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Aggiornato al 21/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868 - 1907) - Il Quarto Stato (1901)

 

Un po’ di Storia, per capire la crisi del sindacato (2)

di Tito Giraudo

 

Parte seconda

(Seguito)

 

Lunedì 28 Gennaio nella sala del Centro Pannunzio, presenterò due interessanti libri di Alberto Cipriani, sindacalista e studioso delle problematiche legate all’innovazione tecnologica e digitale nella fabbrica moderna.

Ho avuto il piacere di ascoltare l’autore in una altrettanto interessante relazione al Convegno sull’ Intelligenza artificiale svoltosi a Torino il 10 Ottobre 2018. La presentazione dei volumi servirà anche ad una riflessione sul Movimento sindacale attualmente.

 

Il 9 Novembre 1989 crollò il muro di Berlino. Una data che segna la fine del mito marxista.

La rivoluzione d’Ottobre, fu il secondo e tragico atto della rivoluzione russa che liquiderà la possibilità di instaurare una Democrazia in quel grande Paese.

Quel primo tentativo poteva sfociare nella socialdemocrazia, magari in un liberalismo progressista, invece, checché se ne dica, ci fu la grande truffa chiamata: Dittatura del proletariato.

Molti degli errori della sinistra degli anni 20 del secolo scorso derivano proprio dalla voglia rivoluzionaria di “fare come in Russia”. Se in quegli anni gli entusiasmi socialisti potevano essere comprensibili, soprattutto perché di quello che stava veramente avvenendo ben poco si sapeva, negli anni successivi alla fine del secondo conflitto, e qui torno al Sindacato, capire ciò che succedeva in URSS, non solo era possibile, ma sarebbe stato doveroso.

Primo grande errore del Sindacato della sinistra fu di legarsi al sindacalismo dell’est che era totalmente asservito a Mosca e, quindi, non avere rapporti con quelli dei paesi occidentali, perpetuando la visione che ai Lavoratori dei regimi comunisti non occorressero tutele. Ciò fece parte del bagaglio di illusioni della sinistra marxista novecentesca, purtroppo andate deluse, ma mai completamente rimosse.

Vero che nel corso degli anni nel Sindacato cessarono o si ridussero i viaggi a Est, sostituiti da quelli nell’Europa liberale e poi anche in USA; la mentalità del sindacalismo liberale non sarà però mai nel DNA della CGIL. Paradossalmente, con i limiti del caso, i Partiti eredi del PCI furono più revisionisti della CGIL.

Tornando agli anni 80, a Lama subentrò un metalmeccanico duro e puro: Pizzinato che fu però un segretario di transizione.

E poi fu la volta di Bruno Trentin: il mio capo alla Fiom degli anni 60, lo sconfitto del Congresso di Rimini.

Secondo me, uno intelligente come lui, in quell’occasione fu vittima della sua collocazione politica, era un Ingraiano e quindi si lasciò trascinare dal dualismo Ingrao-Amendola che caratterizzerà per molti anni il dibattito interno al PCI. Il suo vero predecessore, Luciano Lama, fu un migliorista “a tutto tondo”, raccogliere la sua eredità non sarebbe stato facile, eppure la segreteria Trentin fu a suo modo innovativa. Intanto, fece valere la sua esperienza, acquisita come segretario della Federazione unitaria dei metalmeccanici e quindi, anche a livello confederale, la CGIL fu attenta ai rapporti unitari che portarono all’accordo sulla contingenza del 92.

A questo punto occorre fare un passo indietro.

La segreteria Lama pur essendo stata unitaria e sostanzialmente riformista, fu travolta dall’anticraxismo che pervase il PCI dell’epoca.

Il culmine fu l’abolizione della scala mobile fortemente voluta da Bettino Craxi.

La scala mobile, all’apparenza poteva sembrare un meccanismo di giustizia sociale perché adeguava i salari al costo della vita. Viceversa, provocava un fenomeno fortemente inflattivo che andava a colpire proprio i ceti più deboli.

