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Aggiornato al 17/01/2022

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Huthmacher I. (ArtPal, San Juan, Portorico) - Peace for Israel and Palestine

 

Israeliani e palestinesi. Dov’è la pace? (1)

di Vincenzo Rampolla

 

Domanda semplice, scontata. Chiedo dove sia la pace, non chi la voglia. Chi la vuole, è vaga e retorica, tutti la vogliono, il popolo, i politici, i bugiardi. Dove sia, è saperla costruire. Volerla. Si parla tanto di pace tra israeliani e palestinesi. Se ne parla troppo. E ognuno dice la sua, i grandi, dell’est e dell’ovest, gli iraniani sciiti e i democratici americani con a ruota i repubblicani, quelli di Gaza e i coloni di Cisgiordania. Anche siriani, giordani, libanesi e turchi ne parlano. Mille campane. Quelle dei diretti interessati, per cominciare.

Con la scena geopolitica polarizzata da un pugno di attori, capaci di dar vita insieme a un complesso sistema; uno ad uno, vanno esaminati, per entrare nei meccanismi delle reciproche influenze.

Per continuare, si vedrà.

E parliamo degli israeliani, gli ebrei d’Israele, degli arabi israeliani, degli arabi di Hamas, di quelli dell’Autorità Palestinese e dei potenti del pianeta, presi uno alla volta, gli Usa ad esempio, ai quali piace molto giocare su scacchiere futuriste, di forma variabile.

A luglio 2005 è scattata una campagna Boicott, Disvestment and Sanctions (BDS), condotta da Paesi occidentali e orientali con il sostegno iniziale di 170 Associazioni palestinesi, come forma di resistenza civile all’espansione politica e economica israeliana nei territori occupati. Basta!

BDS nasce perché lo Stato di Israele sfrutta e beneficia economicamente dell’uso di territori occupati militarmente, non annessi, insediandovi i coloni, cittadini israeliani. Secondo la IV Convenzione di Ginevra è illegale, come ogni attività economica che ne nasca. Sui territori palestinesi occupati sorgono numerose imprese israeliane, che godono delle locali risorse naturali e di manodopera a basso costo. Il fatto si aggrava perché l’UE, di cui è il principale partner economico, riconosce a Israele vantaggiosi benefici commerciali, come basse tariffe e parità degli standard di qualità, ma non riconosce tale status alla produzione negli stessi territori occupati. Israele dissimula la reale origine dei prodotti e li etichetta con il marchio made in Israel e aziende israeliane sfruttano forti incentivi per aprire fabbriche, magazzini e uffici nelle colonie: sussidi governativi, tasse meno elevate e soprattutto norme di tutela ambientale meno rigide con una manodopera esclusa dalle principali norme del diritto di lavoro israeliano. Per questo hanno tutto il vantaggio di tenere occulte le loro operazioni nelle colonie, affittando come facciata locali entro i confini d’Israele, registrati come sede dell’azienda. Questa la genesi del movimento BDS: boicottaggio, ostacolo o ritiro degli investimenti e sanzioni. Viene dai consumatori e dai singoli componenti dell’opinione pubblica di un Paese che decidono di aderire singolarmente alla causa, influenzando le istituzioni di cui fanno parte, con una complessa ramificazione degli effetti indotti. Negli Usa, come esempio di reazione opposta, molte Amministrazioni statali hanno norme che sanzionano imprese, organizzazioni o cittadini che intraprendono o sostengono azioni di BDS contro Israele. Non toccare gli ebrei, please.

In questo clima di perenne guerra fredda gli arabi israeliani, discendenti dei 160.000 palestinesi rimasti dal 1948 a fine guerra e cittadini israeliani de iure e de facto, sono il 20% della popolazione dello stato ebraico, ufficialmente 1,8 M di persone in prevalenza musulmani e con un’esigua minoranza di drusi e cristiani. La violenza di questi tempi nelle città dove convivono da decenni con israeliani ebrei, coinvolge il loro equilibrio, soggetti a discriminazioni, presi tra due fuochi, tra la loro identità, araba e palestinese e la cittadinanza israeliana. Il termine arabi israeliani è comune, ma adottato da Israele, contrapposto al loro palestinesi d'Israele, cioè arabi con cittadinanza israeliana e che vivono in Israele. Linguaggio chiaro. E parlare di arabi israeliani è un modo per affogarli in una presunta nazione araba, in realtà tagliarli fuori dai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Chiaro, vero?

