Aggiornato al 12/01/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Antéchrist assis sur le Léviathan. Liber Floridus (Ghent University) -1120

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Il diritto internazionale: una farsa necessaria

di Achille De Tommaso

Spiegare perché il diritto internazionale sia, nei fatti, una farsa non significa negarne l'esistenza formale, bensì descrivere con lucidità la distanza strutturale tra norme proclamate e potere reale. È una critica realistica, non cinica; fondata sull'osservazione storica del sistema internazionale così come funziona, non come viene raccontato nei salotti buoni di Bruxelles o nelle aule universitarie, dove si insegna che il multilateralismo salverà il mondo. La verità è più prosaica e meno edificante: il diritto internazionale è un linguaggio diplomatico che maschera rapporti di forza, non un sistema giuridico che li trascende.

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Un ordinamento senza sovrano: il paradosso strutturale

Ogni ordinamento giuridico funziona se esistono tre elementi inscindibili: norme scritte e riconosciute, giudici che le interpretano, forza coercitiva che ne garantisca l'applicazione. Il diritto internazionale possiede le norme, elaborate in decenni di conferenze e trattati, possiede tribunali prestigiosi come la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia o la Corte Penale Internazionale, ma non possiede un sovrano né una forza esecutiva autonoma capace di imporre le sentenze contro la volontà degli Stati più potenti. Le Nazioni Unite non sono uno Stato mondiale dotato di esercito e polizia planetaria, ma un foro diplomatico dove i potenti si incontrano per decidere quali regole applicare e soprattutto a chi applicarle. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sono vincolanti solo quando le grandi potenze decidono che lo siano, quando conviene ai loro interessi nazionali immediati. Quando non conviene, vengono ignorate senza conseguenze reali, archiviate nel cassetto dei buoni propositi insieme alle promesse elettorali e ai piani quinquennali dimenticati.

Prendiamo un esempio concreto: la risoluzione ONU che chiedeva il ritiro israeliano dai territori occupati dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967. Sono passati quasi sessant'anni, la risoluzione esiste ancora sulla carta, viene citata nei dibattiti diplomatici, ma Israele continua a controllare quei territori perché ha la forza militare per farlo e l'appoggio di una superpotenza che dispone del diritto di veto. Il diritto internazionale ha prodotto montagne di carta, conferenze infinite, risoluzioni solenni, ma zero cambiamenti sul terreno. Questo non è un incidente diplomatico, è la norma. Oppure consideriamo l'invasione dell'Iraq del 2003 da parte degli Stati Uniti e alleati: secondo l'ONU e la maggioranza dei giuristi internazionali, quella guerra era illegale perché priva di mandato del Consiglio di Sicurezza. Eppure, è avvenuta ugualmente, ha causato centinaia di migliaia di morti, ha destabilizzato l'intera regione mediorientale, e nessuno ha pagato un prezzo legale. Tony Blair e George W. Bush non sono mai stati processati, non hanno mai affrontato sanzioni personali, hanno scritto autobiografie milionarie e tengono conferenze pagate profumatamente. Il diritto internazionale ha emesso il suo verdetto morale, ma la storia l'ha semplicemente ignorato.

La legge selettiva: chi punisce i potenti?

Il principio cardine della farsa è disarmante nella sua semplicità: il diritto internazionale si applica selettivamente, seguendo una gerarchia non scritta ma universalmente compresa. Gli Stati piccoli, privi di alleati potenti o armi nucleari, vengono sanzionati con rigore, isolati diplomaticamente, colpiti con embarghi economici devastanti. Le grandi potenze violano le stesse identiche norme senza subire nulla di equivalente, protette dallo scudo della forza militare e dal diritto di veto che hanno scritto personalmente nella Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non riconoscono formalmente la Corte Penale Internazionale e hanno addirittura approvato nel 2002 l'American Service-Members' Protection Act, soprannominato ironicamente "Hague Invasion Act", che autorizza l'uso della forza militare per liberare eventuali cittadini americani detenuti dall'CPI.

