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I problemi della giustizia italiana e il referendum
di Bruno Lamborghini
L’articolo dell’amico Achille sul prossimo referendum per la separazione delle carriere giudiziarie porta nel titolo la frase “perché il rifiuto delle sinistre è ideologico”, rischiando, ma non è certo sua intenzione, di estendere il tentativo di politicizzare il referendum, pro o contro il governo (come avvenne con il fallito referendum Renzi), mentre invece la modifica costituzionale va considerata solo nel quadro di una riforma che intende migliorare la giustizia italiana.
Da parte di alcuni si ritiene anche che la legge sulla separazione delle carriere sia stata introdotta al solo scopo di indebolire il ruolo costituzionale del terzo potere, quello giudiziario. Se prevalesse una impostazione puramente politicizzata, si perderebbe totalmente il senso di un referendum che va affrontato chiedendosi se è in grado o meno di rendere più efficiente il sistema giudiziario.
Quindi il voto deve basarsi su una valutazione obiettiva in termini tecnico/giuridici finalizzata al miglioramento della giustizia in Italia, ponendo innanzitutto la domanda su cosa chiede il cittadino e l’imprenditore italiano in tema di giustizia: in primis una riduzione degli infiniti tempi/anni dei processi, in specie quelli civili, poi minori incertezze, maggiore chiarezza e sburocratizzazione delle procedure.
La legge del 30 ottobre 2025, oggetto del referendum, non sembra porsi specificatamente questi obiettivi, anche se può contribuirvi, ma sarebbe importante che accanto alla legge si proponesse e si parlasse anche dell’avvio contestuale di altre innovazioni normative per affrontare i problemi reali gravanti su cittadini e imprese e questo favorirebbe la comprensione dell’importanza della riforma e la partecipazione al referendum.
Ma venendo agli specifici obiettivi della legge sulla separazione delle carriere, una prima considerazione è che l’Italia è l’unico paese in Occidente che non dispone della separazione delle carriere dei giudici e questo sembra rappresentare un elemento a favore della riforma. E’ vero che qualcuno può obiettare che nell’America trumpiana i procuratori federali sono nominati o licenziati dal Presidente come fa frequentemente Trump e questo preoccupa circa la possibile dipendenza diretta dei PM dal potere esecutivo eventualmente anche in Italia, ma certamente su questo occorre avere garanzie politiche e leggi attuative.
Gli obiettivi della legge sono principalmente tre:
- la separazione delle carriere tra funzioni giudicanti, il giudice e funzioni referenti, il pubblico ministero (PM)
- due specifici organi di autogoverno, cioè due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per i giudici e l’altro per i PM, al posto dell’unico attuale; in più, la nomina dei membri dei due CSM avviene per sorteggio su elenchi posti dal Parlamento e non più per nomina elettiva. Entrambi i CSM sono presieduti dal Presidente della Repubblica quale figura di garanzia
- il ruolo disciplinare è affidato ad una Alta Corte da costituire che sostituisce l’attuale funzione disciplinare svolta da parte del CSM.
Il dibattito in Italia sulla separazione delle carriere data da diversi decenni ed ha avuto spesso espressioni a favore da parte di esimi giuristi. L’obiettivo espresso è una maggiore terzietà ed autonomia degli organi giudicanti, una indipendenza e specializzazione con ruoli definiti, crescente trasparenza e maggiore equilibrio in termini di indipendenza reciproca.
Al contrario vengono espresse posizioni critiche, in particolare da magistrati, evidenziando il rischio di una elevata frammentazione del potere giudiziario e possibile indebolimento dell’unità necessaria all’interno della stessa magistratura. Viene espressa anche la preoccupazione che il PM divenga sempre più simile ad un semplice investigatore o poliziotto mirante a incriminare e colpevolizzare l’indagato, piuttosto che svolgere valutazioni obiettive aperte alla sua tutela.
Elemento di maggiore preoccupazione è che la separazione funzionale dei ruoli riduca il senso di appartenenza ad un unico ordine giudiziario, così come il rischio che una magistratura inquirente totalmente separata possa subire un eccessivo controllo da parte del potere esecutivo e trovarsi in posizione di minor forza e libertà rispetto alla magistratura giudicante.
La pratica inoltre dimostra che il passaggio da PM a giudice o viceversa attualmente appare numericamente quasi nullo, indicando che vi è già di fatto una relativa separazione dei ruoli e quindi la separazione in realtà è già operante.
La creazione di due CSM, uno per ciascuna categoria, potrebbe forse produrre maggiore chiarezza nei ruoli e ridurre contrasti, migliorando auspicabilmente l’efficienza, ma non vi è certezza che non si riproducano nelle due sedi gli stessi problemi che caratterizzano l’attuale CSM.
La politicizzazione e relative influenze partitiche in atto sia da destra che da sinistra possono rischiare di riprodursi anche nei nuovi organismi, se non si apportano specifiche misure e nuovi comportamenti. Anche la nuova Alta Corte Disciplinare può subire gli stessi condizionamenti se non riesce ad essere effettivamente indipendente dalla politica. Le nomine per sorteggio, decise al fine di evitare la formazione di correnti partitiche, non possono peraltro escludere questo fenomeno anche nei nuovi enti, se non si introducono specifici vincoli.
L’obiettivo fondamentale della tutela del cittadino nell’ambito di un sistema costituzionalmente democratico richiede un effettivo rafforzamento e non un indebolimento della funzione giudiziaria quale componente autonoma del trinomio alla base del sistema politico, assieme alla funzione legislativa ed a quella esecutiva.
Credo che ciascuno di noi possa prendere decisioni per il voto referendario sulla base della effettiva conoscenza delle specifiche norme ed in funzione esclusivamente dell’obiettivo di un efficiente miglioramento organizzativo del sistema giudiziario per il bene del paese e dei suoi cittadini.

