Aggiornato al 23/01/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Il referendum sulla separazione delle carriere: perché il rifiuto della sinistra è ideologico e contrario ai fatti

di Achille De Tommaso

 

Il dibattito sulla separazione delle carriere nella magistratura italiana è uno dei pochi in cui la distanza tra realtà empirica e narrazione politica appare così netta da risultare quasi imbarazzante. Da un lato vi sono dati, esperienze comparate, criticità strutturali riconosciute da decenni; dall’altro una resistenza compatta, a sinistra, che si esprime attraverso slogan allarmistici, argomentazioni emotive e una sistematica elusione dei fatti; e anche con raccolte di firme.

Ma col vero timore di non potere più tornare al governo.

***

Per comprendere il nodo della questione occorre partire dalla situazione attuale, senza indulgenze retoriche. L’Italia adotta oggi un modello peculiare, pressoché unico in Europa, o, per meglio dire, attuato dalle democrazie più giovani, fondato sull’unità della magistratura. In questo nostro modello attuale, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, accedono con lo stesso concorso, condividono la medesima formazione iniziale, sono governati dallo stesso organo di autogoverno e possono passare più volte, nel corso della carriera, dalla funzione accusatoria a quella giudicante e viceversa. Formalmente si tratta di una distinzione “di funzioni”, sostanzialmente di una carriera unica.

 

Questo assetto ha prodotto nel tempo effetti sistemici difficilmente contestabili. Sul piano organizzativo, la mobilità continua tra funzioni genera instabilità negli uffici, rallentamenti nella trattazione dei procedimenti, perdita di continuità nella gestione dei fascicoli. Sul piano professionale, impedisce una vera specializzazione, costringendo il magistrato a continui cambi di approccio cognitivo e operativo. Sul piano istituzionale, crea una prossimità culturale e corporativa tra chi accusa e chi giudica che non ha eguali nei sistemi di giustizia occidentali più moderni.

A questo si aggiunge il ruolo centrale delle correnti interne alla magistratura, organizzate e strutturate come veri e propri soggetti di potere. Attraverso il controllo delle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura, tali correnti influenzano nomine, incarichi direttivi, trasferimenti e, indirettamente, l’intero equilibrio del sistema giudiziario. Le vicende emerse negli ultimi anni hanno dimostrato che questo meccanismo non solo non garantisce un’autonomia “pura”, ma favorisce relazioni opache con la politica, scambi informali, negoziazioni sotterranee che sfuggono a ogni controllo pubblico.

È in questo contesto che si inserisce la proposta di separazione delle carriere. Non una rivoluzione ideologica, ma una razionalizzazione strutturale.

La riforma prevede due carriere distinte fin dall’ingresso, concorsi separati, formazione differenziata, impossibilità assoluta di passaggio da una funzione all’altra e organi di autogoverno distinti per giudici e pubblici ministeri. L’obiettivo è elementare: stabilità organizzativa, specializzazione professionale, chiarezza dei ruoli e introduzione di contrappesi reali all’interno del sistema.

Di fronte a questa impostazione, la reazione della sinistra appare sorprendentemente uniforme e sorprendentemente fragile sul piano argomentativo. La prima linea di opposizione è ideologica. Una parte consistente della sinistra continua a considerare l’unità della magistratura come un valore identitario, quasi sacralizzato, legato alla stagione delle grandi inchieste degli anni Novanta. In questa visione, la magistratura unita diventa un soggetto “morale” chiamato a supplire alle debolezze della politica. Separare le carriere significherebbe, in questa narrazione, indebolire un presidio etico prima ancora che istituzionale.

Questa impostazione è pericolosa, perché confonde i ruoli. In uno Stato di diritto, la magistratura non è un attore politico né un soggetto salvifico, ma un potere dello Stato che opera entro limiti precisi. Attribuirle una funzione di supplenza politica morale, significa alterare l’equilibrio costituzionale e legittimare un protagonismo che nulla ha a che fare con l’indipendenza della giurisdizione.

La seconda motivazione del rifiuto è difensiva. L’attuale assetto consente interferenze politiche informali proprio perché tutto avviene all’interno di un unico corpo, protetto da una cortina corporativa. La separazione delle carriere spezza questo monolite e rende più visibili le anomalie. Ed è esattamente questa trasparenza che spaventa. Non perché aumenti il controllo politico sulla magistratura, ma perché riduce la possibilità di gestire il potere giudiziario attraverso reti opache e relazioni informali.

La terza argomentazione della sinistra è la più ripetuta e la meno fondata: l’idea che la separazione sottometterebbe i pubblici ministeri al governo. È un’affermazione che non trova alcun riscontro nel testo della riforma, che non introduce alcuna dipendenza gerarchica dall’esecutivo, non elimina l’inamovibilità, non modifica il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. È un argomento suggestivo, ma falso, che ignora deliberatamente l’esperienza di quasi tutte le democrazie europee, dove la separazione delle carriere è la norma e l’indipendenza delle procure non è certo inferiore a quella italiana.

