In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 05/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Jennifer Owens (Irlanda, 1982 - ) - Discussion Developed (2008)

 

Il dibattito politico, l’ambiente e la cultura

di Gianni Di Quattro

 

La discussione sulla politica è continua, tutti vi partecipano perché è semplice, ci sono sempre cose che non vanno, ognuno ha le sue idee e le sue ambizioni e vorrebbe vederle nei piani dei governanti. E poi la discussione intorno alla politica è un argomento che interessa tutti i componenti una società, è un argomento comune.

Il dibattito politico acceso e promosso anche dai mezzi di comunicazione in generale è un fatto positivo, perché è un privilegio della democrazia, interpreta la libertà di parola e di opinione sempre che ciò sia permesso e sempre che gli strumenti di comunicazione di un paese non siano monopolizzati dal potere che impone loro un indirizzo e di giocare un ruolo di supporto.

Ma il dibattito politico è molto delicato perché è stagionale come la frutta più buona, inoltre è condizionato dal clima e dalla capacità dei coltivatori, cioè di coloro che si lanciano nella discussione. La stagionalità è scandita dai periodi nei quali si svolgono determinati momenti rituali della democrazia come le elezioni o altre manifestazioni di volontà popolare e in tali periodi il dibattito è più acceso, il clima è condizionato dalla interpretazione che della democrazia ne fanno coloro che detengono il potere e dalla libertà vera di cui può godere la stampa (il quarto potere se svolge veramente il suo ruolo), mentre la capacità dei coltivatori dipende dal livello medio del popolo e dalla libertà di pensiero e dal coraggio delle élite (il mondo intellettuale, accademico e degli opinion leader) che lo influenzano soprattutto nel mondo di oggi con le sofisticate e complesse tecnologie a disposizione di chi vuole condizionare opinioni di massa.

Il rapporto dunque tra il dibattito politico, l’ambiente e la cultura è molto stretto e il livello in cui si svolge dipende direttamente dall’ambiente favorevole (cioè libero, senza o con pochi pregiudizi, non ricattato dal potere) e dalla cultura media del paese (cioè dalla capacità e volontà di ciascuno di parlare non in base a sensazioni o per riportare opinioni di tizio o di caio, ma in relazione ad un proprio convincimento maturato).

L’assenza di un livello culturale adeguato porta inevitabilmente a discutere per pregiudizi, cioè in base a convincimenti maturati in determinati momenti magari diversi da quelli in cui si svolge il dibattito o sotto influenza di persone cui si riconosce per motivi i più vari una leadership di pensiero. È interessante notare che coloro che discutono per pregiudizi, in pratica secondo uno schema ripetuto e poco influenzato dalla dinamica del percorso storico, dicono che il loro pensiero non cambia perché è coerente. Come se la coerenza, in un mondo che si muove e in cui il livello di cambiamento è così rapido da non avvertirlo quasi, sia da considerare un pregio e non una palla al piede (questa considerazione vale per una singola persona o per intere masse popolari).

L’influenza della cultura e dell’ambiente sul dibattito politico è poi fondamentale sul modo di come si svolge. Più il livello è basso e più il dibattito è violento, inconcludente e inutile. La dimostrazione è rappresentata dai dibattiti televisivi in cui persone improbabili si accapigliano, si insultano, sbraitano e non riescono a condurre un vero dibattito (come indicherebbe la parola) contribuendo solo a radicalizzare le opinioni degli spettatori e raramente spostando opinioni e valutazioni.

La cartina vera di tornasole di questi dibattiti non dibattiti ma rappresentazioni da baraccone (paragonabili alle lotte degli schiavi nelle arene nell’antichità) è rappresentata dalla mancanza di rispetto e dalla voglia non di capire e di confrontare ma solo di vincere e di prevalere. Questo sintomo è la rappresentazione di una società malata, incapace di una visione, incolta e spinta alla volgarità come strumento più efficace di rappresentazione verbale.

Si può dunque sostenere che quando in una società si perde il rispetto reciproco e quando i cittadini sono divisi e non riescono a concordare il loro consenso neanche sui grandi temi che non sono di parte (e che ci sono, certamente ci sono) la stessa è avviata verso un declino forse non irreversibile (niente lo è) ma certamente profondo, violento e lungo.

Le divisioni sociali sono anche rappresentate dalle speranze completamente diverse di intere masse di popolo e dalla adesione di tante persone spesso a politiche illusorie e che vengono adottate per paura, per punizione verso altri governanti precedenti che si sono dimostrati non capaci, per la voglia di cavalcare una utopia rassicurante che dia fiducia e temporanea allegria. Alla fine l’illusione è, infatti, la più grande speranza dell’uomo!

 

Inserito il:19/01/2019 18:19:13
Ultimo aggiornamento:19/01/2019 18:26:01
Condividi su
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology