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Il governo ombra: come l'Ucraina è diventata un laboratorio di ingerenza occidentale
di Achille De Tommaso
Tra tecnocrati importati, telefonate intercettate e miliardi di fondazioni: la storia non raccontata di come un paese sovrano è stato trasformato in un avamposto geopolitico.
La storia degli eventi ucraini del 2014, propinataci dai media occidentali, è semplice e rassicurante: un popolo oppresso si sollevò contro un governo corrotto e filo-russo, scegliendo democraticamente la via europea. E adesso, Putin, lo “Zar”, senza alcuna ragione, invade l’Ucraina.
Ma come spesso accade con le narrazioni geopolitiche, la realtà è molto più stratificata e inquietante. Dietro le bandiere sventolate a Maidan si nascondeva un'operazione di ingegneria politica che ha visto convergere gli interessi della finanza globale, della diplomazia americana e di una rete transnazionale di fondazioni private. L'Ucraina non è stata semplicemente "persa" dalla Russia: è stata deliberatamente conquistata attraverso strumenti che rendono obsolete le invasioni tradizionali.
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Il Precedente Ignorato: La Rivoluzione Arancione
Per comprendere il 2014, bisogna tornare al 2004. La cosiddetta "Rivoluzione Arancione" rappresentò il primo esperimento riuscito di cambio di regime orchestrato dall'esterno nel post-URSS. Come documentato dal giornalista investigativo Ian Traynor sul Guardian, Washington investì oltre 14 milioni di dollari attraverso organizzazioni come USAID, Freedom House e la National Endowment for Democracy (NED) per sostenere Viktor Yushchenko contro il candidato filo-russo Viktor Yanukovych.
Non si trattò di puro filantropismo democratico. La strategia americana, perfezionata nelle "rivoluzioni colorate" dall'Est Europa al Caucaso, prevedeva il finanziamento di ONG locali, la formazione di attivisti, il supporto a media indipendenti e l'organizzazione logistica delle proteste. Gene Sharp, teorico della resistenza non-violenta i cui manuali furono tradotti e distribuiti in massa, divenne il Marx delle rivoluzioni neoliberali. Il messaggio era chiaro: la democrazia si esporta, e l'export richiede investimenti.
Quando Yanukovych tornò al potere nel 2010 attraverso elezioni giudicate libere dall'OSCE, il copione era già scritto per un secondo atto.
L'Ecosistema Soros: Trent'anni di Preparazione
L'influenza di George Soros nell'Europa post-comunista va ben oltre l'Ucraina e merita un'analisi approfondita. La sua Open Society Foundation ha operato come un'infrastruttura parallela allo Stato in decine di paesi, con un budget annuale che supera il miliardo di dollari. In Ucraina, la International Renaissance Foundation (IRF) aveva iniziato le operazioni già nel 1989, due anni prima del crollo dell'URSS.
Come riportato dal politologo Ivan Krastev, le fondazioni di Soros hanno creato quella che lui definisce "una classe dirigente liberal-cosmopolita" completamente slegata dalle popolazioni locali. In Ucraina, l'IRF ha finanziato:
- Oltre 1.500 ONG nell'arco di 25 anni
- Programmi di formazione per giornalisti e attivisti
- Iniziative di "riforma giudiziaria" e "trasparenza governativa"
- Network studenteschi e universitari
Lo stesso Soros ha ammesso senza mezzi termini alla CNN nel maggio 2014: "Ho creato una fondazione in Ucraina prima ancora che l'Ucraina diventasse indipendente dalla Russia. E la fondazione ha funzionato da allora e ha svolto un ruolo importante negli eventi attuali."
Questa dichiarazione straordinaria conferma ciò che i critici denunciavano da anni: un miliardario privato ha costruito un apparato di influenza capace di orientare la politica di un paese sovrano. L'IRF non si è limitata infatti a "promuovere la democrazia" – ha selezionato i futuri governanti.
Il Governo Importato: Quando i Ministri Arrivano da Wall Street
Forse abbiamo dimenticato: Il 2 dicembre 2014 il Parlamento ucraino approvò una legge straordinaria che consentiva la nomina immediata di stranieri a posizioni ministeriali. Nel giro di poche ore, tre cittadini non ucraini ricevettero passaporti lampo e giurarono come ministri. Sembra inverosimile? No, è vero; le persone furono:
Natalie Jaresko (Ministro delle Finanze): cittadina americana, ex funzionaria del Dipartimento di Stato USA, aveva gestito un fondo d'investimento da 150 milioni di dollari finanziato dall'USAID. Il suo compito: negoziare con FMI, Banca Mondiale e creditori privati la ristrutturazione del debito ucraino.
Aivaras Abromavičius (Ministro dell'Economia): lituano, ex partner di un fondo d'investimento, incaricato delle privatizzazioni e delle "riforme strutturali" – eufemismo per la vendita di asset strategici ucraini.
