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Aggiornato al 27/10/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Mark Stopke (Ann Arbor, Michigan - California) - Chinese Dragon (2016)

 

Acrobazie del drago cinese lungo la Via della Seta (1)

di Vincenzo Rampolla

 

La Via della Seta… di che parli? Dove inizia, ha una fine? A chi servono 8.000 km di strade, ferrovie, mari, oceani, fiumi e canali, là dove l'impero cinese e romano commerciavano?

La chiamano Obor (One Belt, One Road) oppure Bri (Belt and Road Initiative), è il progetto di Nuova Via della Seta, nuovo ponte Asia-Africa-Europa e nuovo disegno degli scambi economici e geopolitici mondiali, con la Cina cardine al centro degli equilibri. È una rete di collegamenti fondata su due assi primari: uno continentale, dalla Cina occidentale verso l'Europa del Nord attraverso l'Asia Centrale e il Medio Oriente e un'altro marittimo tra le coste cinesi e il Mediterraneo, attraversando l'Oceano Indiano. Chiamiamola Bri.

Il 29 Febbraio 2008 Cina, Russia, Iran, Turchia, Kazakistan, Kirghisia e Tagikistan hanno raggiunto un accordo per disegnare la storica Via della Seta. L’intesa per questo progetto conta 230 opere primarie da ultimare entro il 2014 ed è stata raggiunta a Ginevra dove i ministri dei Trasporti di 19 Stati europei e asiatici hanno deciso interventi per $43 miliardi, essenziali per ripristinare l’antica Via e altre arterie. Tra i sostenitori del piano oltre alla Banca Mondiale, finanziatrice di gran parte dei lavori, si è fatto avanti l’Onu. E la Via non si ferma e sulla carta già sono disegnate le stazioni nodali. Nel progetto sono coinvolte anche le ferrovie che installeranno nuove linee nel tratto che da Alma Ata (Kazakistan) nominata capitale della Nuova Via della Seta, porta a Urumqi, nel Turkestan cinese. In questa città dal porto di Lianyungang sul Mar Giallo, si realizza l’incrocio con le reti centro asiatiche, Tibet compreso. E da più di sei anni che Pechino ci dà dentro con tenacia, costanza, insistenza cinese, con il Presidente Xi Jinping (Xi) in prima linea, onnipotente Dominus et Magister.

Il piano, annunciato a settembre 2013 in un discorso tenuto all’Università Nazarbayev di Astana, capitale del Kazakistan e esposto dal Premier Li Keqiang nel corso di numerosi viaggi in Europa e Asia, punta a coinvolgere 65 Paesi che raccolgono circa il 63% della popolazione mondiale e il 35% del Pil globale. La sua realizzazione prevede un costo globale non inferiore a $900 miliardi. Progetto di colossale dimensione e peso finanziario. Come gestirlo?

Nel 2014 Pechino ha lanciato il Silk Road Fund (China Investment Corporation-Export e Import Bank-China Development Bank), fondo iniziale di $40 miliardi destinato a attrarre capitali esteri, mentre vari Paesi europei partecipano all’AiiB (Asiatic Infrastructure Investiment Bank) nella quale vengono iniettati $100 miliardi.

Tre le direttrici principali per i collegamenti terrestri e ferroviari:

1. Europea, attraversando Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia, Germania, Francia e Regno Unito, arrivando fino alla penisola iberica,

2. Continentale, sul tracciato della Transiberiana,

3. Medio-Orientale, attraverso il Golfo Persico, toccando Islamabad, Teheran e Istanbul.

Due le rotte marittime:

1. Dal porto di Fuzhou - di fronte a Formosa - verso l'Oceano Indiano e il mar Rosso, l'Africa, Suez, il Mediterraneo e i porti italiani di nord-est (Venezia, Trieste),

2. Sempre dal porto di Fuzhou, diretta all’Asia sud-orientale (Malesia, Indonesia, Vietnam).

L’intero progetto è destinato ad aprire la strada a gasdotti e oleodotti.

