funzionari al termine di conflitti od in alcune fasi delle occupazioni coloniali, indipendentemente da specifiche condizioni geografiche o etniche, non potevano che sfociare in gravi crisi conflittuali, come nella post Jugoslavia titoista (Bosnia e Kossovo) od ancora oggi nella frammentazione tra stati africani non rispondenti a condizioni geografiche o etniche con conseguente conflittualità endemica e incapacità di sviluppo.

Secondo Marshall, un giornalista che ha visto personalmente quanto accade nel mondo, la geografia è causa di instabilità politica tra stati per ragioni di carattere o difensivo od offensivo.

Il caso oggi più significativo è dato dalla Russia di Putin che riprende la storia geopolitica di quel paese e soprattutto appare ancora condizionata dalla scomparsa del grande impero sovietico.

Innanzitutto, occorre ricordare alcuni dati di quel paese, la nazione più grande del mondo che copre 11 fusi orari, tra Europa ed Asia. in cui vivono però appena 144 milioni di abitanti, il 2% della popolazione mondiale. La gran parte è costituita dalla Siberia, di fatto ricoperta da ghiacci per la quasi totalità dell’anno e quindi con una produzione agricola del tutto insufficiente. L’unica vera ricchezza è costituita dalle fonti petrolifere e di gas che ne fanno il secondo produttore mondiale, ma che sono anche fonte di incertezza in presenza di prezzi non sufficientemente adeguati ai costi estrattivi e soprattutto in presenza di nuove fonti internazionali e nuove opportunità di approvvigionamento e risparmio energetico.

Di qui, la necessità da parte della Russia di Putin, di non stare fermi e di cercare nuovi spazi, superando le barriere imposte dalla sua struttura geografica, quella di un paese che non ha sbocchi significativi al mare, cioè porti in grado di operare sia dal punto di vista militare che da quello commerciale (Murmansk sul Mare del Nord è impraticabile per molti mesi, come Vladivostok, alla fine della lontana Siberia e troppo vicino a Cina e Giappone); di qui l’occupazione recente della Crimea, sottratta senza grande sforzo e con deboli reazioni internazionali all’Ucraina per il controllo del porto di Sebastopoli, da sempre porto militare russo sul Mar Nero, peraltro con problemi non semplici di passaggio verso il Mediterraneo a causa dei controlli occidentali del Bosforo. Ma, se è vero che per la Russia di Putin non risultano grosse preoccupazioni a Est verso i vari Stan, ex Unione Sovietica o verso la Cina con cui le relazioni appaiono relativamente tranquille (o addirittura di collaborazione come l’oleodotto che porta in Cina petrolio e gas russo), vi sono crescenti problemi a Occidente, in primis con la questione Ucraina ed il rischio che possa entrare nella Nato, costituendo così una diretta minaccia alle porte della Russia. Così, anche se in misura più attenta da parte di Putin, per quanto riguarda i paesi baltici Nato, per cui un eventuale attacco russo scatenerebbe immediatamente l’intervento Nato. Ma la filosofia politica di Putin, secondo Marshall, si basa sulla necessità di proteggere ed integrare i russi abitanti in altri paesi ed un quarto degli abitanti di Estonia e Lettonia sono di etnia e lingua russa. Sempre a Ovest vi è una preoccupazione difensiva di non lasciare vie di possibile invasione verso la grande pianura russa senza barriere naturali montagnose, nell’area moldava con la presenza russa in Transnistria oppure con le presenze militari nel Caucaso ed in Armenia. In Medio Oriente l’intervento russo in Siria, oltreché atto di significativa presenza politica internazionale si propone l’obiettivo di mantenere la base navale di Tartus.

Al centro dell’attenzione di Putin vi è da sempre il rapporto con gli Stati Uniti che nell’era Trump hanno visto un atteggiamento più positivo rispetto ad Obama da parte del nuovo Presidente USA, peraltro oscurato dalle vicende del cosidetto Russiagate ed anche dalle decisioni del Congresso, in opposizione a Trump, di proseguire nelle sanzioni verso la Russia per l’Ucraina.

Il libro di Marshall conclude a proposito del ruolo della geopolitca nel comportamento russo: “Togliete i confini che determinano gli stati nazionali, e scoprirete che la cartina geografica che aveva sotto gli occhi Ivan il Terribile nel XVI secolo è la stessa che ha di fronte oggi Vladimir Putin”.

 

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Inserito il:21/08/2017 09:06:56
Ultimo aggiornamento:21/08/2017 09:14:06
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