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Aggiornato al 20/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Brice Marden (Bronxville, NY, USA, 1938 - ) - Event (2004-7)

 

Storia di ieri e vicende di oggi - 1

 

Cavalcata a puntate della storia del ventennio in chiave Grillo-leghista

di Tito Giraudo

 

Sono stato molto prudente nei miei precedenti articoli, nel fare paragoni o meglio raffronti tra i 5 Stelle e il Fascismo. L’articolo dell’amico Perrotta https://www.nelfuturo.com/Il-6-novembre-incrociamo-le-dita, mi ha però stimolato nell’approfondire l’argomento soprattutto alla luce dell’alleanza tra Lega e 5 Stelle in questo primo Governo di coalizione.

Se le fortune dei due Movimenti dipendono soprattutto dalla crisi economica, e in secondo luogo della crisi dei partiti del Novecento, devo dire che il raffronto con il Fascismo regge piuttosto bene.

Negli anni immediatamente successivi al primo dopoguerra, la situazione economica italiana poteva definirsi disastrosa.

Entrammo in guerra, convinti (come sempre avviene) si trattasse di una delle solite guerre che duravano qualche mese, poi a prescindere dal vincitore si sarebbe arrivati al compromesso che non avrebbe spostato più di tanto gli equilibri.

In fondo chiedevamo poco, semplicemente alcuni territori del trentino e una grande città portuale: Trieste. Erano però simboli, rispetto a quei valori risorgimentali cui si era battuta la gran cassa dall’Unità in avanti.

Causa la guerra, ci fu un primo grande sommovimento nelle forze politiche tradizionali. Le divisioni tra interventisti e no, furono trasversali e quindi nuovi soggetti si affacciarono nella politica dell’epoca, in particolar modo i Mussoliniani. Ma anche in campo liberale, se non con la drammaticità dei Socialisti, ci furono divisioni. Una, su tutti: Giolitti non fu interventista.

Quella guerra che doveva essere lampo, fu lunga e disastrosa poiché gli armamenti messi in campo non erano quelli tradizionali, anche se quel conflitto fu condotto dai Generali di ambo le parti in modo tradizionale dal punto di vista dei massacri tra le truppe.

Come sempre succede, soprattutto in quella che fu la prima guerra moderna, l’industria fu determinante. Il nostro Paese era arrivato tardi nella rivoluzione industriale europea. Nonostante ciò, erano sorte alcune grandi e medie aziende in grado di produrre armamenti, furono creati i Comitati di Mobilitazione industriale che avrebbero dovuto sovraintendere alle necessità di guerra, e mettere ordine all’enorme problema delle commesse e delle esenzioni dal servizio militare.

Come sempre avviene in questo Paese, nonostante i comitati, le cose non andarono così. Ci furono industriali patrioti, o anche solo onesti che non ne approfittarono, i più invece di fare gli interessi del Paese, fecero quelli dell’impresa, accumulando sovra profitti. Non parliamo poi delle esenzioni che riguardarono i soliti raccomandati giudicati indispensabili alla produzione bellica.

I poveri cristi che allora erano tanti, dovettero lasciare il posto in fabbrica o nei campi, alle loro signore e persino ai figli ragazzi. Tutti sanno che quella guerra fu un carnaio, soprattutto per l’insipienza degli alti comandi.

L’Italia, il giorno dopo la vittoria era un Paese che aveva subito 1.240.000 morti, era fortemente indebitato e per di più non era neppure riuscita ad ottenere tutte le terre concordate con gli alleati, perché si mise di mezzo il Presidente Americano Wilson (per carità anche con una buona dose di ragioni) sostenendo che, là dove c’erano popolazioni etnicamente non italiane queste avessero diritto all’auto determinazione, che nel caso dell’Alto Adige si sapeva come sarebbe finita ma anche per Trieste, Fiume e l’Istria dove la popolazione italiana conviveva da secoli con Austriaci e Slavi le cose non sarebbero poi state tanto semplici. Cadde il Governo ritenuto debole e, nel Paese, si creò una situazione di profondo malcontento, non certo da parte dei poveri cristi, di cui sopra, ma della vecchia e nuova borghesia.

Ci pensò Gabriele D’Annunzio a dare fuoco alle polveri, occupando Fiume, tra l’altro dando vita ad una mezza sedizione militare.

I Socialisti, che sui temi dell’intervento avevano subito la scissione mussoliniana (per altro numericamente modesta), avevano poi fatto i primi della classe in fatto di pacifismo, nonostante nei loro compagni europei fosse prevalso il patriottismo. A loro, non parve vero di sparare a zero esacerbando gli animi popolari beffati dalle mancate promesse in caso di vittoria.

Nacque così una netta divaricazione tra la piccola e media borghesia e quello che allora veniva definito il proletariato, contadino ed operaio che fosse.

Possiamo dire che quel nazionalismo che aveva riempito le piazze nel 14, si organizzò politicamente.

Ci fu il nazionalismo di sinistra, quello di Mussolini e ci fu il nazionalismo di destra dei nazionalisti organizzati, con il “Vate” che da Fiume li benediceva tutti quanti.