Vi è poi una motivazione meno dichiarata, ma politicamente rilevante. L’attuale sistema ha consentito nel tempo a una parte della magistratura, storicamente vicina alla sinistra, di esercitare un’influenza indiretta sul sistema politico. La separazione delle carriere riduce questo spazio di manovra, riportando i rapporti tra poteri dello Stato entro confini più netti e verificabili. Non sorprende che questa prospettiva venga vissuta come una perdita di potere, mascherata da difesa della Costituzione.

Infine, la retorica della “vendetta contro i magistrati” rivela tutta la sua inconsistenza. La separazione delle carriere non è un’invenzione recente né un’ossessione di una parte politica. È una proposta discussa da decenni, sostenuta in passato anche da governi di centrosinistra e da giuristi di ogni orientamento. Ridurla a un regolamento di conti significa rinunciare a un confronto serio e rifugiarsi in una narrazione vittimistica.

Condannare la posizione della sinistra su questo tema non significa attaccare la magistratura, ma difendere la razionalità istituzionale. Un sistema in cui chi accusa non potrà mai giudicare, e chi giudica non ha mai accusato, è un sistema più chiaro, più comprensibile per i cittadini e più coerente con il principio del giusto processo. La vera minaccia all’indipendenza non è la separazione delle carriere, ma la persistenza di un assetto opaco che confonde ruoli, concentra potere e rende invisibili le interferenze.

Il nodo, dunque, non è ideologico ma fattuale. Chi si oppone alla separazione dovrebbe spiegare, dati alla mano, perché l’attuale modello italiano funzioni meglio di quelli europei con separazione di carriere, perché possa garantire processi più rapidi, maggiore trasparenza e minori interferenze politiche. Finché questa dimostrazione non arriva, il rifiuto della riforma resta ciò che appare: una difesa di posizioni acquisite, travestita da battaglia di principio.

Di seguito una sintesi schematica, per punti essenziali, dei vantaggi della separazione delle carriere, così come emergono da un’analisi razionale e comparata dei sistemi giudiziari.


VANTAGGI DELLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

  • Chiarezza dei ruoli
    • Chi accusa non giudica mai, chi giudica non ha mai accusato
    • Rafforzamento del principio del giusto processo e della terzietà del giudice
  • Specializzazione professionale
    • PM specializzati in indagini, strategie accusatorie, rapporto con la polizia giudiziaria
    • Giudici specializzati nella valutazione delle prove e nella decisione imparziale
    • Eliminazione della dispersione cognitiva dovuta ai cambi di funzione
  • Maggiore efficienza dei processi
    • Stabilità degli organici
    • Riduzione delle supplenze incrociate
    • Minori rinvii e maggiore continuità nella gestione dei fascicoli
  • Riduzione dei conflitti procedurali
    • Meno ricusazioni e astensioni per rapporti professionali pregressi
    • Rapporti processuali più netti e professionali tra accusa e giudizio
  • Maggiore trasparenza istituzionale
    • Fine del monolite corporativo
    • Le anomalie diventano visibili perché non più assorbite all’interno dello stesso corpo
  • Indipendenza reale, non solo formale
    • Pressioni politiche eventualmente esercitate sui PM non si trasferiscono automaticamente ai giudici
    • Introduzione di contrappesi interni tra due corpi distinti
  • Ridimensionamento del correntismo
    • Due CSM separati riducono il potere delle correnti unificate
    • Minore capacità di controllo sistemico sulle carriere
    • Fine di prassi consolidate
    • Maggiore esposizione pubblica delle dinamiche interne (Minore possibilità di “aggiustamenti” non trasparenti…)
    • Fine delle rendite di posizione e di potere correntizio
  • Allineamento agli standard europei
    • Modello già adottato da Germania, Francia, Spagna e dalla quasi totalità delle democrazie dell’Europa occidentale.
    • Nessuna evidenza che la separazione riduca l’indipendenza della magistratura

CONCLUSIONE POLITICA  

Appare chiaro, conoscendo fatti storici e recenti, che vero problema della sinistra non sia l’indipendenza della magistratura, che nei sistemi separati resta pienamente garantita e spesso più efficace. Il vero timore è un altro.

La separazione delle carriere rompe un assetto che, nel tempo, ha consentito a una parte della magistratura di svolgere una funzione di supplenza politica, spesso in sintonia culturale e ideologica con la sinistra stessa. Spezzando il corpo unico, viene meno quella prossimità strutturale che ha permesso alla sinistra di compensare la debolezza elettorale con un’influenza indiretta esercitata attraverso la magistratura.

In altre parole, la paura non è perdere una magistratura indipendente, ma perdere una magistratura “amica”.
E senza quella leva, la sinistra sa che tornare al governo diventa più difficile, perché dovrebbe farlo solo con il consenso degli elettori, non con l’aiuto di assetti istituzionali opachi.

Ed è esattamente per questo che, dietro il linguaggio costituzionale e gli allarmi democratici, la resistenza è così compatta, così emotiva e così poco fondata sui fatti.

 

Inserito il:21/01/2026 19:20:10
Ultimo aggiornamento:22/01/2026 16:47:52
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