Aleksandr Kvitashvili (Ministro della Sanità): georgiano, già ministro in Georgia durante la presidenza filo-occidentale di Saakashvili.
Come rivelato a suo tempo dal Sole 24 Ore, la selezione di questi tecnocrati fu affidata a società di headhunting finanziate dalla fondazione di Soros. In pratica: una fondazione privata americana sceglieva i ministri di uno Stato sovrano europeo.
Il caso Jaresko è particolarmente emblematico. Come documentato da Reuters, aveva lavorato per il Dipartimento di Stato prima di trasferirsi in Ucraina nel 1992 per gestire fondi d'investimento americani. Il conflitto d'interessi era palese: una funzionaria che aveva rappresentato gli interessi finanziari USA ora gestiva le finanze di un paese indebitato con istituzioni occidentali. A chi rispondeva? Al Parlamento di Kiev o ai creditori di Wall Street?
La Telefonata che Svelò Tutto
Se il ruolo di Soros operava nel lungo periodo, la diplomazia americana agiva nel contingente per assicurarsi il risultato desiderato. La prova più diretta emerse il 4 febbraio 2014, quando il quotidiano russo Kyiv Post pubblicò la trascrizione di una conversazione telefonica tra Victoria Nuland, Assistente Segretario di Stato per l'Europa, e Geoffrey Pyatt, ambasciatore USA a Kiev.
La telefonata, avvenuta settimane prima della caduta di Yanukovych, rivela una discussione esplicita su chi avrebbe dovuto guidare il governo post-Maidan:
Nuland: "Penso che Yats sia il ragazzo giusto. Ha l'esperienza economica, l'esperienza di governo."
Pyatt: "Sono d'accordo su Yatsenyuk."
Arseniy "Yats" Yatsenyuk divenne puntualmente Primo Ministro il 27 febbraio 2014, appena sei giorni dopo la fuga di Yanukovych. La coincidenza è difficile da ignorare.
Ma la telefonata conteneva un altro elemento esplosivo: il disprezzo di Nuland per l'approccio europeo alla crisi ucraina, sintetizzato nell'ormai celebre "Fuck the EU". Come ha notato lo storico Stephen Cohen, questa espressione rivelava la vera gerarchia nelle relazioni transatlantiche: Washington decideva, Bruxelles eseguiva.
L'autenticità della registrazione fu confermata dal Dipartimento di Stato stesso, che si limitò a condannare "il metodo di acquisizione" delle intercettazioni senza contestarne il contenuto. Nuland si scusò formalmente con gli alleati europei per il linguaggio, ma non per aver discusso la composizione del futuro governo ucraino come se fosse una nomina interna all'amministrazione americana.
Il Ruolo della NATO: L'Espansione che Non Doveva Esserci
La questione ucraina non può essere separata dalla più ampia strategia di espansione della NATO nell'Europa orientale. Come documentato dagli archivi della National Security Archive, nel 1990 il Segretario di Stato James Baker promise a Gorbačëv che la NATO non si sarebbe espansa "di un pollice verso est" se l'Unione Sovietica avesse accettato la riunificazione tedesca.
Quella promessa, contestata da alcuni storici ma confermata da documenti declassificati, fu sistematicamente violata. Dal 1999 al 2004, la NATO integrò Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, i paesi baltici, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia. Nel summit di Bucarest del 2008, nonostante l'opposizione di Francia e Germania, l'alleanza dichiarò che Georgia e Ucraina "diventeranno membri della NATO".
John Mearsheimer, uno dei più autorevoli studiosi di relazioni internazionali, ha definito questa politica "straordinariamente sciocca" in un celebre articolo su Foreign Affairs nel 2014. La sua tesi, supportata da una vasta letteratura accademica realista, è semplice: nessuna grande potenza tollera forze militari ostili ai propri confini. Gli Stati Uniti non lo accettarono a Cuba nel 1962, e la Russia non poteva accettarlo in Ucraina nel 2014.
William Burns, attuale direttore della CIA ma all'epoca ambasciatore USA a Mosca, aveva esplicitamente avvertito in un cablo diplomatico del 2008 (pubblicato da WikiLeaks): "L'ingresso dell'Ucraina nella NATO è la più brillante di tutte le linee rosse per l'élite russa, non solo per Putin."
L'avvertimento fu ignorato. La geopolitica, apparentemente, non ammette sfumature quando l'obiettivo è l'egemonia.
L'Incostituzionalità Dimenticata
Un aspetto raramente discusso nei media occidentali è la legalità costituzionale degli eventi di febbraio 2014. Viktor Yanukovych, per quanto impopolare e corrotto, era stato eletto presidente nel 2010 con il 48,95% dei voti in elezioni giudicate legittime dall'OSCE.
