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Aggiornato al 21/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Francesco Gurrieri (1970 - Vittoria - RG) – Mani pulite

Novantatré: un libro forse destinato ad un assordante silenzio.

 

Per caso, ho letto la polemica tra Feltri padre e Feltri figlio, contrariamente non avrei saputo dell’uscita del libro “Novantatré”.

Per chi non lo sapesse Mattia Feltri è da anni un giornalista che ha scritto, prima per giornali provinciali, poi per il Foglio e infine è approdato alla Stampa.

Il contendere tra i due, era il ruolo giocato dai giornalisti nell’anno clou di “mani pulite”, appunto il 1993, quando fu azzerata dai pubblici ministeri milanesi, quasi un’intera classe politica, tranne i reduci del PCI, nel frattempo, dopo la Bolognina, trasformatisi, anzi, camuffatisi, nella prima delle tante sigle estemporanee che adotteranno in futuro.

Prima di entrare nel merito del libro, vorrei parlare della sua struttura. Si tratta della cronaca delle vicende politico giudiziarie legate al periodo che va dalla fine del ‘92, quando i pm. di Milano arrestano Mario Chiesa, a tutto il ‘93.

Feltri al tempo è un cronista di belle speranze, un giovane che per sua dichiarazione, allora tifò per quei giudici che ebbero come epigone un ex poliziotto, tale Antonio Di Pietro.
Il libro è la cronaca, per fatti salienti, di ciò che avvenne e dei comportamenti degli attori sul palco: i magistrati di Milano, la politica a tutti i livelli, il mondo della carta stampata, infine i corruttori ossia gli Industriali che passeranno per vittime.
Se esiste un limite di questo bel libro, è quello di omettere la storia politica degli anni che precedettero “mani pulite”. Ma se questo è un limite, è anche un punto di forza, in quanto Feltri, pubblica il suo diario dell’epoca, i giudizi che trae sono la summa di ciò che dissero e dichiararono i protagonisti, poi messi a confronto con ciò che gli stessi dichiareranno ipocritamente solo qualche anno dopo.

Qual è il contendere di Feltri Vittorio con Feltri Mattia?

 - “Il tuo libro non tiene conto che i politici rubavano sul serio e quindi all’epoca non si poteva non sostenere la magistratura” ha tuonato l’irruente Direttore che a mio parere ha torto.

Il libro non si occupa delle malefatte precedenti della politica, tanto meno nega il sistema platealmente e istituzionalmente corrotto; l’intento, a mio parere, è stato quello di mettere l’accento sui metodi e i comportamenti.
Sul metodo dei magistrati possiamo dire che dopo ventitré anni, le cose invece di migliorare sono peggiorate, dal momento che “mani pulite” riguardò quasi esclusivamente la Procura milanese e ora si è allargata in quasi tutte le procure.
I comportamenti in generale, un po’ di tutti, rivelarono il vizio italico maramaldeggiante. Come era avvenuto per il fascismo che fino al ‘39 raccolse entusiasmo, lo stesso avvenne in quel fatidico anno.

Seguendo gli avvenimenti raccontati in questo libro, appare chiaro che il bersaglio principale furono inizialmente i socialisti ed in particolare: Bettino Craxi. Se seguiamo le dichiarazione di tutti gli altri leader, quando i Socialisti e “il cinghialone” sembravano l’unico e facile bersaglio: dai Democristiani, Repubblicani, Socialdemocratici, Liberali, partì un coro di contumelie moraleggianti per reati che riguardavano un po’ tutti e soprattutto i DC.
Nessuno diede un minimo di solidarietà ad un uomo che pure commise errori, anche gravi, ma certo non in solitaria.
Lo spettacolo più miserevole lo diede il PSI.

Giacomo Mancini fu il primo ad attaccare direttamente Craxi, prima ancora che partissero gli avvisi di garanzia; peccato che un paio di anni dopo anche lui cadrà nella rete della magistratura, ponendo termine alla sua lunga carriera politica con la patente di mafioso (fu poi, anni dopo, assolto).

Dopo un primo momento di tenue solidarietà, quando ancora si sperava di farla franca,  la stragrande  maggioranza dei dirigenti socialisti ebbero un comportamento vile e opportunista.
Pochissime furono le eccezioni (uno sarà il mio amico La Ganga): coloro che ebbero il buon gusto di ritirarsi per leccarsi le ferite. Gli altri finsero stupore e indignazione, pronti a spartirsi le spoglie del Capo.
Amato, lo scriba di Bettino, fu il primo che collaborò a livello governativo con i carnefici. Ma che dire del successore alla segreteria PSI, il sindacalista Benvenuto, Martelli, Signorile, Del Turco, Manca e tutti i miracolati craxiani? Se leggiamo dichiarazioni, giudizi e commenti di allora, il panorama è di uno squallore e di una vigliaccheria tale, da far impallidire quanto sta avvenendo in questi giorni in Forza Italia.

Dopo gli amici il libro ci spiega il comportamento dei nemici: la sinistra che nel frattempo, dopo l’abiura di Occhetto, pensò bene di dividersi, con la nascita di Rifondazione Comunista, di due partiti dei Verdi e della Rete di Leoluca Orlando. Tutti divisi, ma tutti uniti nella mattanza socialista. Qui sta l’unico limite, a mio parere, del lavoro di Feltri.

