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Aggiornato al 21/06/2018

Karl Hubbuch (Karlsruhe, D, 1891 - 1979) – Children in School - 1925

 

 

Ripensare la scuola italiana tra umanesimo e tecnologia

di Bruno Lamborghini

 

Negli ultimi tempi si è andato sviluppando sulla Rete un dibattito partito da un documento di alcuni insegnanti che hanno mosso critiche alla Legge 107 della Buona Scuola. In particolare, le critiche, cui hanno aderito alcuni intellettuali, tra cui Cacciari, Settis, Galimberti e che hanno raccolto oltre 1200 firme, sono rivolte a quanto contenuto nella Buona Scuola circa la necessità di promuovere l’alternanza scuola lavoro e di avvicinare la scuola alla innovazione tecnologica ed al mondo del lavoro, così come la rivisitazione degli esami di maturità od il ruolo dei test invalsi.

La critica alla Buona Scuola è di avere “approcci ideologici e una deriva economicistica”, con il rischio di ridurre le conoscenze a “competenze standardizzate” (non si può promuovere lo spirito di imprenditorialità a dieci anni) ed una formazione finalizzata ad una società produttiva che ha la meglio sul primato della cultura umanistica e scientifica.

L’invito è di ripensare la scuola, non rinunciando alla letteratura ed alla poesia del Novecento e considerando l’innovazione tecnologica al “servizio di intercultura, immaginazione e creatività”. Occorre considerare un percorso di istruzione non solo per prepararsi ad una professione, come qualcuno ha sottolineato.

Non vi è dubbio che vi sono valide ragioni nella difesa di un modello formativo che da quasi un secolo ha caratterizzato la scuola italiana, basato essenzialmente sui fondamenti della cultura classica. Non a caso dalla riforma Gentile in poi si è privilegiato il Liceo Classico con lo studio del Greco e del Latino, rispetto a orientamenti più rivolti ad una preparazione professionale e tecnica, come invece è avvenuto in altri paesi, in specie del Centro e Nord Europa.

Ed è certo che questo orientamento umanistico della scuola italiana va mantenuto e migliorato proprio in una fase di grande mutazione economica e sociale in atto in tutto il mondo, in cui la specificità culturale italiana può rappresentare un vantaggio competitivo. Del resto il successo di tanti scienziati e manager italiani all’estero ne è la prova.

Va peraltro considerata l’esigenza che ritengo urgente di affiancare questo approccio con una maggiore capacità di formare persone anche con competenze scientifiche e tecniche ed una maggiore possibilità di preparazione professionale e di competenze necessarie al mondo dei nuovi lavori che si stanno aprendo. Pensiamo allo scarso numero e relativa carenza di laureati in matematica e fisica ed in altre materie scientifiche o in campo informatico digitale di esperti in meccatronica, sicurezza informatica, gestione dati, ecc.

Non c’è forse da chiedersi se queste carenze nella formazione in Italia verso aree più professionalizzanti non abbiano contribuito a creare i due milioni e più di giovani Neet che non hanno competenze adeguate per il lavoro, a fronte invece di tante imprese italiane che non possono crescere per mancanza di risorse professionali qualificate.

Quindi, sembra necessario ripensare una scuola italiana, in cui una solida formazione culturale basata su contenuti e valori umanistici si possa affiancare finalmente ad una formazione che consenta di accedere alla Società della Conoscenza in modo aperto e senza barriere, assieme alla possibilità di costruire, individualmente o in gruppo, le competenze che possano aprire sbocchi professionali, a cominciare almeno dalla scuola secondaria di primo grado.

Certamente, l’avvio dell’ alternanza scuola lavoro ha determinato rilevanti problematiche e gravi difetti organizzativi, ma non per questo l’alternanza scuola lavoro deve essere rifiutata, anzi occorre un maggiore coinvolgimento della scuola verso il mondo del lavoro con stage e verso le competenze professionali in modo seriamente programmato e favorendo la preparazione degli insegnanti.

Per quanto riguarda la capacità di integrare la tecnologia in specie il digitale nei processi e nei contenuti didattici, la tecnologia non va mitizzata, ma invece va conosciuta, applicata in modo critico e integrata con la cultura umanistica.

Oggi si parla sempre più di integrazione tra tech skills e soft skills, cioè la capacità di rapporti umani, di relazioni di gruppo, di conoscenze condivise, di apprendimento continuo, di autocoscienza e consapevolezza di sé e del rapporto con gli altri e con l’ambiente. Sono valori che si possono e si devono apprendere sin dai primi anni ed è quanto ad esempio la Fondazione Amiotti sta facendo per la preparazione della nuova didattica nelle scuole primarie.

 

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Inserito il:11/01/2018 22:15:47
Ultimo aggiornamento:11/01/2018 22:25:18
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