Aggiornato al 12/05/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale

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Stiamo italianizzando la Gran Bretagna

di Achille De Tommaso

 

C’è qualcosa di vagamente familiare nell’odore che sale dalle urne britanniche in questo maggio 2026. Chi conosce la storia politica italiana degli ultimi trent’anni riconosce quella fragranza: è il profumo acre della frammentazione, il sentore inconfondibile di un sistema bipartitico che si sta sgretolando sotto i colpi di una protesta che non trova più argini nei partiti tradizionali. I risultati delle elezioni amministrative inglesi di giovedì 8 maggio hanno sancito la fine di un’epoca: “La politica bipartitica non sta solo morendo, è morta e sepolta” , ha dichiarato con brutalità chirurgica un commentatore di Reform UK (**). Benvenuti nell’Italia degli anni Novanta. Benvenuti nella Terza Repubblica britannica.

(Al termine, indicazioni sulla mia modalità d’uso dei RIFERIMENTI)

***

Nigel Farage ha vinto. Non nel senso apocalittico che i suoi sostenitori sognano e i suoi avversari temono, ma in quel senso più sottile e più pericoloso che gli storici capiranno meglio di noi: ha vinto lo spazio politico. Reform UK ha conquistato centinaia di seggi nei consigli locali, sfondando soprattutto nelle tradizionali roccaforti operaie del nord dell’Inghilterra, con il caso simbolico di Hartlepool, storicamente laburista, che ora orbita attorno al partito sovranista. Hartlepool è il corrispettivo britannico delle nostre Torino e Sesto San Giovanni: quando la sinistra perde le sue cittadelle industriali storiche, non si tratta di un’oscillazione del vento elettorale. Si tratta di una tettonica delle placche.

Il partito laburista di Starmer ha perso quasi il 60% dei seggi che cercava di difendere, e il nord dell’Inghilterra, storicamente orientato a sinistra, si è schierato verso la destra anti-UE di Farage o verso la sinistra radicale dei Verdi. Ecco il paradosso che l’Italia conosce a memoria: quando un sistema si rompe, non si rompe a metà. Si polverizza. E i frammenti vanno in direzioni opposte, verso gli estremi, lasciando un centro sempre più vuoto e sempre più ansioso di spiegarsi una sconfitta che non riesce a comprendere perché non vuole ammetterne le cause strutturali.

Starmer non si dimette. Naturalmente. Ha ammesso una sconfitta “molto dura” ma ha dichiarato di voler andare avanti, pur con la leadership in bilico. Anche questa è una scena italiana: il leader che sopravvive alle sconfitte non perché abbia ancora una visione, ma perché nel vuoto pneumatico che lo circonda nessuno ha il coraggio di fare il passo successivo. Ricorda qualcosa? Certo che ricorda. Ricorda Craxi dopo il 1992, ricorda Occhetto dopo la svolta della Bolognina, ricorda tutti quei segretari di partito che continuavano a presiedere macerie annunciando piani di rilancio.

Ma il vero tema non è Farage. Farage è la conseguenza, non la causa. La causa è quella che in Italia chiamiamo questione migratoria e che nel Regno Unito è diventata, dopo la Brexit, una ferita aperta e mal curata. Farage ha costruito la sua fortuna politica su questo tema in modo sistematico, con una coerenza che i suoi avversari continuano a sottovalutare scambiandola per demagogia. Ha sostenuto la Brexit nel 2016 proprio sull’argomento del controllo dei confini, vendendo agli elettori inglesi la promessa che uscire dall’Unione Europea avrebbe significato riprendere il controllo dei flussi migratori. Quella promessa non è stata mantenuta, gli sbarchi irregolari nel Canale della Manica hanno continuato e anzi si sono intensificati negli anni successivi al referendum; ma Farage ha raccolto i dividendi politici di una rabbia, di una doppia delusione: delusi dall’Europa prima, delusi dai governi post-Brexit poi.

È qui che la metafora italiana si fa più stringente e più inquietante. In Italia, la crisi del sistema dei partiti storici non è avvenuta per ragioni puramente ideologiche. È avvenuta perché una parte significativa degli elettori ha sentito che le élite politiche non parlavano più la loro lingua, non condividevano più le loro preoccupazioni quotidiane, non rispondevano più alle domande concrete sulla sicurezza, sull’identità, sul futuro economico del ceto medio-basso. Tangentopoli fu il detonatore, ma la polvere da sparo era già lì, accumulata in anni di distanza crescente tra governanti e governati. Nel Regno Unito, Brexit ha fatto la funzione di Tangentopoli: ha mostrato che il sistema poteva essere scosso, che il voto di protesta aveva effetti reali, che la classe politica stabilita non era invincibile.