Va ammessa l’esistenza di una certa discriminazione sancita e legata alla mancanza di definizione di cos'è uno stato ebraico? E si arriva al nocciolo della questione: Israele mette in perenne dibattito la sua identità e, con il pretesto di essere uno Stato ebraico e democratico, favorisce la maggioranza del popolo ebraico del Paese, mentre resta la discriminazione verso gli arabi israeliani. Punto. Detto a gran voce, senza mezzi termini. Eppure hanno il diritto di voto e 12 di loro siedono alla Knesset, il parlamento israeliano, su 120 deputati, anche se nessun partito arabo ha mai partecipato a una coalizione di governo. Pagano le tasse, godono di prestazioni sociali e possono accedere a tutte le posizioni sociali, anche se la discriminazione domina e incombe anche sul lavoro, ammesso addirittura dalla Corte Suprema israeliana in una storica sentenza di luglio 2000. Che dire del fatto che non sono soggetti al servizio militare, ad eccezione dei drusi? Forte segno di sfiducia verso la comunità, la naia è simbolo di appartenenza a una Nazione. Ovunque. E poiché le autorità israeliane hanno sequestrato quasi tutte le terre dei comuni arabi per sistemare gli immigrati ebrei, come la mettiamo con la vita quotidiana in alloggi di migliore qualità? Che dire del Comitato governativo che sistematicamente rifiuta di dare loro il permesso di convivere con gli ebrei in un kibbutz? Da 70 anni il palestinese ha accumulato un’esacerbata carica di tensione sociale che lo porta a non sentirsi uguale a un cittadino israeliano ebreo, mentre i mezzi economici messi a disposizione dallo Stato per lo sviluppo dei villaggi dove risiedono non sono all'altezza di quelli delle città popolate da ebrei israeliani. Fortissime covano le tensioni. A Lod, città industriale non lontana da Tel Aviv, popolata per il 40% da arabi, il sindaco si è lamentato del volume del muezzin. È perfino entrato in moschea per far tacere canti e altoparlante, nonostante il parere contrario della polizia. Mercoledì di qualche settimana fa, molotov e auto bruciate hanno illuminato la notte, nonostante il coprifuoco.

E poi c’è il muro, il sistema di barriere fisiche costruito da Israele in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002. Esteso su un tracciato di 730 km di cemento, reticolati e porte elettroniche, ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi totalità dei pozzi d'acqua, più volte ridisegnato per le pressioni internazionali nel 2004 e 2005, su richiesta dei palestinesi, degli europei e della Corte Suprema di Giustizia. Dicono i sostenitori: ha portato ad un decremento di attentati contro gli israeliani; dicono gli abitanti: ha tolto la libertà di movimento, la perdita dell'accesso alle terre coltivate dagli agricoltori, con l'isolamento di certi villaggi, con il sentimento di  prigionia e la convinzione che rappresenti di fatto una futura frontiera.

Il muro penetra profondamente in Cisgiordania con molti tratti su terre confiscate ai palestinesi. Nell'ottobre 2003, alcuni Paesi arabi hanno sottoposto la questione  generale dell’Onu. Il 21 ottobre, con la risoluzione ES-10/13, viene condannata la costruzione di una barriera gravante sul territorio palestinese occupato. Decisione non vincolante e respinta da Israele. Il Ministro israeliano del Commercio e dell'Industria dichiara: La chiusura di sicurezza continuerà a essere costruita.

Di chi parliamo ora? Dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), forza politica dei palestinesi, quelli di cui si è parlato fino ad ora, finanziata in gran parte dai dollari dei contribuenti americani e dall’euro europeo, autorità che moltiplica le galere destinate ai palestinesi che abbiano anche solo tentato di fare accordi di natura immobiliare con ebrei. Per l’opposizione e per molti palestinesi, la pace con Israele o qualsiasi forma di collaborazione con il nemico sionista è un atto di tradimento, talmente grave, da essere punibile con la morte.

Entra in scena Mahmoud Abbas, 86 anni, noto come Abu Mazen, politico palestinese, Presidente dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), dell'ANP e dello Stato di Palestina. Dici poco, tutto è in mano sua. Ha il potere. Lo conosciamo bene, già accusato di essere un traditore dedito al doppio gioco per aver coordinato in sordina le azioni tra le forze di sicurezza ANP e le autorità israeliane in Cisgiordania, da 17 anni continua a rimandare le elezioni, creando un acceso clima di irrequietezza sociale. Nel 1967 Fatah, nuova organizzazione politica e paramilitare palestinese è entrata a far parte dell’OLP e le sono stati assegnati 33 dei 105 seggi nel Comitato esecutivo dell'OLP. Due anni dopo Yasser Arafat di Fatah era divenuto Presidente dell'OLP.

