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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Daniel Patrick Kessler (USA, 1956 - ) - The White House

 

Biden e il nucleare iraniano

di Vincenzo Rampolla

 

Il potenziamento della capacità tecnica dell'Iran di sviluppare armi nucleari è il risultato di una serie di azioni intraprese da Teheran nel 2020 per accrescere la sua attività nucleare. Tali azioni sono nette violazioni dei termini concordati da Teheran nell'ambito del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action), l’Accordo Internazionale sull'Energia Nucleare per l’Iran, siglato con il Presidente B.Obama a Vienna il 14 luglio 2015 tra l'Iran e Cina, Regno Unito, Francia, Russia, Germania, Usa e UE (il cosiddetto Gruppo dei 6 +1).

Se le previsioni iraniane sono corrette e il candidato Ebrahim Raisi emergerà trionfante alle elezioni presidenziali del 18 giugno, le prospettive che l’ala degli intransigenti iraniani riveda seriamente il programma nucleare del Paese sono ridotte all’osso. Per questo, il risultato dell’accordo nucleare di Obama con l'Iran - affrettato e decisamente incompleto - si piegherà agli ayatollah per consentire di realizzare il loro obiettivo e di acquisire armi nucleari, con tutte le ripercussioni sulla futura sicurezza del pianeta. L'esito più realistico del fragile tentativo del Presidente Biden di rilanciare l'accordo nucleare con l'Iran è di apportare una drastica riduzione al tempo necessario a Teheran per costruire una testata atomica.

Uno degli obiettivi centrali del JCPOA raggiunto da Obama con l'Iran è stato di ritardare la capacità di Teheran di sviluppare armi nucleari per più di un decennio. Nel 2015, al momento dell'accordo, gli esperti di intelligence concedevano all’Iran almeno un anno per potere acquisire il know-how tecnologico per sviluppare una testata nucleare, se all'Iran fosse stato permesso di continuare le sue attività nucleari. Nel tentativo di rallentare la ricerca iraniana sulle armi nucleari, il JCPOA aveva richiesto a Teheran di eliminare le scorte di uranio a medio arricchimento, di ridurre del 98% le scorte di uranio a basso arricchimento e di ridurre di circa due terzi il numero delle centrifughe a gas per 13 anni. Per i prossimi 15 anni, l'Iran avrebbe potuto arricchire l'uranio solo fino al 3,67%.

Nonostante le richieste imposte dal JCPOA e in vigore da 6 anni, dalle ultime informazioni si apprende che all'Iran manchino solo pochi mesi per avere la capacità di produrre quantità sufficienti di uranio arricchito per disporre di una testata nucleare. Un rapporto pubblicato questa settimana dall'Institute of Science and International Security stima in più di 2 - 3 mesi il tempo necessario all'Iran per produrre uranio sufficiente per disporre di armamenti WGU (Weapon Grade Uranium) ovvero di un'arma nucleare e conclude che l'Iran potrebbe produrre una rilevante quantità di WGU dopo 5 mesi e un terzo lotto uscirebbe dopo 7 mesi.

La più grave violazione dell'accordo da parte dell'Iran è avvenuta il 16 aprile 2021, quando per la prima volta ha iniziato ad arricchire l'uranio, componente chiave per la produzione di testate nucleari, al 60% di purezza, di poco inferiore alla soglia richiesta. L'Iran ha inoltre dichiarato che aumenterà a 5.000 il numero delle centrifughe a gas, i complessi dispositivi utilizzati per l'arricchimento dell'uranio nel suo impianto di Natanz. L’Amministrazione Biden vede questi interventi come scaramucce politiche iraniane di scarso peso. Secondo Teheran, invece, è una tattica in risposta alla decisione della precedente Amministrazione Trump di ritirarsi dal JCPOA nel 2018; si tratterebbe di uno stratagemma diplomatico per aumentare la pressione su Washington alfine di accaparrarsi ulteriori concessioni, al più tardi nella fase dei febbrili colloqui in corso a Vienna sul rilancio dell'accordo.