Millenni fa, sulle rive del Mediterraneo, Gaza era su una delle principali rotte carovaniere dell’antichità: la via dell’incenso. Insieme alla preziosa resina dirette a Roma portavano mirra e incenso d’Etiopia, cannella e legno di sandalo dall’India. Secondo Plinio il Vecchio, per i funerali della moglie Poppea, Nerone ne fece bruciare 3.000 tonnellate, facendo salire i prezzi alle stelle. Pagato in oro, era l’unica contropartita che i mercanti arabi accettavano per una merce considerata sacra per i bracieri dei templi, per il piacere degli dei e la vanità umana. Gli Egizi, ne facevano un largo uso, chiamavano il regno di Punt (Ta netjer, Terra di Dio) il luogo da cui importavano l’incenso e il nome Puntland è rimasto in quel tratto di Somalia da sempre costa di pirati, fin dai Faraoni, dalla regina di Saba, dal biblico Davide e dai sequestri odierni di navi container. L’incenso della Somalia è oggi il più richiesto, ma quello migliore veniva inciso soprattutto sulle cortecce dei boschi del Dhofar, regione verde e montagnosa al confine tra Oman e Yemen. Era il petrolio del regno di Hadramaut, il luogo dove gli alberi erano sorvegliati - narra Erodoto - da piccoli serpenti alati attorcigliati ai rami. Gaza già esisteva, snodo di carovane e predoni come la città di Ubar, o Iram, nei racconti delle Mille e una notte e dal Corano, dove è scritto che Allah la fece sparire tra le sabbie, per la sua arroganza e dissolutezza. Anche Iram è citata nelle tavolette della biblioteca della siriana Ebla. La Nasa, incrociando foto satellitari e dallo Shuttle, ha identificato una zona del deserto dove le tracce delle piste cammelliere convergono per confondersi nel nulla delle dune. Nel periodo di massimo traffico, tra il 300 a. C. e il IV secolo, le carovane lungo la strada del Mar Rosso arrivavano a contare 2.500 dromedari carichi d’incenso e spezie. Questa era la pista principale, che partiva dallo Yemen, per toccare la Mecca e Petra fino a Gaza, dopo aver costeggiato il Sinai. Un percorso di 2.500 chilometri, dai 3 ai 5 mesi. In quei mesi la Via della Seta dalla Cina e la via dell’incenso si incrociavano, si scontravano, si fondevano e la Via della Seta ancora non aveva quel nome. Ci volle il geografo tedesco von Richthofen per battezzarla nei suoi Diari nel 1877.

Nel 2018, sulla base delle esperienze maturate, la Cina ha fissato per la Bri l’obiettivo di alta qualità e nel secondo Forum Bri di Cooperazione Internazionale, aprile 2019, ha invitato tutti i partecipanti a ottimizzare i mezzi per realizzare l'iniziativa. Notevoli i progressi nei settori cooperazione, trasparenza, lotta contro la corruzione, espansione e sviluppo ecologico, ritenuti da Xi basi indispensabili per lo sviluppo di progetti di alta qualità.

Secondo il principio di ampia consultazione, contributi comuni e vantaggi condivisi, la Cina ha promosso una cooperazione partecipativa poiché anche in Europa occidentale e in America Latina vari Paesi hanno aderito all'iniziativa, con alcuni che hanno scelto di lavorare con la Cina nei mercati terzi. A fine ottobre 2019, la Cina aveva firmato 197 capitolati Bri di cooperazione con 137 Paesi e 30 Organizzazioni internazionali. Decisivo il ruolo svolto in prima persona da Xi e dai leader cinesi nelle visite nei diversi Paesi per la promozione di Bri. L’incontro di Xi a Roma ha reso l’Italia il primo stato G7 firmatario di un protocollo d'intesa con la Cina, con le polemiche politiche di prassi e con a latere accordi di collaborazione con Francia e Regno Unito. Per quanto riguarda i Paesi dell'Asia centrale e meridionale Nepal, Kirghizistan, Tagikistan e Kazakistan si sono aggregati stringendo nuovi accordi.

A novembre 2019 durante la 22ma riunione a Bangkok dei leader di ASEAN (Association of South East Asian Nations - Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia, Brunei, Laos, Vietnam, Myanmar, Cambogia), il Premier Li Keqiang ha firmato un accordo Cina-ASEAN per inserire Bri nel Piano 2025 di connessione in rete delle 10 Nazioni associate, dando un forte segnale di sostegno da parte della Cina. L'Associazione include l'8% della popolazione mondiale e ha un Pil complessivo di circa $3 trilioni proiettato a un tasso medio di crescita annuo di 4%. Le economie degli stati membri dell'ASEAN sono molto varie, con prodotti primari costituiti da sistemi elettronici, petrolio e legno.

