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Aggiornato al 12/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Honoré Daumier (1808-1879) – Le Ventre législatif -1834

L’Italicum e la palude del bicameralismo perfetto.


Visto che di riforma elettorale si parla praticamente da che mi interesso di politica (decenni) ho seguito con attenzione il dibattito sull’Italicum e ora a giochi fatti mi va di controbattere alcune scemenze lette e sentite:

1)    Pochi voti a favore. I 334 voti tanto criticati non sono poi così male, considerando che la legge Mattarella, abbastanza rimpianta, è passata con soli 287 voti e il malfamato Porcellum, che l’ha sostituita, con 323 (dati citati da Roberto D’Alimonte, ispiratore dell’Italicum, in un’intervista pubblicata il 5 maggio da Repubblica, nella quale peraltro ribadisce concetti già largamente sviluppati nei suoi articoli per IlSole24Ore).

2)    La fiducia. La legge elettorale “tipo sindaci” era un punto chiave del programma di Renzi, dunque del PD dopo la sua vittoria nel partito e del suo Governo dopo la fiducia accordatagli dal Parlamento. Non era un aspetto marginale, perciò in linea di principio un argomento legittimo per porre la questione di fiducia. Princìpi a parte, sul piano pratico sarebbe bastata una minima modifica (cioè una banale “imboscata” a scrutinio segreto) per rimandare tutto al Senato, con tempi a quel punto non pronosticabili. Un esercizio tipico e deleterio del parlamentarismo all’italiana: discutere sempre, decidere mai (parentesi: ho ancora nelle orecchie la sconcertante affermazione di Bersani il giorno dell’approvazione al Senato: secondo lui grazie alle modifiche suggerite da lui medesimo e compagni la legge era migliorata, ma ci sarebbe stato tempo per migliorarla ancora alla Camera. Incredibile come per certa gente la variabile tempo sia usata come strumento di lotta politica). La fiducia è stata perciò utile, forse necessaria, per contrastare la tattica dilatoria dei frenatori.

3)    Le preferenze. Nel Parlamento attuale non c’è nessuno eletto: tutti nominati, come dicono quelli che in Parlamento ci stanno proprio da nominati ma si sono improvvisamente scoperti sostenitori delle preferenze. Con la nuova legge i deputati per circa la metà saranno eletti. Non male per chi lo apprezza, benché il voto di preferenza assomigli tantissimo al voto di scambio, sospetto che emerge considerando quanto le preferenze sono usate dagli elettori delle aree più in odore di mafie (tantissimo) e quanto in quelle meno odoranti (pochissimo). Inoltre con 100 collegi le liste saranno corte: pochi nomi sulla scheda elettorale, auspicabilmente tutti di persone legate al territorio del collegio. Cioè non come Rosy Bindi in Calabria, tanto per fare un esempio concreto e attuale.

4)    Premio di maggioranza. Nell’Italicum scatta al 40%, considerato troppo basso dagli ostili. Non democratico. Blair col 35 per cento dei voti ebbe il 55 per cento dei seggi e Hollande ottenne il 53 per cento col 29, ricorda D’Alimonte. D’altra parte il Porcellum non prevedeva affatto una soglia minima e infatti nel Parlamento attuale il centrosinistra gode del premio di maggioranza pur avendo raccolto solo il 30% scarso dei voti.

5)    Atteggiamento antidemocratico. Rispetto all’impostazione iniziale la legge approvata ha subito alcune rilevanti modifiche, soprattutto a seguito delle richieste di quella che è chiamata la sinistra del PD e invece ne è solo la frangia antirenziana: innalzamento del limite per il ballottaggio e il premio di maggioranza; abbassamento delle soglie minime per partecipare alla ripartizione dei seggi; introduzione delle preferenze; lo stesso ballottaggio, da sempre obiettivo del PD. Tutte cose che Renzi, mi conferma anche gente ben informata dei fatti, ha faticato enormemente a far accettare a Berlusconi, che non le voleva. Renzi cioè accoglie i suggerimenti dal suo partito e negozia, con successo, per inserirli nella legge. Arroganza? Atteggiamento antidemocratico? Non mi pare. Tanta malafede, piuttosto. E nessuno che ricordi l’esito infelice della famigerata bicamerale d’alemiana. Dovrebbe concludere che Renzi è stato più bravo di D’Alema, e molti per puntiglio non lo ammetteranno mai.

6)    Contrappesi democratici. Quanto alla inconsistente retorica dell’”uomo solo al comando” copio dalla citata intervista l’elenco dei contrappesi al presidente del Consiglio che elenca il professor D’Alimonte (ma anche chiunque altro sia minimamente informato): “l'Europa; le elezioni; un presidente della Repubblica con poteri non simbolici eletto, secondo la riforma, con il 60 per cento dell'assemblea; una Corte costituzionale molto autonoma; un referendum propositivo e un referendum abrogativo che abbassa drasticamente il quorum; la magistratura più indipendente del pianeta". Democratura?  

7)    A larga maggioranza, si era detto. Per la verità il citatissimo tweet di Renzi precisava “se possibile”, anche se poi è risultato comodo dimenticarsene. La larga maggioranza c’è stata al Senato (184 favorevoli). Se poi Forza Italia ha ribaltato le proprie posizioni è stato per motivi che nulla hanno a che fare con la legge elettorale. Perciò addio larga maggioranza e rivalutazione di quel “se possibile”. Non è stato possibile.

I comportamenti qui accennati sono la palese dimostrazione della inadeguatezza del bicameralismo perfetto in un contesto (e con personale politico) come quello attuale. Personale che infatti credo si dannerà l’anima per mantenerlo, il bicameralismo, così com’è: perfetto e inconcludente.


Inserito il:07/05/2015 08:42:14
Ultimo aggiornamento:31/05/2015 21:34:01
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