Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
Conoscere Donald Trump
di Vincenzo Rampolla
Ritratto del Presidente Trump tracciato con l’aiuto di una foto di gruppo del geniale fotografo Christopher Anderson. Minuzioso e dissacrante, dipinge e cattura l'attenzione con un’istantanea dei membri del clan dei “mastini” di Trump pubblicata su Vanity Fair il 16 dicembre 2025.
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L’immagine di Donald Trump che nella sua lussuosa residenza a Mar-a-Lago dice: Putin vuole che l’Ucraina abbia successo, mentre Volodymyr Zelensky a fatica trattiene una risata davanti alle telecamere, non è una solita gaffe. È un oracolo che parla, annuncia la fine di un’epoca.
È il momento in cui l’America cessa for ever di assomigliare ai film che per decenni ci hanno imbonito e rifilato l’idea del suo ruolo di baluardo del mondo libero e di inquilino della Casa Bianca incarnazione di una guida morale. Soprattutto.
Nell’America dell’immaginario collettivo, il Presidente-eroe-della-storia non mente per favorire chi minaccia l’ordine, le regole e la libertà. Incontra aggressori, solo per affrontarli a viso aperto, non stende per loro tappeti rossi o si lascia sfuggire applausi troppo imbarazzanti, non ammicca a qualcuno che quotidianamente compie stragi, non mercanteggia complimenti adulatori: rifiuta di unirsi all'assassino nel compiere crimini. Il Presidente dei film sale su un podio improvvisato nello studio ovale, in una base militare o tra le macerie di una città distrutta e si rivolge dritto al popolo, il suo, e parla di valori, libertà, opportunità e di un mondo nel quale c’è spazio, pace e diritti per tutti.
Il Presidente Trump invece incarna l’anti-eroe che segna la fine dell’immaginario americano della guida morale e difensore dell’ordine liberale. La sua frase su Putin è l’espressione coerente di una politica piegata all’ego, al consenso immediato e all’ambiguità tra vittime e carnefici.
Trump è l’anti-eroe perfetto, è soltanto l’opposto sistematico di ogni Presidente cinematografico che ha costruito il mito americano: non è il Presidente di Air Force One, che combatte i terroristi per difendere la dignità di un’intera nazione. L’obiettivo non è difendere un’idea di mondo, ma sé stesso, il proprio DNA, la propria intolleranza per le regole.
La frase su Putin, in questo senso, non è un incidente di percorso, ma un riflesso condizionato.
E si avvale della stessa logica che lo porta a definire geniale l’uomo che sta usurpando l’Ucraina, a sbandierare l’assalto al Congresso come una protesta un po’ accesa, a trattare le istituzioni come un ostacolo burocratico tra lui e la sua retorica. In Trump non c’è l’eroe riluttante che si sobbarca il peso della responsabilità e che incarna il coraggio necessario a salvare il mondo. C’è il protagonista che pretende applausi anche quando non li merita, anzi è lui stesso correo delle macerie che sceglie come palco. Capace di strappare di mano le medaglie al conduttore e infilarsele al collo da sé. Davanti a tutti. Lo squilibrio ora si fa abissale. Il Presidente dei film americani sbaglia, soffre, dubita, ma alla fine sa decidere e sceglie. Trump riesce forse a tenersi a galla, fiuta il vento infido, misura il pubblico, sniffa l’opportunità e se gli fa comodo si contraddice: istrione, non ha da costruire un futuro migliore per tutti, ma solo le condizioni per ottenere vantaggi personali o una pubblica acclamazione. Rubacchiata anche quella.
A lungo l’America si è concentrata sulla sua natura banditesca. Emerge da processi, condanne, scandali e inchieste come uno stridulo sottofondo. Lui osserva e spia la sua incoerenza, quella di un uomo che piega la politica a mero strumento per appagare il proprio ego, mentre il mondo cerca di porre rimedio a una mediocrità morale, molto più corrosiva, dannosa proprio per gli equilibri che negli ultimi 80 anni hanno dato vita a valori basati sullo Stato di diritto. Trump ha sdoganato l’idea che la bussola morale possa essere rimpiazzata da un drone, per il consenso immediato.
