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Aggiornato al 26/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Keith Haring( Reading, Pennsylvania, 1958 – New York, 1990) – Untitled (1988)

 

Ebbene sì, sono un populista!

di Ruggero Cerizza

 

Prima di entrare nel vivo della mia pubblica confessione, vorrei esplicitare la mia personale convinzione sull’uso dei termini “conoscenza” e “competenza”.

La conoscenza si limita al campo del sapere, mentre la competenza si esprime nel campo del fare.

Ad esempio, posso essere il massimo esperto di storia dell’arte ma non per questo sono un artista, e di converso posso essere un artista affermato senza necessariamente conoscerne la storia.

Il dotto si dedica completamente allo studio ed all’analisi, il competente deve dosare opportunamente il suo tempo tra lo studio e l’”execution”, cioè l’arte del fare.

La valutazione del dotto può essere fatta istantaneamente interrogandolo su ciò che ha appreso e ha elaborato, mentre la valutazione del competente può essere fatta solo a posteriori misurando il tasso di risultato raggiunto con la sua azione.

Lo storico dell’arte può essere valutato sul suo livello di comprensione e correlazione multidisciplinare di ciò che hanno prodotto gli artisti nel tempo, mentre l’artista viene valutato sull’apprezzamento che il pubblico e la critica fanno dell’opera da lui realizzata.

Fatta questa premessa, passiamo al tema di questo mio intervento: il populismo.

Poiché il termine “populista” è stato storicamente utilizzato in senso denigratorio per bollare sia movimenti di sinistra (Bolivar, Chavez, Kirchner, ecc.), che di destra (Peron, Mussolini, Hitler, ecc.), o indefinibili come il Poujadismo, ritengo che la definizione proposta da Francis Fukuyama sia l’unica corretta: «l'etichetta che le élite mettono alle politiche che a loro non piacciono ma che hanno il sostegno dei cittadini».

In questo senso, dunque il populismo perde la sua connotazione assolutamente negativa, assumendone una relativa: se le élite pongono in essere delle politiche non efficaci, cioè che non soddisfano le aspettative dei cittadini, in un sistema democratico questi esprimono il loro dissenso togliendo loro il sostegno e provando ad individuarne di nuove.

Questo comportamento, ovviamente, non piace alla élite storica che vede messa in discussione la propria posizione di preminenza e di potere e quindi tenterà di avviare un processo di restaurazione: da una parte bollando di populismo gli avversari, dall’altra propugnando la superiorità del governo delle élite, cioè il loro.

Questo concetto di governo delle élite altro non è che la trasposizione del modello aristocratico, cioè il governo dei migliori, in chiave democratica, dove i nuovi nobili non sono più tali per diritto divino o dinastico, ma lo sono perché loro sono i depositari della conoscenza di “ciò che è bene e giusto per tutti” e della competenza “su come fare per ottenerlo”, in contrapposizione ai cittadini che invece “non sanno”.

In quanto tali devono detenere il potere e non devono più risponderne ai cittadini.

Quando parliamo di élite, se intendiamo quella composta da pensatori ed intellettuali, cioè dai “dotti”, allora come cittadino, potendo scegliere liberamente con chi di loro accomunarmi, non sono particolarmente preoccupato di quali idee propugnano, il pluralismo democratico è di per sé già una garanzia sufficiente.

Se invece le élite sono coloro che governano la cosa pubblica e quindi incidono immediatamente e coattivamente sulla mia vita di cittadino allora voglio avere uno strumento che mi consenta di poter esprimere il mio giudizio sul loro operato, proprio perché il “competente” deve essere un soggetto “responsabile”, un soggetto che deve poter essere chiamato a rispondere delle sue azioni, non solo delle sue idee o opinioni.

Io sono un “cittadino ordinario”, non sono parte né dell’élite intellettuale, né di quella politica, ma credo nel modello democratico sia nel bene che nel male.

E, non giudicando positivamente il complesso di scelte, riforme, leggi, orientamenti ideologici posto in essere negli ultimi anni, il 4 Marzo ho deciso di non confermare il mio appoggio ai governanti precedenti, in questo senso sono etichettabile come “populista”.

Non condivido alcune delle scelte fatte da questo governo, anzi il mio pensiero è assolutamente antitetico rispetto a quelle politiche che proseguono nel concepire lo Stato solamente come un ente dedito all’assistenza di una popolazione ritenuta inetta ed incapace.

Tuttavia considero le politiche del governo precedente, in tema di ingerenza dello Stato nella sfera privata, di approccio ai temi etici, di criteri di applicazione della giustizia, di commistione ai grandi potentati economici (banche, multinazionali, finanzieri), di sudditanza verso l’attuale Unione Europea, di incapacità di invertire i trend nella finanza pubblica, di incapacità di arrestare il degrado nell’istruzione, di razionalizzare l’organizzazione pubblica, di gestione dei flussi migratori, così insoddisfacenti, fuorvianti, pericolose e distanti dal mio sentire, da valutare più dannoso proseguire con le esistenti élite piuttosto che accettare il rischio di un momento di necessaria discontinuità.

E mi pare che la maggioranza dei cittadini italiani abbiano seguito lo stesso ragionamento.

 

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Inserito il:11/03/2019 17:57:46
Ultimo aggiornamento:11/03/2019 18:09:40
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