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Aggiornato al 19/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Maurits Cornelis Escher (1898-1972) – Relativity – 1953

 

Amministrative.

Considerazioni sui ballottaggi.

 

di Massimo Biondi

 

Le amministrative, sia regionali che comunali, sono elezioni diverse dalle europee e dalle politiche, per sistema elettorale e per valutazioni degli elettori. I risultati sono spesso disomogenei o addirittura opposti. Questo accade dovunque, non solo in Italia. I ballottaggi poi seguono logiche del tutto particolari e molto localistiche. I confronti si possono fare perciò solo con le amministrative precedenti.

Proprio per sintetizzare, pur mettendo in conto il disturbo statistico (e non solo) delle liste civiche, io valuterei il risultato complessivo dicendo che il PD ha perso più Comuni di quanti ne abbia conquistati, dunque ha un risultato negativo; un po' meglio il centrodestra, che ha recuperato qualcosa in numero di Comuni ma ha mancato Milano, che era il suo target principale; bene il Movimento 5 stelle, sia perché ha conquistato numerosi Comuni che per il successo in due città importanti come Roma e Torino.

Le due novità maggiori vengono perciò proprio da Roma e Torino, dove sono state elette persone con un curriculum di tutto rispetto. Anche il loro stile, pur con le scivolate che nessuno evita in campagna elettorale, è parso corretto.

Poiché Roma ospita frequentemente personalità importanti mi sento di dire che Virginia Raggi sembra più adeguata di Giorgia Meloni, per parlare solo di donne, come rappresentante della città. E non ne faccio una questione estetica. D’altra parte quanto a estetica anche quella barba mal tagliata da attore tenebroso e tribolato che porta Roberto Giachetti non mi sarebbe piaciuta in occasioni ufficiali. Sarò antiquato. Tra l’altro l’uomo sembra di quelli che portano la cravatta, quando la porta, per dovere e non per piacere. Uno di quelli che “damme ‘na cravatta” che poi gli accostamenti come vengono vengono. Di solito molto tristi. Un po' di Italian style non guasta.

Chiaramente Virginia Raggi ha un compito difficilissimo: ATAC, AMA e altre congreghe sono bubboni enormi. Rispetto a Giachetti però ha il vantaggio di non avere un partito locale che rema contro.

A Torino la scelta era tra una giovane bocconiana brillante, apprezzata e introdotta nell’ambiente industriale, con brevi esperienze di lavoro ma segnalata come molto presente e attiva in Consiglio Comunale, e un rispettabile sindaco uscente iscrittosi quarantotto anni fa (48) alla Federazione Giovanile Comunista. Da allora sempre in politica, con vari incarichi anche istituzionali. Ne sembra uscito, dalla politica, con mani nette ma anche con qualche commento stonato dopo la sconfitta. Che sia stato un buon sindaco lo dicono anche molti che non lo hanno votato, ma le storie, sia belle che brutte, prima o poi devono finire.

Le due sindache (il maschilismo italiano si manifesta anche nell’incertezza di alcuni femminili) hanno avuto qualche debolezza verbale per conquistare voti in campagna elettorale, come tutti. Ora dovranno rimediare. E dovranno avere la capacità di non lasciarsi turbare dagli attacchi pregiudiziali e non fare caso a quanti aspettano sulla riva del Tevere e del Po di vederle fallire. Purtroppo si sono già sgradevolmente manifestati nelle prime ore quelli che Renzi chiamerebbe gufi, qualcuno addirittura sottolineando il genere non convenzionale per un sindaco. L’Italia comprende ancora gente così, inutile nasconderselo. 

Una mezza novità si registra a Milano, dove al ballottaggio sono andate due persone che avrebbero benissimo potuto scambiarsi i sostenitori. Profili simili. Sala avrebbe potuto essere scelto anche dal centrodestra come Parisi da Renzi. E dico Renzi perché centrosinistra è un concetto inafferrabile.  

A Milano cambia il sindaco e anche il colore politico. Lo dico per quelli che vogliono a tutti i costi far passare l’idea della continuità, come se questa fosse un’altra vittoria di Pisapia e non di Sala.  L’arancione che aveva riempito le piazze e i discorsi nel 2011 non si è visto, non c’è più. Sul piano della comunicazione si può dire di tutto, ma con Pisapia il cappello sulla vittoria – e sul sindaco – lo aveva messo Nichi Vendola, sinistra-sinistra. Con Sala la sinistra si è schierata contro. Ha presentato proprie liste che hanno perso due volte: quando hanno ricevuto il diniego di personaggi di prestigio che sono stati sollecitati a guidarle e poi, al dunque, conseguendo risultati molto modesti. Il dichiarato appoggio a Sala in extremis prima del ballottaggio è parso come una foglia di fico su un agire politico a mio parere molto criticabile.  

Conferme a Napoli e Bologna. A Napoli confermato un ex magistrato, personaggio pittoresco, un po' guascone, che incarna molto bene lo spirito della popolazione. Anche lui vorrebbe rifare l’Italia, il che va benissimo: è un’esigenza. Peccato che le strategie fin qui enunciate si limitino a far fuori Renzi; il dopo è una selva oscura e non si vede in giro nessun Virgilio.

A Bologna il confermato è una persona diversa per atteggiamento ed estrazione; bolognese nato in Campania, in politica da vent’anni, anche lui provenienza PCI e mutazioni successive. Mi si dice che se avesse trovato anche lui una Appendino o una Raggi avrebbe perso, invece la sua avversaria al ballottaggio era appoggiata dal più perdente di tutti i leader politici, o sedicenti tali, del momento: Matteo Salvini, Lega Nord. Per il M5S che si accinge a guidare l’Italia, secondo loro stessi e molti altri, una buona candidatura a Bologna sarebbe stata un buon segnale.

