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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Igor Zakowsky (1973-Varsavia) - Caricatura di Donald Trump

 

Trumpismo, Putinismo e cretinismo provinciale

di Tito Giraudo

 

Sovente, il nuovo che avanza, rischia di essere peggiore del vecchio che rimane abbarbicato al potere, o peggio alle abitudini.

Quanto sta avvenendo nel mondo, i personaggi improbabili che si affacciano sulla scena, sono, a mio parere, il segno di uno stato confusionale di cui si sono impossessati, politica, economia e pure confessioni religiose.

Un gran casino quindi. Provocato dal superamento, nei fatti, degli schemi novecenteschi dove: liberalismo e socialismo appartenevano a due mondi ben definiti con regole e comportamenti facilmente interpretabili come lo erano i ceti di riferimento.

Due secoli di rivoluzioni borghesi, avevano accompagnato la ben più fondamentale rivoluzione industriale che al di là delle ideologie politiche ha messo in gioco dopo averli creati i nuovi ceti produttivi.

Fino agli anni 90 (ma i segni erano presenti fin dagli anni 70) il primato dell’industria manifatturiera era indiscutibile. La finanza era in funzione di essa, le rendite parassitarie, un tardo retaggio. Indiscutibile che il novecento sia stato l’età dell’oro. Un secolo che ha saputo trasformare immani carneficine anche in sviluppo sociale ed economico.

Ci sono due punti di vista sull’attuale disagio economico del mondo occidentale. Il primo da la colpa alla politica e a una non meglio identificata massoneria finanziaria. Coloro che demonizzavano la classe industriale e che tentarono pure di superarla, segnando la loro fine politica, oggi riabilitano la fabbrica, il fordismo, cercando un altro obbiettivo assai più impalpabile.

Il secondo, molto più naif, spara a 360 gradi invocando quella democrazia diretta che è un’invenzione millenaria che è sempre servita ai tiranni per turlupinare le masse.

Oggi, la politica appare impreparata a contrapporsi alle facili demagogie. Chiama populismo il disagio sociale che è sempre alla base del malcontento. Invece di spiegarsi le ragioni, a parole, pensa di assecondare le spinte, nei fatti, è totalmente incapace di elaborare alternative credibili. Per questo in Italia, non i populisti ma i truffatori del pensiero democratico rischiano di avere la meglio.

Grillo e Salvini, sono in brodo di giuggiole al pensiero che un signore, che in quanto a demagogia e semplificazioni non gli è certamente da meno, governi il più importante Paese occidentale. Se poi al Trumpismo aggiungiamo il Putinismo, abbiamo la misura di quanto questi signori siano poco interessati agli interessi reali del loro Paese. Se, per paradosso, costoro fossero in buona fede, il cretinismo delle loro analisi si commenterebbe da solo.

Questo, senza nulla togliere a Trunp, tantomeno a Putin

Prendiamo Trump. Non ha solo vinto le elezioni, le ha stravinte. Il fatto che abbia preso meno voti della Clinton non significa nulla. Essersi presentato alle primarie Repubblicane ed aver sbaragliato tutto il notabilato, avrebbe dovuto essere un campanello di allarme, così non è stato. Probabilmente Obama e la Clinton hanno gioito per avere un tale avversario che pensavano di surclassare facilmente. Il problema dei Democratici americani è molto simile a quello della sinistra italiana. Sono autoreferenziali. Guardano attorno a loro con una spocchia astigmatica, cioè, non vedono bene, ne da vicino, ne da lontano e invece di mettere gli occhiali, inforcano uno di quegli aggeggi per la realtà virtuale. Guardano  a 360 gradi, immagini che si sono costruiti e che ritrasmettono in continuazione.

Quello che succede in questi giorni, le contestazioni no global e le molto più demenziali della sinistra artistico intellettuale, ecologista, femminista e chi più ne ha ne metta, pone in luce un complesso di superiorità e un disprezzo della democrazia che assomiglia molto al rapporto delle sinistre italiane con il berlusconismo, sconfitto solo dalla magistratura.

Tuttavia vi è una gran differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti. Trump è Presidente di un paese democratico (democrazia rappresentativa) e federale. Il Presidente può governare, e Trump lo potrà fare vista la maggioranza che detiene nei due rami parlamentari. Potrà fare bene o sbagliare, a giudicare saranno gli elettori  tra un paio d’anni,  alle elezioni di mezzo, quando gli equilibri potranno riassestarsi.

Le tesi di Trump sia in politica estera che in quella interna, non mi sembrano nuove. L’America isolazionista è sempre esistita. Le guerre fuori dai confini: prima, seconda guerre mondiali, Vietnamm, persino Cuba, le hanno volute Presidenti di sinistra: Wilson, Rooselvet, Kennedy.