L’atteggiamento della Società delle Nazioni verso l’Italia fu, ne più ne meno, quello che oggi ha l’Europa nei confronti del nostro debito pubblico: giusto nella sostanza, sbagliato nella forma perché fa incazzare gli italiani. Se poi a questo aggiungiamo il tema dell’immigrazione, possiamo intravvedere una forte analogia con il sovranismo Salviniano.

Questo fu il quadro nel 18-19 (temo tutto sommato agli occhi odierni, non di grande sostanza).

Di sostanza fu la questione industriale, che riguardò solo il Nord, anzi il triangolo industriale Piemonte, Lombardia, Liguria, ma era lì che si produceva gran parte del reddito del paese.

Dunque, è assodato, l’industria e la finanza avevano fatto i famosi superprofitti e quindi che, con la riconversione nell’economia di pace, licenziassero o chiedessero sacrifici economici ai dipendenti fu motivo di grandi incazzature, debitamente amplificate dalle sinistre.

In effetti i problemi legati alla riconversione c’erano, poiché non era facile ristabilire le vecchie produzioni che in molti casi erano ormai obsolete.

Un caso su tutti: la torinese Fiat aveva fatto il pasto del leone, nel dopo guerra era un gigante rispetto alle normali dimensioni dell’industria italiana dell’epoca.

Agnelli, che da segretario del Consiglio di Amministrazione, nel frattempo era diventato l’uomo solo al comando; di super profitti dovette averne fatti tanti ma, sarebbe semplicistico e passatemelo un po’ Grillino, pensare che se lì fosse messi tutti nel suo patrimonio personale, perché stava facendo il grande investimento del Lingotto, la prima grande fabbrica fordista italiana.

E qui veniamo all’incapacità politica nel momento del bisogno di fare quadrato, ne più ne meno simile a quella che ha contraddistinto l’ultima crisi.

Come oggi, prevalsero le spinte populiste di destra e di sinistra, con lo Stato (nel caso la Monarchia) incapace di intervenire anche solo con buon senso. I Socialisti, nel 19 ebbero un trionfo elettorale, mitigato solo dal voto popolare cattolico che però rispondeva ancora troppo alla Chiesa e agli ambienti finanziari cattolici.

D’altronde, i socialisti non fecero nulla per tentare un Governo di coalizione, forse possibile con i liberali giolittiani e la parte più a sinistra dei popolari di Don Sturzo.

Si erano infatuati della rivoluzione russa: massimalisti erano prima della guerra e massimalisti rimasero, cacciando persino il timido e tentennante riformista che rispondeva al nome di Filippo Turati.

Frattanto il calderone piccolo e medio borghese sobbolliva.

La guerra, aveva creato per forza maggiore ufficiali promossi sul campo.

L’esercito italiano era sempre stato appannaggio dei cadetti dalla nobiltà e dell’alta borghesia, la guerra vide la nascita di migliaia di ufficiali che mai lo sarebbero diventati in tempo di pace. Erano i figli di monsù Travet di bersaniana memoria.

Costoro, per alcuni anni si erano sentiti importanti ma a guerra conclusa, congedati, dovevano tornare a chinare la testa, non solo: furono sbeffeggiati e sputacchiati da quegli idioti di socialisti.

A peggiorare tutto ciò ci pensarono dei giovani torinesi (almeno di residenza) che si misero in testa che i padri socialisti fossero fondamentalmente dei pantofolai e, che la rivoluzione, come in Russia, la si doveva fare con gli operai. Cosa, peraltro, fosse una fake news dell’epoca.

Qui c’è un’altra analogia con i Grillo-leghisti odierni, abituati alla incosciente semplificazione di fenomeni complessi.

Il Sindacato dell’epoca, non era massimalista ma sostanzialmente riformista, senza il biennio rosso, avrebbe gestito meglio gli interessi popolari che non i cugini socialisti.

Prefigurare la rivoluzione proletaria, nell’occupazione delle fabbriche dislocate in sole tre Regioni, senza tenere conto degli interessi divergenti del resto del proletariato che, tra l’altro, era maggioranza poiché il Paese era ancora sostanzialmente contadino.

Tuttavia, i professorini torinesi, avevano fatto tutti il Liceo classico e poi erano diventati avvocati o professori, disdegnavano la consulenza di coloro che anche all’epoca conoscevano profondamente il Paese, antesignani sessantottini si scatenarono in fabbrica creando quel gran casino che invece di spazzare via le destre spazzò via le sinistre.

Di questa cultura gramsciana mai analizzata sui risvolti pratici, se n’è conservata oggi più di una traccia e che, secondo me, e qui torniamo al presente, ha provocato la reazione che non voglio chiamare populista ma popolare, poiché due partiti che dal niente arrivano ad avere il 60% dei consensi, hanno un consenso sì popolare, anche se ottenuto con mezzi populisti (così faccio contenti tutti).

Per venire al dunque: Mussolini che non aveva ancora deciso se fare il giornalista o il politico, se essere di sinistra o di destra, si trovò la strada spianata. Come di Maio e Salvini, dichiarò che destra e sinistra erano superati e che prima venivano gli interessi degli Italiani.

Vedremo gli sviluppi e le sempre maggiori somiglianze…..

 

(Continua)

Inserito il:16/10/2018 15:44:47
Ultimo aggiornamento:20/10/2018 18:09:08
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