Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Philipp Veit (Berlino, 1793 - Magonza, 1877) - Allegoria della Russia

 

Quando la Russia voleva entrare nella Nato

di Achille De Tommaso

 

Russia e Occidente, non sono sempre stati gli avversari che si scambiano colpi da Guerra Fredda come sono oggi. C’è stato un tempo in cui Mosca considerava di poter entrare nell’Alleanza Atlantica.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha portato il mondo ad avere un’unica grande potenza: gli Stati Uniti. L’Occidente era risultato vincitore della Guerra Fredda; ma la Nato nei primi anni ’90 del secolo scorso stava attraversando un profondo riassetto ideologico/strutturale al punto che qualcuno, internamente, si stava chiedendo se avesse ancora senso continuarne l’esistenza.  La Nato quindi si trasfigurò, in quel periodo, per sopravvivere: mutò pelle e non continuò ad essere un organismo puramente difensivo. Nel 1994 subì una riorganizzazione strutturale con la nascita della Combined Joined Task Force, per poter effettuare missioni fuori area ad hoc, con tutti gli strumenti militari necessari. A giugno di quel fatidico anno la Russia accettò di firmare il documento quadro della PFP (Partnership For Peace), considerato come “l’anticamera” del formale ingresso nella Nato.  I rapporti tra Russia e Occidente, però, non sono rimasti costanti dal 1994; storicamente possiamo dividerli in tre fasi: la prima, durata dal 1992 sino al 2003, caratterizzata da una cooperazione asimmetrica, la seconda, dal 2004 al 2013, definibile come “di competizione pragmatica” e una terza, dal 2014 a oggi, di scontro.

Sappiamo bene le motivazioni di questo ultimo scontro che perdura ancora oggi (la Crimea), pertanto mi interessa focalizzarci sulla prima fase che è quella in cui Russia e Occidente sono state più vicine che mai. Allora la Russia era un Paese molto diverso, che faticava a uscire dalla terribile crisi generata dalla fine del sistema socialista, in cui l’irruzione del capitalismo aveva causato una polarizzazione della società mai vista prima.

La prima rottura con l’Occidente, in pieno clima PFP, si ha nel 1999, quando la Nato attacca la Serbia: l’aereo di Primakov, che doveva partecipare a un vertice a Washington, quella notte, in pieno Atlantico, fa inversione di rotta e torna a Mosca. Un segnale fortissimo che genera “fastidio” alla Casa Bianca e che segna un primo stop all’“occidentalismo” russo. 

Quando Vladimir Putin sale al Cremlino nel 2000, si continua a guardare a ovest, ma questa volta pretendendo di essere trattati alla pari dagli Stati Uniti: sono gli anni conosciuti, in Italia, come quelli caratterizzati dallo “spirito di Pratica di Mare”. Ancora quindi si torna a parlare della possibilità, per la Russia, di entrare nella Nato, ma Washington rifiuta un equo partenariato con Mosca causando una seconda nuova chiusura.

Le tensioni e i disaccordi crescono, e si entra in quel periodo che è stato definito di “competizione pragmatica” ovvero di un pragmatismo nella ricerca e difesa degli interessi nazionali russi. Si arriva al 2007 quando da Monaco, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza, il presidente Putin critica la Nato e gli Stati Uniti per le continue intrusioni nella sfera di influenza russa. Da lì a poco ci sarebbe stata la guerra in Ossezia del Sud/Georgia (agosto 2008) e una nuova crisi tra Russia e Nato.

Con l’arrivo di Barack Obama, gli Stati Uniti cercano quello che fu definito “il grande reset” nei rapporti con Mosca: al Cremlino venne anche offerto di entrare nello “scudo missilistico” che si stava erigendo dopo l’uscita unilaterale dal Trattato Abm (Anti Ballistic Missile) degli Usa voluto dal presidente George W. Bush. Mosca però ormai è su un altro binario, anche proprio per via delle continue intrusioni nel suo estero vicino.

La rottura definitiva, come detto, avviene nel 2014 grazie alla questione della Crimea/Donbass e oggi tra la Russia e la Nato sembra che vigano ancora i meccanismi della Guerra Fredda. Mosca però, nonostante la politica di protivostoyanie zapadu (contrasto all’occidente), spinta anche dal desiderio di non isolarsi che l’ha portata nelle braccia del drago cinese, si sente ancora occidentale come si sentiva ai tempi degli Zar. La Russia è ancora un Paese di cultura europea/occidentale, come lo è sempre stato sebbene la sua politica estera non lo sia per via della sua stessa geografia.  L’attuale partenariato con la Cina non deve trarre in inganno: si tratta di una necessità dettata dalle vigenti contingenze, non si tratta né di un’alleanza né di una intima comunanza di valori: alla base c’è solo la comune visione della politica estera che rifiuta il ruolo egemonico statunitense e “occidentale”, e la rivendicazione del diritto di essere portatori di valori propri, se pur differenti. Culturalmente non hanno nulla in comune.  

Ecco perché, fondamentalmente, Russia e Occidente – in particolare Russia ed Europa – nonostante le attuali divergenze e tensioni, hanno sempre la possibilità di tornare a stringersi la mano.

 

Inserito il:20/10/2022 16:10:07
Ultimo aggiornamento:20/10/2022 16:21:29
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