Tra i circoli dell'intelligence occidentale spira comunque una crescente preoccupazione: qualsiasi progresso ottenuto dagli scienziati iraniani con l’accelerazione del programma nucleare del Paese, li porterà ad acquisire conoscenze tecniche vitali di forte impatto strategico. Gli scienziati iraniani potrebbero consolidare il loro know-how nucleare anche nell'improbabile eventualità che i negoziati di Vienna portino a un nuovo accordo in base al quale l'Iran accetti di abbassare i suoi livelli di arricchimento e di ridurre il numero delle sue centrifughe operative. I rapidi progressi fatti dall'Iran nel suo programma nucleare sono stati certificati all'inizio di questa settimana dal Segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha ammesso che il tempo di rottura richiesto dall'Iran per passare dalla conduzione della ricerca nucleare allo sviluppo di testate nucleari potrebbe essere ridotto prima del previsto. Durante un incontro alla Camera dei Rappresentanti, lunedì Blinken ha detto chiaramente che il piano nucleare iraniano sta avanzando a grandi passi e che più si avvicina alla scadenza, più il tempo di rottura si contrae. Secondo i comunicati della Casa Bianca, nella peggiore delle ipotesi, si è oggi al livello di pochi mesi e con questo ritmo, si arriverà a settimane. Mettendo in luce le drammatiche riduzioni del tempo di rottura dell'Iran, Blinken ha mostrato di essere ai ferri corti e ha cercato di giustificare la scelta dell'Amministrazione Biden insistendo sullo sforzo politico richiesto per recuperare a tutti i costi il JCPOA. Anche se da aprile sono in corso a Vienna colloqui indiretti tra Usa e Iran, Blinken è stato costretto ad ammettere che a Washington oggi non si sa ancora se l'Iran avrà una reale intenzione di riprendere la negoziazione dell'accordo e soprattutto di rispettarlo.

L'inviato speciale di Joe Biden per l'Iran, Robert Malley, è intervenuto parlando di difficili discussioni. Per Teheran i colloqui sono stati costruttivi: Potrebbe essere il punto di partenza per la correzione del processo sbagliato che aveva messo la diplomazia in stallo, ha detto il portavoce del governo iraniano, Ali Rabiei. Siamo fiduciosi che nel prossimo futuro il governo degli Usa non avrà altra scelta se non quella di porre fine alla sua condotta illegale, e le sanzioni che violano gli accordi e i regolamenti internazionali finiranno. Se sarà provata la volontà, la serietà e la sincerità Usa, potrebbe essere raggiunto un accordo definitivo. Febbrili gli incontri paralleli orientati al disgelo e in cerca di una mediazione. Il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha ribadito che gli Usa sono pronti a considerare la revoca delle sanzioni, ma solo quelle relative alla questione nucleare. Da parte sua il capo del Consiglio Supremo iraniano per la Sicurezza, Ali Shamkhani ha reagito: Non c'è possibilità che l'Iran entri a far parte di colloqui su argomenti diversi dall'accordo sul nucleare, in nessuna circostanza. Messo alle strette, per salvare l'accordo sul nucleare prima delle elezioni, Joe Biden sta valutando di liberare $1 miliardo di fondi iraniani destinati ad aiuti umanitari da mettere sul tavolo della trattativa con Teheran.

Gli intransigenti iraniani sono sempre più decisi a consolidare il loro controllo del regime puntando alla vittoria elettorale, mentre i diplomatici occidentali sono sempre più scettici sulla prospettiva di riuscire a concludere un nuovo accordo con Teheran. Ebrahim Raisi, il candidato favorito per sostituire il Presidente iraniano uscente Hassan Rouhani, è di ferreo stampo intransigente e si è guadagnato il sostegno dell'onnipotente Consiglio dei Guardiani del Regime e del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Fedele alleato di Ali Khamenei, 82 anni, supremo leader del Paese, Raisi ha operato nel passato come Capo della Magistratura iraniana e si è fatto un nome negli anni '80 da membro rampante delle famigerate Commissioni della Morte iraniane, quando nella guerra Iran-Iraq gli attivisti dell'opposizione venivano giustiziati o condannati a bonificare i campi minati.

Secondo quanto dichiarato ai media da un diplomatico russo, un primo passo è atteso prima delle elezioni perchè il presidente Hassan Rohani e il ministro degli Esteri Javad Zarif sono fermamente decisi ad arrivare a un risultato. Intanto, secondo il Times of Israel, una presunta nave-spia iraniana sarebbe stata attaccata da missili nel Mar Rosso. Per Haaretz si tratterebbe della Saviz, nave da ricognizione dell'intelligence legata ai Pasdaran. Si apprende dalla emittente saudita Al-Hadath che l'attacco sarebbe di stampo israeliano. Molti i condizionali.

 

(consultazione:   con coughlin - telegraph's defence and foreign affairs editor - gatestone institute; washington post; jerusalem post; il giornale; times of israel; ansa; cnn; haaretz; al-hadath)

 

Inserito il:13/06/2021 16:04:35
Ultimo aggiornamento:13/06/2021 16:18:37
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