Farage ha urlato che questo è un “cambio davvero storico nella politica britannica”, e in effetti non ha del tutto torto, anche se i dati suggeriscono che il sostegno a Reform era in calo rispetto all’anno scorso e che i Conservatori di Kemi Badenoch rimangono l’opposizione ufficiale. Ma questa precisione statistica manca il punto fondamentale. Non conta quanti voti ha preso Reform UK ieri. Conta che il sistema bipartitico, quel meraviglioso meccanismo tutto britannico che per un secolo ha garantito alternanza stabile tra Labour e Tory, si è inceppato in modo probabilmente irreversibile. I Liberal Democratici hanno guadagnato una sessantina di seggi, i Verdi intercettano il voto dei giovani delusi, Reform sfonda nelle aree operaie: il paesaggio politico che emerge è quello di una rivalità multipolare che gli inglesi non avevano mai conosciuto nella loro storia moderna.

L’italianizzazione della Gran Bretagna non è una boutade provocatoria. È una diagnosi che merita di essere presa sul serio. L’Italia degli anni Novanta visse esattamente questa transizione: la morte del duopolio DC-PCI, l’emergere di forze nuove ai suoi bordi, la moltiplicazione dei partiti, l’instabilità governativa che ne conseguì. I britannici hanno sempre guardato a quella nostra stagione con una certa superiorità, convinti che il loro sistema elettorale maggioritario, il cosiddetto first-past-the-post (*), avrebbe garantito loro l’immunità dalla frammentazione. Quella convinzione si sta rivelando illusoria, perché il sistema elettorale è uno strumento, non un vaccino. Quando la pressione sociale e culturale supera una certa soglia, nessun meccanismo istituzionale regge.
La domanda che nessuno a Londra vuole davvero porsi è quella che l’Italia ha dovuto porsi negli anni Novanta e alla quale non ha ancora dato una risposta soddisfacente: come si ricostruisce un sistema politico funzionante dopo che il bipartitismo storico è crollato? Come si traduce la protesta in governo? Come si trasforma Farage — o chiunque ne raccoglierà l’eredità — da tribuno della plebe a statista capace di amministrare la complessità di un paese moderno?
L’Italia, trent’anni dopo, ancora non lo sa con certezza. Forse la Gran Bretagna farà meglio. Ma dovrebbe smettere di guardarsi allo specchio con l’aria di chi pensa di essere immune dalle malattie altrui.

(*) Il First-past-the-post (spesso abbreviato in FPTP) è il sistema elettorale più semplice tra i sistemi maggioritari uninominali a turno unico.

Il nome deriva dal gergo delle corse dei cavalli: vince chi "passa per primo il palo d'arrivo". In politica, questo significa che il candidato che ottiene anche un solo voto in più degli altri viene eletto immediatamente.

Come funziona nella pratica?

  1. Suddivisione in collegi: Il territorio viene diviso in tante piccole aree chiamate "collegi uninominali" (ad esempio, il Regno Unito è diviso in 650 collegi).
  2. Un seggio per collegio: Ogni collegio mette in palio un solo seggio in Parlamento.
  3. Voto secco: L'elettore mette una croce sul nome di un solo candidato.
  4. Vittoria a maggioranza relativa: Il candidato che riceve il maggior numero di voti nel suo collegio vince il seggio. Non è necessario raggiungere il 50% + 1 dei voti; basta avere più voti degli avversari (maggioranza relativa o plurality).

 

RIFERIMENTI:

In uno scorso incontro di NEL FUTURO ho accennato a come io mi affidi al mio metodo 4° (Autorevoli, Aggiornati, Autonomi, Autentici) per cercare riscontri in RIFERIMENTI che corroborino i miei scritti. Di seguito un esempio. Al riferimento n.4, poi, riporto i dati di una “allucinazione”. Al n. 5 un miglioramento qualitativo.

1. CNN  https://www.cnn.com/2026/05/08/uk/uk-local-election-reform-farage-starmer-intl

Tutti i dati che avevo riportato (i 600+ seggi guadagnati da Reform, i 450+ persi da Labour, i quasi 300 persi dai Conservatori, la frase di Farage sulla politica "non più destra e sinistra", e il commento di McDonnell sull'"aprire la porta a Farage") sono confermati dall'articolo.

2. ITV News — “Farage declares ‘historic shift in politics’ as Starmer says he won’t step down”
(itv.com, 8 maggio 2026).  
Il link corretto è: https://www.itv.com/news/2026-05-08/2026-election-results.Una nota sui numeri: quelli che avevo nella descrizione erano parziali (dati delle 23:00 di giovedì). L'articolo ITV è stato aggiornato al sabato mattina con i dati più completi, che sono sensibilmente più alti: Reform +1.244 consiglieri e +114 consigli (non +12), Labour -1.022 (non -988), Verdi +297 (non +259), Liberal Democratici +151 (non +146). I consigli conquistati da Reform (Sunderland, Essex, Havering, Suffolk, Newcastle-under-Lyme) e il dettaglio su Bridget Phillipson sono confermati.