La fondamentale differenza tra Barak Obama e Trump, è che il primo ha ascoltato e assecondato le élite cosiddette progressiste, il secondo, il malcontento popolare provocato dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Chi sostiene che Barak Obama lascia il Paese con meno del 3% di disoccupazione, non tiene conto che gli americani, a differenza degli Italiani, hanno uno spirito di adattamento al lavoro, sia come mansioni, che come dislocazione che noi ci sogniamo. E’ la qualità del lavoro e le prospettive, secondo me, che hanno spaventato il ceto medio americano, imbarcandolo un quella che potrebbe essere un’avventura.

Penso che quando Trump attacca l’Unione Europea, augurandosi la sua disgregazione non lo faccia per strategie diplomatiche ma per interessi economici, dal momento che anche a uno un po’ rozzo come lui avranno detto che gli Stati Uniti d’Europa, sarebbero la prima economia del globo, soprattutto se sapessero mettere in comune: economia, difesa e cultura.

Il trumpismo, paradossalmente può aiutare gli europeisti, mettendo alle corde gli euroscettici, i quali dovrebbero spiegare al proprio elettorato come, divisi, si potrà competere ed eventualmente difendersi dall’altro fattore in campo: Putin.

Coloro che pensano che che il leader Russo non sia popolare nel suo Paese, perché lo governa con mano ferma e sovente pure dispotica, mostrano di non conoscere la Russia, tantomeno il suo popolo che non ha mai conosciuto una vera democrazia parlamentare. Dopo decenni di Comunismo che sicuramente hanno lasciato tracce, la transizione alla democrazia non è certamente stata facile.

I predecessori di Putin dal post comunismo sono stati, prima: un affabulatore politicamene corretto ma inconcludente, poi un demagogo ubriacone padrino di un liberismo quello sì, selvaggio.

Checché ne dicano Grillo e Salvini, Putin è un semi dittatore assolutista. Non possiamo negare però che sappia governare e che sia un leader intelligente e accorto. Se poi pretendiamo che faccia gli interessi europei, con un’Europa che fa di tutto per isolarlo e demonizzarlo, mi pare che siamo nel mondo dei sogni. Ma è proprio dalla constatazione che a est esistono un grande Paese e un leader deciso, che non è con la piaggeria interessata, tantomeno anteponendolo all’Unione Europea che si fanno i nostri interessi.

L’Unione Europea che in questi anni si è occupata solo della moneta unica e, per giustificare i suoi costi parlamentari e burocratici, si è occupate di legiferare su argomenti che dovrebbero essere appannaggio degli Stati federati, ha completamente trascurato due temi fondamentali: un fisco omogeneo, possibilmente giusto ed efficiente, e una politica estera comune, compresa la Difesa.

La fretta di far entrare nella UE gli ex satelliti dell’URSS, senza stabilire un vero dialogo con Mosca, ha complicato i rapporti. Putin sogna il ritorno alla grande Russia, almeno a quella precedente la Rivoluzione. L’Ucraina, è il maggior pomo della discordia, sia per la sua secolare russificazione, quanto per la presenza delle vecchie basi militari sovietiche anche nucleari. Il colpo di mano della Crimea e l’appoggio anche militare alle popolazioni di lingua russa hanno indotto l’Unione Europea ad un braccio di ferro con il Cremlino, culminato con le sanzioni economiche.

La messa in discussione da parte di Trump della politica anti Putin portata avanti da Obama con il conseguente impegno della Nato, metterà L’Unione Europea nelle condizioni di dover affrontare problemi militari e di difesa che aveva prevalentemente lasciato agli USA.

Se Trump dovesse ridimensionare l’impegno americano nella Nato (e con l’aria che tira in questi giorni non è fantascienza) a tutti i Paesi aderenti si porrà il problema non di superare l’Unione se mai rafforzarla facendo quel salto di qualità sull’integrazione politica che fino ad ora è mancato.

Coloro che adesso fanno i nazionalisti, invocando sovranità economica e monetaria dovranno spiegarci quale sarà il peso del nostro Paese in questo nuovo contesto.

Essendo la fantasia di questi signori pari solo all’ignoranza storica, dovremo aspettarci una ulteriore recrudescenza antieuropeista, con un fronte che andrà dai cespugli dell’estrema sinistra alla cosiddetta destra salviniana.

La partita che si giocherà di qui alle prossime elezioni (dopo la sentenza della consulta paiono più vicine), necessiterebbe della creazione di un fronte europeista che pur difendendo gli interessi Italiani, spinga per un passo aventi nell’integrazione politica.

Ciò favorirebbe, al di là dei vecchi steccati, la nascita di un nuovo soggetto politico.

 

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Inserito il:26/01/2017 22:59:48
Ultimo aggiornamento:26/01/2017 23:08:41
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