In termini concreti: se la CPI arrestasse un militare americano o un funzionario governativo USA per crimini di guerra, il Presidente USA avrebbe l'autorizzazione legale del Congresso per inviare forze speciali nei Paesi Bassi (dove ha sede la CPI) per liberarlo con un'operazione militare. Per questo la legge è stata soprannominata sarcasticamente "Hague Invasion Act" (Legge per l'Invasione dell'Aia) - perché contempla letteralmente la possibilità di violare la sovranità territoriale olandese con un'azione militare pur di sottrarre cittadini americani alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

La Russia ignora sistematicamente le sentenze che la riguardano, dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo alle decisioni sul conflitto in Ucraina. La Cina poi interpreta il diritto del mare secondo convenienza nazionale, ignorando completamente la sentenza del tribunale arbitrale dell'Aia del 2016 che dichiarava illegali le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, definendola "un pezzo di carta senza valore". E nessuno può realmente costringerli a fare diversamente, perché la forza precede sempre il diritto, non il contrario.

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, teoricamente il massimo organo "giuridico-politico" mondiale, è fondato su un principio che nega alla radice l'uguaglianza davanti alla legge, principio basilare di ogni sistema giuridico: il diritto di veto. Cinque Stati, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale congelati nel 1945, possono bloccare qualsiasi decisione, anche in presenza di violazioni manifeste e documentate del diritto internazionale, anche di fronte a genocidi in corso. Questo non è un incidente burocratico o un errore di progettazione che potrebbe essere corretto con una riforma; è l'architettura deliberata del sistema nata specificamente per evitare la Terza Guerra Mondiale, non per garantire giustizia universale. Il risultato è cristallino e brutalmente onesto: la pace tra grandi potenze viene prima della legalità formale, e la forza militare viene prima della norma scritta. Chi possiede armi nucleari scrive le regole del gioco, gli altri le subiscono protestando educatamente nelle conferenze internazionali.

Trump, la Groenlandia e il realismo senza fronzoli

Donald Trump non ha mai costruito la propria azione pubblica sull'idea di essere il custode universale dei diritti civili nel mondo, a differenza della retorica esportata per decenni dall'establishment democratico americano e dalle cancellerie progressiste europee. Non lo ha mai promesso, non lo ha mai rivendicato, e soprattutto non lo ha mai mascherato dietro linguaggio diplomatico edulcorato. La sua è sempre stata, nel bene e nel male, una visione schiettamente statocentrica, quasi hobbsiana: l'interesse nazionale americano viene prima, tutto il resto dopo.

Thomas Hobbes (1588-1679), filosofo inglese autore del "Leviatano" (1651), uno dei testi fondamentali della filosofia politica moderna.

Hobbes sosteneva che:

  1. Lo stato di natura è anarchico e pericoloso: senza un'autorità sovrana superiore, gli uomini (o gli Stati) vivono in uno "stato di guerra di tutti contro tutti" (bellum omnium contra omnes), dove prevale la legge del più forte.
  2. Non esiste moralità naturale tra Stati sovrani: nelle relazioni internazionali non c'è un giudice superiore, quindi ogni Stato persegue razionalmente il proprio interesse e la propria sicurezza.
  3. Il potere precede il diritto: le norme funzionano solo se c'è una forza (il "Leviatano", il sovrano assoluto) capace di imporle. Senza questa forza, le norme sono solo parole.

Questo non equivale a disprezzare i diritti civili dei venezuelani, dei groenlandesi o di altri popoli. Significa, più banalmente, rifiutare l'idea, molto cara a una certa élite liberal-progressista occidentale, cresciuta nell'illusione della "fine della storia", che gli Stati Uniti debbano farsi carico automaticamente delle conseguenze sociali, economiche e migratorie di ogni fallimento politico altrui, importando problemi irrisolti dentro i propri confini. Trump distingue nettamente tra giudizio morale, che può essere severo, e responsabilità operativa, che deve essere selettiva. Può condannare un regime autoritario senza per questo ritenere che la soluzione consista nell'importarne milioni di cittadini, con costi fiscali, tensioni sociali e instabilità politica interamente a carico della società americana.

Il caso della Groenlandia è emblematico di questo approccio realista che scandalizza l'Europa, ma che ha solide basi storiche. Nel 1946 il presidente Harry Truman, democratico e considerato progressista, offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari per l'acquisto della Groenlandia. L'offerta venne respinta, ma l'atto chiarisce un punto essenziale che i commentatori europei fingono di dimenticare: gli Stati Uniti hanno sempre considerato legittimo pensare alla Groenlandia come a un asset strategico potenzialmente acquistabile, non come un santuario intoccabile della sovranità europea. L'Europa contemporanea reagisce con scandalo morale alle dichiarazioni di Trump, ma ignora deliberatamente una verità imbarazzante: la Groenlandia è difesa militarmente dagli Stati Uniti attraverso la base di Thule, non dall'Unione Europea che non dispone di capacità militari artiche significative. Non esiste una difesa artica europea credibile, non esiste una politica industriale europea per le terre rare necessarie alla transizione energetica, non esiste una strategia autonoma europea sulle rotte marittime artiche, che si stanno aprendo con lo scioglimento dei ghiacci.