3. Al Jazeera — “Leader of the pack: Reform UK makes election gains, humiliating Labour”
(aljazeera.com, 8 maggio 2026).
Fonte internazionale con prospettiva critica. Ricorda che Reform ha conquistato oltre 1.350 seggi e 13 consigli, mentre Labour ha perso il controllo di 35 consigli e oltre 1.300 seggi. Confermato. L'articolo esiste, il link corretto è: https://www.aljazeera.com/news/2026/5/8/leader-of-the-pack-what-next-as-reform-makes-huge-election-gains. La citazione del professor James Mitchell (Università di Edimburgo) è verificata: dice testualmente che Reform "will have to turn their attention to the more challenging business of governing" e che "much will depend on how Reform performs in local government." 

(**) 4. Time Magazine — “Trump Ally Nigel Farage Makes Gains in U.K. Local Elections”
(time.com, 8 maggio 2026).
Fonte americana di rilievo globale. Riporta la dichiarazione di un esponente di Reform secondo cui “la politica bipartitica non sta solo morendo, è morta e sepolta”, e descrive il quadro emergente come una rivalità tra i Verdi e Reform nelle due polarità opposte del sistema. È anche la fonte che colloca Farage nel contesto trumpiano, alleato del presidente USA, aggiungendo una dimensione geopolitica al fenomeno. Il link corretto è: https://time.com/article/2026/05/08/trump-ally-nigel-farage-makes-gains-in-u-k-elections-as-starmer-s-future-draws-uncertainty/ . ALLUCINAZIONE: Una precisazione importante sull'attribuzione: nella tua descrizione nell’introduzione scrivi che "un esponente di Reform" avrebbe detto che "la politica bipartitica non sta solo morendo, è morta e sepolta". In realtà la frase ("Two-party politics is not just dying, it is dead and it is buried") è stata pronunciata da Zack Polanski, leader del Green Party, non da un esponente di Reform. Correggi l'attribuzione nel testo.

5. The Conversation — “Elections 2026: Experts react to the Reform surge and Labour losses”
(theconversation.com, 9 maggio 2026).
Rivista accademica online, scritta da ricercatori universitari per un pubblico non specialistico. È la fonte più analitica e meno militante: affronta la domanda strutturale: questi risultati segnano davvero la fine del bipartitismo o sono un’oscillazione congiunturale? Utile per dare profondità accademica all’articolo senza appesantirlo. Il link corretto è: https://theconversation.com/elections-2026-experts-react-to-the-reform-surge-and-labour-losses-282502. L'articolo, in particolare, affronta la questione che interessa: se si tratti di un cambiamento strutturale o congiunturale

6. Local Government Chronicle (LGC) — “Sweeping Reform gains, deep Labour losses”
(lgcplus.com, 8 maggio 2026).
Rivista specializzata nel governo locale britannico, letta da amministratori e funzionari pubblici. È la fonte tecnica più granulare: segue i risultati consiglio per consiglio, in tempo reale. Utile se si vogliono citare casi specifici, come Tameside, dove Labour ha perso la maggioranza dopo 47 anni ininterrotti di controllo. Il link corretto è: https://www.lgcplus.com/politics/governance-and-structure/live-blog-local-election-results-2026-08-05-2026/. La descrizione è accurata: è effettivamente un live blog consiglio per consiglio, la fonte più granulare disponibile. Il caso di Tameside è confermato, Labour ha perso il controllo del consiglio, con Reform come principale beneficiario. Un'integrazione da considerare: il live blog di LGC riporta anche altri casi esemplari molto efficaci per il tuo parallelo italiano. Sunderland, dove Reform ha conquistato 46 seggi su 75 in un'elezione totale mentre Labour ne perdeva 37; Gateshead, dove Reform ha preso il controllo con 38 seggi guadagnati e Labour è scivolata al terzo posto dietro i Lib Dem; e Norwich, dove i Verdi hanno conquistato il loro primo consiglio in assoluto.

In sintesi per l’articolo: le fonti convergono tutte su tre punti che sostengono la tesi della “italianizzazione”: la fine del duopolio come fatto strutturale (non episodico), la geografia della protesta (nord operaio che abbandona Labour, esattamente come il nord industriale italiano abbandonò la DC e il PCI), e l’irrisolta questione della governabilità di un sistema frammentato. Tutti elementi che rendono il paragone con l’Italia degli anni Novanta non una metafora retorica, ma un’ipotesi analitica fondata.​​​​​​​​​​​​​​​​

 

Inserito il:12/05/2026 11:12:02
Ultimo aggiornamento:12/05/2026 11:52:09
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