Fatah non è sola, deve fare i conti con Hamas, organizzazione politica e paramilitare palestinese, islamista, sunnita e fondamentalista facente pure parte dell’OLP. Ha un'ala militare, le Brigate Ezzedin al-Qassam, ed è considerata dall’UE un'organizzazione terroristica. L'ala politica di Hamas ha vinto diverse elezioni amministrative locali nella Striscia di Gaza, mentre quelle di Fatah si sono concentrate in Cisgiordania. Colpo di scena. Nel 2006 Ḥamas si afferma nelle elezioni legislative palestinesi, 44% contro il 41% di Fatah, e a marzo, l'incarico di formare il nuovo governo dell’ANP è dato da Abu Mazen al leader di Hamas. Ovvero allevare la serpe che si è messa in seno. Con la maggioranza di Hamas l’UE e altre istituzioni occidentali e arabe hanno bloccato i finanziamenti al governo palestinese. Ciò, ad esempio, ha contribuito a fare esplodere tra Hamas e Fatah un grave duello politico e uno scontro armato a Gaza. È un esempio. Uno dei tanti. Le difficoltà connesse alla gestione dominante del potere da parte di Hamas in seno all’ANP hanno portato a settembre 2006 a trattative per il rientro di Fatah nel governo palestinese insieme a Ḥamas. Obiettivo: consentire sia all’ANP la ripresa dei contributi finanziari concessi a suo tempo dalla UE e poi interrotti e sia alla stessa Israele, di tornare a versare all'ANP le imposte da essa esatte per conto dell'Autorità stessa. Riprendono le trattative, ostacolate tuttavia dalla Seconda guerra israelo-libanese e dall’irremovibile rifiuto di Hamas di riconoscere lo Stato d'Israele. Dopo la battaglia di Gaza tra Fatah e Hamas, conclusa con l'eliminazione degli esponenti di Fatah dalla Striscia, a giugno 2007, Abu Mazen decreta fuorilegge le milizie di Hamas dallo Stato di Palestina.

Cambia qualcosa? E la pace… dov’é?

ANP e Hamas continuano ostinati a condannare ai lavori forzati o addirittura a morte i palestinesi che si prestano a trafficare con Israele e che sono decisi a vendere proprietà immobiliari agli ebrei israeliani: dove va a finire  il processo di pace? È spreco di tempo e fatica inutile. Lasciamo dunque che ANP in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza continuino a considerare Israele e gli ebrei come un nemico eterno. Nel mentre il PCHR (Centro Palestinese per i Diritti Umani) rifiuta l'uso della pena di morte, i tribunali di Hamas hanno ricordato di avere emesso 14 condanne a morte da inizio anno. Le sentenze del tribunale palestinese emesse il 17 ottobre e nei mesi precedenti contro i mercanti di terreni in Cisgiordania e le spie vendute nella Striscia di Gaza danno le prove concrete che la pace con Israele è lontanissima e decisamente pericolosa. Quale palestinese mai giurerebbe di voler fare la pace con Israele o ammetterebbe che la terra calpestata sia totalmente e assolutamente israeliana? Un tribunale dell'ANP a Betlemme ha condannato 2 palestinesi a 15 anni di carcere con lavori forzati per aver tentato di vendere terra agli ebrei israeliani. A giugno, un tribunale dell'AP a Ramallah ha condannato 1 uomo a 7 anni di carcere e lavori forzati per aver tentato di vendere terra al nemico israeliano. A maggio, un altro tribunale dell'AP di Nablus ha condannato altri 2 uomini a 5 anni di carcere e lavori forzati dopo essere stati giudicati colpevoli di aver tentato di vendere terra a ebrei israeliani. Nel 2020, 3 palestinesi sono stati condannati, sempre a Nablus, con la stessa accusa, ognuno a 5 anni di carcere e lavori forzati. Nel 2018, un tribunale dell'AP a Ramallah ha condannato all'ergastolo Essam Aqel, palestinese-americano, con l'accusa di aver venduto una casa agli ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme; Aqel è stato successivamente rilasciato su pressione dell'Amministrazione Usa …

(consultazione:  jerusalem post, nytimes, istanbul news, washington post, le monde, the times; wikipedia; bds e israele – g.centanaro, policy.mic, traduzione f.zanettin; bds – beth parry; afp – bahar makooi; gatestone institute  - israel et terrotoire palestinien, e.dunand -guilhem delte; matias gadaleta – meteoweek.com)

(Continua)

Inserito il:30/11/2021 11:23:57
Ultimo aggiornamento:01/12/2021 19:48:20
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