La Cina vede la Groenlandia come asset economico e logistico di lungo periodo, investendo miliardi in infrastrutture attraverso la Belt and Road Initiative, usando strumenti finanziari e commerciali apparentemente civili. La Russia la vede come fattore militare immediato, legato alla deterrenza nucleare e alla sicurezza delle sue basi artiche nella penisola di Kola. Proprio questa duplice pressione, economica cinese e strategica russa convergente, rende la Groenlandia un punto non negoziabile per Washington e spiega perfettamente perché l'approccio americano, incluso quello apparentemente scomposto di Trump, non sia un'anomalia personalistica, ma una reazione strutturale e inevitabile al nuovo equilibrio artico globale che si sta formando sotto i nostri occhi.

E qui emerge un paradosso morale che i sostenitori europei del diritto internazionale faticano a digerire: la Danimarca, che oggi si erge a paladina della sovranità territoriale contro le mire americane, ha un curriculum storico di violazioni dei diritti umani in Groenlandia che farebbe impallidire molti regimi considerati autoritari. A partire dagli anni Sessanta, come documentato dal Relatore Speciale ONU José Francisco Cali Tzay nel 2023, il governo danese condusse una campagna sistematica per controllare la crescita demografica della popolazione Inuit: a circa metà delle donne fertili del paese, circa 4.500 donne, alcune di appena 12 anni, furono applicati dispositivi intrauterini senza il loro consenso o quello dei genitori, durante visite mediche scolastiche o controlli di routine. La campagna ridusse drasticamente il tasso medio di natalità delle donne Inuit da 7 a 2,3 figli per donna, in alcuni villaggi scese a quasi zero. Nel 1951, 22 bambini Inuit tra 6 e 9 anni furono prelevati e inviati in Danimarca per un "esperimento sociale" di rieducazione culturale danese, sei di essi furono adottati da famiglie danesi senza alcun consenso. Tra gli anni Cinquanta e Settanta, almeno 264 bambini Inuit furono adottati da famiglie danesi, molti senza il consenso dei genitori biologici. La Danimarca ha presentato scuse formali solo nel 2020, settant'anni dopo i fatti, offrendo risarcimenti simbolici ai sopravvissuti.

Conclusione: il linguaggio nobile del potere

Il diritto internazionale non è falso perché completamente inutile, sarebbe troppo semplice. È falso perché viene presentato come ciò che strutturalmente non può essere: universale quando è selettivo, neutrale quando è politico, coercitivo quando è impotente. È un linguaggio nobile e moralizzante usato strategicamente dai forti quando conviene alla loro narrazione, e imposto retoricamente ai deboli quando serve a legittimare interventi. Serve magnificamente a legittimare equilibri di forza già esistenti e consolidati, non a crearne di nuovi o a sovvertire quelli attuali. In questo senso profondo, non governa il mondo reale. Lo commenta a posteriori, lo giustifica elegantemente, lo abbellisce con la patina della legalità formale. E quando entra inevitabilmente in conflitto diretto con la geopolitica hard, con gli interessi vitali delle grandi potenze, perde sempre, sistematicamente, prevedibilmente. Questa è la lezione storica che l'Europa, orfana di potenza militare ma ricca di illusioni giuridiche, fatica ancora drammaticamente a imparare.

Riferimenti:

  • Carta delle Nazioni Unite (1945), Capitolo VII
  • American Service-Members' Protection Act (2002), Public Law 107-206
  • Rapporto del Relatore Speciale ONU José Francisco Cali Tzay sui diritti dei popoli indigeni in Groenlandia (febbraio 2023)
  • Sentenza Tribunale Arbitrale Permanente dell'Aia, caso Filippine vs. Cina (12 luglio 2016)
  • "The Tragedy of Great Power Politics", John Mearsheimer (2001)
  • "On the Law of War and Peace", Hugo Grotius (1625) - fondamento teorico del diritto internazionale moderno

Scritto con il contributo di:

 

Inserito il:10/01/2026 22:38:06
Ultimo aggiornamento:11/01/2026 09:38:13
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