Chi non mastica della storia politica del dopoguerra, stenterà a capire il comportamento dei Comunisti che, abiurato il Comunismo, sarebbero potuti diventare (finalmente) Socialisti. Viceversa il futuro inventore della “gioiosa macchina da guerra”, Achille Occhetto, rispolverò lo stesso copione di cui si era servito San Berlinguer inventandosi “la questione morale”, dimentico che lui dirigente di vecchia data, non poteva non sapere che il PCI era stato finanziato, per anni, da una potenza nemica del nostro Paese e che, avendo il maggior potere politico nei Comuni, nelle Regioni rosse, e nella Cooperative altrettanto rosse, di lì venivano cospicui cespiti che mantenevano un ineguagliato stuolo di funzionari. Quindi era almeno curioso dare lezioni di morale agli altri. Se poi si considera che dall’omicidio Moro in avanti, le spartizioni tangentizie furono equamente divise, appare evidente la tesi che il bersaglio un po’ di tutti fu Craxi.
Inutilmente Craxi, in un poderoso e fondamentalmente onesto discorso alle Camere, tentò di richiamare alla ragione, autodenunciandosi ma rivendicando la consuetudine sistemica del finanziamento dei Partiti.

Sulla magistratura, Feltri si sofferma poco sull’antefatto: Magistratura Democratica, i giudici organici al PC e quindi la scalata delle sinistre alle procure che si trasformerà, pochissimo dopo, nell’entrata in politica di Di Pietro, poi di D’Ambrosio. Sembra un discorso berlusconiano, ma, se leggiamo le imprese di Di Pietro e della Procura meneghina, si spiegano tante cose anche degli eccessi giudiziari dell’ultimo ventennio (ma questo è un mio giudizio).
L’attacco non fu solo a Craxi, l’appetito venne mangiando. Partirono, quei PM, probabilmente mandando avanti il più rozzo di loro e con più cadaveri nell’armadio. Se le cose fossero andate male si sarebbero conservati un’utile via di fuga.
L’ignavia dei politici e le delazioni più o meno spontanee, fecero capire loro di poter essere protagonisti di un golpe giacobino ben più importante. Dopo Craxi, venne la volta di Forlani e poi, a cascata, tutti gli altri. La fine del ‘93 fu la fine della prima Repubblica.
Di tutto questo, quello che si evidenzia da queste cronache è, innanzitutto, il disegno politico di eliminare i Socialisti, poi, viste le condizioni favorevoli, tutti gli altri Partiti escluse le sinistre marxiste e cattoliche, quindi la sinistra democristiana.

Quando scoppierà il caso Greganti che coinvolse direttamente il tesoriere comunista Senatore Stefanini, il trattamento  fu ben altro. Greganti poté tenere duro perché forse non fu messo tra i drogati, come accadde ad altri costretti pure al suicidio, e Stefanini non fu nemmeno arrestato. Così come i PM giacobini (ma non troppo e non con tutti), di fronte a De Benedetti ed Agnelli si guardarono bene di adottare la stessa ghigliottina riservata ai politici. Loro, che erano i corruttori, trovarono certamente più comprensione dei corrotti.

Un altro e importante bersaglio dell’autore, sono i giornalisti in cui infila il padre allora direttore e fondatore dell’”Indipendente”, ma anche se stesso. Una categoria che fin dal primo momento, gli Scalfari, i Mieli, i Bocca, i Pansa e tutta la compagnia di giro dell’epoca, sapevano benissimo che al banchetto partecipavano tutti, soprattutto i loro editori, ma si accanirono solo sui politici, facendo diventare Di Pietro un mito (esaltando pure il cattivo uso dei congiuntivi), ma soprattutto consentendo ai magistrati, grazie anche all’allora Presidente della Repubblica, Scalfaro, di calpestare i più elementari diritti e, da emuli di Robespierre, di vantarsene pure teorizzando lo stato di necessità.

La morale: i politici felloni spariranno tutti; i miracolati di sinistra quando affronteranno l’elettorato, convinti di avercela fatta perché assolti da giudici compiacenti, furono irrimediabilmente condannati per mano di un amico di Craxi e dell’elettorato Italiano, da sempre moderato e anticomunista.

L’ultimo ventennio lo conosciamo tutti. L’autore del libro ci dice che “mani pulite”, fu un’operazione giudiziaria, sì necessaria, ma fortemente ideologizzata perché di parte. Ma soprattutto calpestando il Diritto.
La conseguenza immediata non sarà la gioiosa compagine governativa di sinistra, ma Silvio Berlusconi, a cui la magistratura riserverà gli stessi trattamenti, con il beneplacito interessato dei miracolati. Ma  questo, è un mio commento, Feltri e il suo libro, non ne parlano.
Ipotizzo attorno a questo libro, il solito silenzio assordante di sinistra: fino ad ora tutto tace. Ci sarà qualche cadavere nell’armadio?

Inserito il:18/02/2016 13:46:49
Ultimo aggiornamento:05/03/2016 16:25:48
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