Immagino che il PCI, ma soprattutto la CGIL, sapessero benissimo queste cose. Craxi però era visto come un nemico giurato e quindi Lama si piegò alle esigenze di Partito, con il risultato che dopo aver sottoposta la legge a referendum, la linea PCI-CGIL fu sconfitta. A questo si sommò tempo dopo la marcia dei 40.000. Ancora una volta nella CGIL prevalse il Partito, spaccando l’unità sindacale faticosamente raggiunta.

Trentin, nel 92 riparerà l’errore, firmerà l’accordo unitario sulla contingenza e poi lascerà la segreteria a Sergio Cofferati.

Apparentemente, quella segreteria partì con i migliori auspici, Cofferati faceva parte dell’ala più aperta della CGIL, nulla vietava approfittando anche dello sconquasso di mani pulite, di liberarsi dall’ipoteca partitica. Tutto fu sconvolto dall’ingresso in campo di Berlusconi.

Il PCI, l’aveva sostanzialmente fatta franca da “mani pulite”, dove erano stati eliminati tutti i Partiti della prima Repubblica. Dopo la Bolognina, con cui Occhetto fece un’operazione di maquillage, alle elezioni politiche del 92 nulla avrebbe fermato “la gioiosa macchina da guerra”.

Gli italiani, in politica sono spesso superficiali, ma nei momenti decisivi dimostrano di pensare con la propria testa. Che tutti i vecchi partiti fossero spariti, tranne i Comunisti, non andò a genio all’elettorato. Bastò che un imprenditore di successo, peraltro amico di Craxi, si presentasse in contrapposizione, per fare sì che il Cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi vincesse a man bassa costringendo Occhetto alle dimissioni e innescando quella crisi della sinistra che dura tutt’ora.

L’antiberlusconismo viscerale che seguì, avrebbe potuto benissimo vedere la CGIL in posizione prudente, imitando CISL e UIL e quindi ritornare all’Unità sindacale, magari alla vera riunificazione, anche perché nel frattempo si erano formati una pletora di sindacati autonomi che pur frammentati e frammentari, iniziavano non poco a fare concorrenza ai Confederati spesso costringendoli al rivendicazionismo settoriale soprattutto nel pubblico impiego, a danno evidentemente dei cittadini contribuenti.

La presenza nella maggioranza di Governo della Lega e di Alleanza Nazionale, considerata l’erede diretto, non tanto del Movimento Sociale, ma del Fascismo, scatenò la solita sindrome antifascista di maniera.

Mentre CISL e UIL, pur non sprizzando simpatie berlusconiane si misero in posizione attendista, la CGIL tornò a fare politica, questa volta supportando quella riedizione del compromesso storico che fu l’Ulivo, dimostrando condiscendenza per le politiche del lavoro di quei governi e intransigenza per quelli di Centro Destra.

A questo punto, occorre parlare dell’articolo 18.

Non sto a spiegare cosa è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mi preme inquadrare però la sua genesi.

Lo Statuto dei Lavoratori fece parte di quel pacchetto di riforme di sinistra volute dai Socialisti nell’accordo di Governo di Centro Sinistra. Indubbio che fossero riforme di sinistra, indubbio che i comportamenti comunisti ancora oggi gridano vendetta.

Le uniche riforme veramente socialiste che videro la luce in questo Paese, furono quelle. Riforme azioniste e demagogiche quel tanto che bastava, tuttavia rappresentarono uno spartiacque.

Una delle più importanti, fu lo Statuto dei diritti dei lavoratori promosso dal Ministro del Lavoro di allora: Giacomo Brodolini.

Se per ragioni di bottega, il PCI non poteva ammetterlo vagheggiando quella via italiana al Socialismo che era tutto e nulla, la CGIL invece si divise tra le componenti comunista e socialista nel giudizio di quel provvedimento che cambiava sostanzialmente il rapporto di lavoro.

Questo nostro paese ha una caratteristica. Non è mai equilibrato. Passa da un’esagerazione all’altra.