Nel corso del secondo Forum Bri sono stati firmati accordi per un valore di $64 miliardi. Su un totale di 18 zone pilota di libero scambio aperte in Cina, 6 sono state varate nel 2019 e due (China International Import-Expos) hanno dato un forte impulso al business globale. Tra gennaio/novembre 2019 in 56 Paesi Bri gli investimenti diretti non finanziari delle imprese cinesi hanno raggiunto $12,78 miliardi (dati Ministero del Commercio) inclusa la revisione degli accordi commerciali con Pakistan e Nuova Zelanda. A questi risultati si sono aggiunti 55 esposti di estradizione e 64 interventi di assistenza giudiziaria in 77 Paesi con accordi Bri. È stato anche istituito un meccanismo pilota anticorruzione per il corridoio economico Cina-Laos. Per quanto riguarda la cooperazione in materia di sviluppo ecologico, 130 Società, Enti Governativi, Gruppi di riflessione e Organizzazioni Internazionali hanno firmato i Principi di green investment per BRI, con l’obiettivo di raggiungere uno sviluppo sostenibile e con basse emissioni di carbonio.

A marzo 2020, durante una conferenza stampa dei leader G20 nel vertice straordinario sulla crisi sanitaria, Wang Xiaolong DG Affari economici internazionali (Ministero Affari Esteri), ha dichiarato che il 20% dei progetti è stato gravemente colpito dalla pandemia e che oltre 2.600 progetti per un costo di $ 3,7 trilioni vanno collegati all'iniziativa Bri.

Il corridoio economico Cina-Pakistan da $62 miliardi è stato ufficialmente designato come progetto di punta della Bri e si è trasformato nel primo dei salti mortali cinesi con l'India a causa dell’avviamento che ha attraversato il Kashmir, in perenne conflitto con il Pakistan. Nessun Paese può partecipare a un'iniziativa che ignori le sue preoccupazioni principali sulla sovranità e l'integrità territoriale, ha detto l’ambasciatore del Pakistan a Pechino e per ripicca l'India ha boicottato entrambi i Forum Bri.

Fin dall'inizio delle attività Bri nel 2013, il Pakistan si è distinto per le acrobazie diplomatiche rifilate alla Cina con progetti assolutamente contrari alle linee guida Bri e legati alla difesa, includendo un piano segreto per costruire nuovi aerei da combattimento. Un altro volteggio è emerso dall’investimento di $2 miliardi per realizzare il porto in acque profonde nella zona economica speciale di Gwadar, città all’ingresso del Golfo di Oman, garantendo alla Cina un percorso più rapido per trasferire merci verso il Mar Arabico.

Nel campionario delle giravolte cinesi la Cina si è invischiata in un programma di costruzione di reattori nucleari che ambisce esporre in vetrina per promuovere all'estero i suoi progetti e le tecnologie nazionali. Entro il 2030 la Cina potrebbe costruire fino a 30 reattori nucleari e Wang Shoujun, membro permanente del CPPCC (Comitato Conferenza Consultiva Politica Popolare Cinese), ha spudoratamente piroettato i delegati cinesi a sfruttare i vantaggi dati da Bri e a fornire un solido sostegno finanziario e politico al settore nucleare nazionale. Wang, ex presidente dell’Ente governativo CNNC (China National Nuclear Corp.), ha dichiarato che entro il 2030 i progetti nucleari Bri farebbero incassare $145,5 miliardi alle aziende cinesi.

Non si contano capriole e voltafaccia dei debitori di Pechino. In fermento, hanno deciso di associarsi e organizzarsi per imporre alla Cina una clausola di azione collettiva e obbligarla a accettare rimborsi parziali in periodi di crisi sanitaria e di recessione. Anche i salti senza rete dilagano a Pechino: il Congresso Usa sta valutando una mozione per bloccare il pagamento di ammortamenti e interessi sui titoli di Stato Usa di cui trabocca la Banca Centrale Cinese.

Il bello deve ancora arrivare.

(consultazione: ansa;reuters;seneca, de beneficiis VII, plinio; naturalis historia, VI; virgilio, georgiche,II; c.mutti, corriere della sera; e.ferrara altrenotizie; fabio sindici la stampa)

(Continua)

 

Inserito il:13/07/2020 12:12:39
Ultimo aggiornamento:16/07/2020 18:59:27
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