La risata di Zelensky in questo senso è più potente di qualsiasi bordata mediatica. Superata l’incredulità forse legittima ai tempi dello scontro nello studio ovale, attesta la coscienza di avere di fronte non il rappresentante di una superpotenza responsabile e dedita alla difesa di un ordine, un principio, una storia, ma solo un personaggio all’isterica ricerca di un’approvazione per la quale possono essere sacrificate intere nazioni. Trump è un essere incoerente, rozzo e sgarbato, imbarazzante e condannato ad evitare che il suo pubblico possa comprendere la differenza tra realtà e panzane. Qui forse si cela il vero trauma culturale che Trump ha inflitto all’Occidente: non ha distrutto il mito americano con un atto di forza, ma lo ha svuotato di senso, come la lucciola che la notte risucchia la chiocciola, lentamente, paralizzandola, morso dopo morso. Non ha sostituito l’eroe con un orco cattivo, ma con qualcosa di peggio: un protagonista cialtrone, opportunista, che ha costruito la propria fortuna su truffe, fallimenti, amicizie opinabili, spregiudicatezza. La peggiore deformazione possibile anche del sogno americano del self made man.
Nei film snocciolati da Hollywood, al momento decisivo il Presidente degli Stati Uniti avrebbe assicurato le parole giuste. Illusione. Trump ci insegna l’esatto contrario: anche alla scrivania di uomo più potente del mondo, può sedere chi manco capisce la trama del film in cui ha una parte.
In un racconto di Michel Tournier, celebre scrittore francese mancato nel 2016, Premio Goncourt, un fotografo cattura nel deserto l’immagine di un ragazzo berbero che teme che quel fotografo gli abbia rubato l’anima. La storia coltiva uno dei classici luoghi dell’immaginario, con la differenza che il furto è vero e per ritrovare la sua anima il ragazzo è condannato a intraprendere il cammino verso la capitale. A Parigi si vede raffigurato ovunque, su ogni cartellone pubblicitario, in ogni vetrina, nelle cartoline, nelle riviste, fino al delirio, conscio con sgomento di aver subito la disintegrazione dell’intimità e della coscienza. Chi sono io?
Today (aprire il link con la foto di gruppo a colori https://www.vanityfair.com/news/story/trump-susie-wiles-interview-exclusive-part-1)
L’immagine scattata da Christopher Anderson alla schiera dei fedelissimi impone a Trump lo stesso anatema di Michel Tournier per il ragazzo berbero, ma inverso e speculare. Ingannando l’ego smisurato di ciascuno, Anderson ne proietta l’anima piccola, già sbriciolata in miseri pezzi, incomprensibili a tutti eppure reale, raffigurandola per il lettore che si chiede stupito come ci sia riuscito. Si tratta di un messaggio chiarissimo, non una sola parola pronunciata o sussurrata. Le forme umane ritratte da Anderson annegano come immagini a due dimensioni, tra bandiere americane, drappi buttati a proteggere schienali dal sebo dei capelli, coccodrilli imbalsamati, statuette di Trump. Tutto insensato e disperso, come riemerso da un’inondazione o vomitato da una solfatara. Irriconoscibile.
Cruda immagine vivente dello staff del Presidente.
Colpiscono i corpi robotizzati dei vari Miller, Rubio, Scavino e Wiles, la divina: i particolari somatici, occhi fissi e sbarrati, nani tra enormi spazi ricchi di storia di una Casa Bianca anemica e ipocondriaca. Sguardi allucinati, spaventati, arroganti e sperduti a un tempo, in una pompa dorata fuori dal tempo: il nuocere e il non averne coscienza, eppure farlo e andare avanti, imperturbati, ignari come bimbi che giocano a torturare cuccioli di gatti, dando fuoco alle loro code.
La foto ricorda, in una suggestione affascinante, voluta forse e fortemente politica, le celebrazioni fotografiche anni ’70 della Russia sovietica: colori leziosi e sfocati, dietro cui molto vivi baluginano orrore, angoscia e sofferenza. Ogni cosa nell’immagine è un capolavoro, capace di realizzare ciò che nessuna caricatura grottesca realizzata con l’AI sarebbe stata in grado di fare: raccontare l’umanità con occhi umani. Smascherare e rivelare il volto dell’altro.
Stephen Miller, mastino di Trump, consigliere senior, artefice dell’oscura filosofia dell’attuale Amministrazione, durante le riprese ha chiesto al fotografo se fosse meglio farsi ritrarre sorridente o serio. Salutando Anderson, Miller gli ha fatto notare quanto potere risieda nella discrezionalità del professionista, per il suo garbo con le persone ritratte.
Anche lei possiede questa discrezionalità potente, ha risposto Anderson.
(Consultazione: chiadegli.bsky.socialchiadegli - valigia blu, C.Degli Esposti; Michel Tournier scrittore; Christopher Andersen fotografo; Stephen Miller consigliere Casabianca; https://www.vanityfair.com/news/story/trump-susie-wiles-interview-exclusive-part-1 ;)

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