Trieste, infine, per fermarci ai capoluoghi di regione: un sindaco giudicato benissimo dalla città si ripresenta dopo cinque anni di assenza imposti dalla legge dei due mandati consecutivi. E vince. Il sindaco che lo aveva sostituito perde di poco perché anche lui è stato ben giudicato. Il tutto in serenità: candidati, sostenitori ed elettori. Queste dovrebbero essere le elezioni comunali, non gli schiamazzi osceni della maggioranza dei candidati, dei politici osservatori e della stampa parlata e scritta.

Come previsto poi i commenti sono spesso stati tirati per i capelli, degli attentati alla logica. Da parte dei politici ma anche di giornalisti che sembrano refrattari alla percezione dell’aria che tira ma sensibili ai pregiudizi personali o dei loro referenti e amici. Impegnati, si direbbe, ad adeguare i fatti alle loro idee.

Violente le critiche a Renzi: comprensibile. Il PD ha perso, pur non male come molti si auguravano e inoltre alcune sconfitte hanno messo in chiaro anomalie, diciamo così, locali del partito. L’anomalia maggiore è il residuo di “letame ancora da spalare” (immagine di Peppino Turani). Purtroppo credo che sia più di quello già spalato. Il PD come erede della tradizione comunista è un cimelio inanimato e maleodorante; Renzi – che non proviene da quella tradizione - avrà un futuro solo se emargina definitivamente i nostalgici, pur sapendo che la stampa di varie tendenze continuerà l’impegno nel loro ripescaggio mediatico, o se deciderà, come da alcune parti gli suggeriscono, di andare per la sua strada.  

Che Renzi possa andare per conto suo è una prospettiva che illumina i residui del PCI-PDS-DS, i quali potrebbero così rioccupare la ditta e gestirla fino all’estinzione, ma inquieta alcune anime sperse del centrodestra, già anti-Nazareno dichiarati e non. Centrodestra che dopo le amministrative riceve meno critiche del PD, non tanto per i risultati quanto perché al momento non c’è un bersaglio preciso da aggredire.

E’ una situazione in evoluzione, quella del centrodestra, caratterizzata anche da lotte interne. Nel Paese c’è comunque un elettorato da riconquistare in quell’area. Lo possono fare in parte un Renzi senza la zavorra dei nemici interni (molti non voteranno mai il PD comprendente D’Alema Bersani Bassolino Fassino e loro seguaci o prestanome) o un raggruppamento sedicente liberale (meglio se lo fosse davvero), nello spirito del popolarismo europeo, a condizione di trovarsi un leader che anche da quella parte sia percepito come autentico rinnovatore. Inutile negare comunque che tutte le ipotesi sono sul tavolo, compreso il Nazareno bis e il cosiddetto Partito della Nazione.

Il terzo polo – non necessariamente per dimensione - è sicuramente il Movimento 5 stelle, come peraltro già inequivocabilmente dimostrato dalle elezioni politiche del 2013. Il Movimento trae vantaggi anche da quanti lo confinano nel populismo, nella protesta fine a se stessa. A me pare che non sia così, e comunque i motivi per protestare non mancano. Ovvio, ci sono fattori strutturali, per esempio in economia, e situazioni incancrenite (burocrazia, giustizia, imposte, privilegi, redditi, lavoro, ceto medio, anche cultura popolare) che nessuno sarà in grado di correggere nei tempi pretesi dai votanti e non di rado promessi dai votati. Il movimento però c’è: giovane, un po' acerbo, ma c’è. Tra l’altro sa usare le informazioni meglio di tutti, anche se molti credono che lavorare con i big data, per esempio, non serva a niente. D’Alema, tanto per fare un nome, direbbe che quella li non è politica. Sbagliando anche stavolta.

E’ bene ricordare che in Italia, recuperata la democrazia, i voti a chi prometteva di ribaltare i tavoli, punire i privilegiati e far vincere i buoni ci sono sempre andati. Il PCI, al tempo del dominio democristiano, Berlusconi dopo tangentopoli e M5S adesso, dopo che il bluff dell’economia occidentale è scoppiato e tutti i non ricchi sono diventati più poveri. Ma anche dopo che i poveri per storia famigliare o di ritorno hanno capito che la risposta non è il socialismo. Nemmeno il turbocapitalismo. Nemmeno il liberalismo, peraltro poco conosciuto e ancor meno frequentato in Italia. Populismo è la definizione inventata per identificare secondo logiche novecentesche le istanze del ventunesimo secolo che il M5S sembra poter interpretare. Si può accettare come definizione convenzionale, senza però attribuirle una connotazione negativa, ignorante.

Marginali gli altri gruppi politici, gli estremisti di destra e di sinistra. Se sarà Italicum, tra l’altro, perderanno il potere di veto.

Per concludere: abbiamo segnali troppo incerti per prevedere cosa accadrà elettoralmente nel 2018, o prima, alle politiche, tanto più in attesa di referendum. Però una cosa sembra probabile e auspicabile: sarà una vittoria nel nome del cambiamento. E io mi auguro, chiunque la colga, che alle parole seguiranno tanti fatti. Dirompenti, nei limiti del possibile.

 

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Inserito il:22/06/2016 18:51:51
Ultimo aggiornamento:22/06/2016 18:56:13
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