Nel caso. Da leggi che non tutelavano i lavoratori, si passò a una legge che in alcune parti vessava gli imprenditori, a ciò si aggiunse l’altro cambiamento radicale: a una Magistratura che sostanzialmente era sempre allineata con il potere economico si sostituì la Magistratura rossa che, se possibile, interpretò ancora più estensivamente lo Statuto e in particolar modo l’articolo 18 sulla giusta causa dei licenziamenti, dando sempre ragione ai lavoratori.

Al di là dei casi singoli, s’invalse una mentalità per cui nel rapporto di lavoro i diritti risiedessero da una parte sola. Ciò provocherà due effetti nel mondo del lavoro inteso nel suo complesso: la diminuzione dell’occupazione e quello della produttività.

Negli anni 60-70, con la ripresa delle lotte operaie, il sindacato affiancherà alle norme sui diritti nei luoghi di lavoro il rafforzamento del sindacato in fabbrica, sostituendo le vecchie Commissioni Interne con una pletora di delegati sindacali, sovente incontrollati e incontrollabili, quello che successe in Fiat fu emblematico e alla base poi della crisi e delle relative richieste dei licenziamenti di cui, un certo numero, per motivi disciplinari che con i diritti sindacali avevano poco a che fare.

Delle sconfitte si fa in fretta a perdere memoria.

Berlusconi, sollecitato dai giuslavoristi che facevano capo soprattutto alla CISL tentò di riformare l’articolo 18, rendendolo meno coercitivo.

Cofferati, smise di indossare i panni del moderato e su ciò, scatenò tutta la forza sindacale di cui poteva disporre portando 1.000.000 di lavoratori al Circo Massimo, dando di fatto il via alla battaglia ideologica che dura ancora ai giorni nostri.

Marco Biagi, il giuslavorista che contribuì con l’allora Ministro Maroni al tentativo di modifica, fu oggetto di attacchi virulenti anche dello stesso Cofferati, tanto che gli ultimi residui brigatisti pensarono bene di giustiziare Biagi.

Nessuna autocritica venne dalla CGIL, tantomeno da Cofferati che lascerà il Sindacato per fare il Sindaco di Bologna e poi il Parlamentare Europeo.

Mentre il sindacalismo degli anni 60 l’ho vissuto in prima persona, quello degli anni 80-90 fino al primo decennio del terzo millennio no, perché li ho passati da lavoratore autonomo e da partita IVA; non mi sento quindi di far entrare questa breve storia nei particolari, soprattutto nelle vicende legate alla CISL e alla UIL. Vorrei però terminare con una considerazione di carattere generale.

Poteva essere comprensibile, il rapporto Sindacato Partiti almeno fino allo scioglimento del PC dopo la cancellazione per via giudiziaria di PSI, DC e tutto l’arco costituzionale, a parte Leghisti ed Ex Missini.

Dagli anni 90 sarebbe stato facile costruire un moderno Sindacato, soprattutto dopo la creazione del PD che vedeva per la prima volta le sinistre ex marxiste unirsi con i cattolici ex popolari.

Perché ciò non è stato possibile?

La GCIL del dopo Cofferati, venne diretta da due ex socialisti, cosa che mai era successa dal secondo dopo guerra. Va detto, che sia Guglielmo Epifani, come la Camusso, non brilleranno per essere innovatori, anzi, dimostreranno quel fenomeno che va sotto il nome di sindrome di Stoccolma e che ha colpito molti socialisti del dopo mani pulite, cioè: amore e sottomissione verso i giustizieri.

Questo, occorre dirlo, è stato un dramma che ha colpito i Socialisti. Tutti schierati anche acriticamente con Craxi, si sono lasciati giustiziare, sovente diventando essi stessi giustizieri. Tipici quelli della CGIL. La loro valorizzazione è dipesa dal fatto che la loro intransigenza fosse persino superiore a quella degli ex PCI.

Il risultato che oggi vediamo in tutta la sua drammaticità è che, mancando la vecchia dialettica PSI PCI, all’interno della CGIL sono solo prevalse posizioni di conservazione. Eppure tutto è cambiato, nell’economia, nella società e nella politica.

 

(Continua)

 

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Inserito il:16/01/2019 19:46:43
Ultimo aggiornamento:25/01/2019 12:06:52
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