La sua destituzione, avvenuta il 22 febbraio 2014, violò chiaramente la Costituzione ucraina. L'articolo 111 prevede l'impeachment presidenziale solo attraverso un procedimento che richiede:
- Indagine da parte di una commissione speciale
- Revisione della Corte Costituzionale
- Voto di almeno 3/4 del Parlamento (338 deputati su 450)
Il voto del 22 febbraio raggiunse 328 voti, sotto la soglia costituzionale, e senza alcun procedimento legale. Yanukovych fuggì a Kharkiv e poi in Russia, denunciando un colpo di Stato.
Mearsheimer e altri analisti realisti sostengono che, tecnicamente, la rimozione fu extracostituzionale, resa possibile dalla presenza di gruppi armati – tra cui elementi del battaglione neonazista Settore Destro – nelle strade di Kiev. L'Occidente scelse di ignorare questi dettagli legali in nome di una legittimità "rivoluzionaria" superiore.
Le Conseguenze: Dalla Crimea al Donbass
La risposta russa fu rapida e prevedibile. Nel marzo 2014, dopo un referendum controverso, la Crimea fu annessa alla Federazione Russa. Nel Donbass, regioni russofone e culturalmente legate a Mosca, scoppiarono rivolte armate contro il nuovo governo di Kiev.
Gli accordi di Minsk (2014 e 2015), mediati da Francia e Germania, promettevano autonomia alle regioni separatiste in cambio della loro permanenza in Ucraina. Come rivelato dalle dichiarazioni post-conflitto di Angela Merkel e François Hollande, questi accordi servivano principalmente a "guadagnare tempo" per rafforzare militarmente l'Ucraina, non a raggiungere una pace duratura.
L'ex cancelliera tedesca ha ammesso apertamente alla Zeit nel dicembre 2022: "L'accordo di Minsk del 2014 è stato un tentativo di dare all'Ucraina il tempo di diventare più forte." Questa confessione ha confermato i sospetti russi: l'Occidente non cercava la diplomazia, ma la preparazione al conflitto.
Conclusioni: L'Impero Invisibile
Ciò che emerge da questa ricostruzione è un modello di dominio post-moderno che non richiede occupazioni militari tradizionali. Attraverso la combinazione di:
- Soft power finanziario (fondazioni, ONG, prestiti condizionati)
- Ingegneria politica (selezione di élite compiacenti, rivoluzioni colorate)
- Espansione militare (NATO come braccio armato dell'egemonia occidentale)
- Narrative control (presentazione di colpi di Stato come "rivoluzioni democratiche")
gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato un sistema di controllo che rende obsolete le conquiste territoriali classiche. L'Ucraina non è stata invasa dall'Occidente – è stata assorbita attraverso meccanismi apparentemente legittimi.
Il dramma è che questa strategia, lungi dal portare stabilità e prosperità, ha trasformato l'Ucraina in un campo di battaglia. Il paese è oggi devastato da una guerra che ha causato centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati e la distruzione di intere città.
La domanda finale è scomoda ma necessaria: questa tragedia poteva essere evitata? Se nel 2014 l'Occidente avesse rispettato i vincoli costituzionali ucraini, riconosciuto le legittime preoccupazioni di sicurezza russe e perseguito una neutralità ucraina sul modello finlandese, avremmo oggi un'Europa in pace?
La risposta, temo, è un imbarazzante "probabilmente sì". Ma ammetterlo significherebbe riconoscere che l'espansionismo occidentale ha le sue responsabilità. E questa è una verità che nessuna narrazione ufficiale è disposta ad accettare.
Fonti e Riferimenti Approfonditi
Documenti Primari:
- Trascrizione telefonata Nuland-Pyatt, BBC News, 7 febbraio 2014
- Cablo ambasciatore William Burns, "Nyet means Nyet: Russia's NATO Enlargement Redlines", WikiLeaks, febbraio 2008
- National Security Archive, "NATO Expansion: What Gorbachev Heard", documenti declassificati 1990-1991
Analisi Accademiche:
- John J. Mearsheimer, "Why the Ukraine Crisis Is the West's Fault", Foreign Affairs, settembre/ottobre 2014
- Stephen F. Cohen, "War with Russia? From Putin & Ukraine to Trump & Russiagate", Hot Books, 2019
- Ivan Krastev, "After Europe", University of Pennsylvania Press, 2017
Giornalismo Investigativo:
- Ian Traynor, "US campaign behind the turmoil in Kiev", The Guardian, 26 novembre 2004
- "Il governo di Kiev in mano agli stranieri di Soros", Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2014
- Andrew Kramer, "Ukraine's Finance Minister, an American by Choice", The New York Times, 19 dicembre 2014
- Interview George Soros, CNN, maggio 2014
Dichiarazioni Ufficiali:
- Angela Merkel, intervista alla Zeit, 7 dicembre 2022
- Victoria Nuland, discorso National Press Club Washington, 13 dicembre 2013 (ammissione investimento 5 miliardi $ in Ucraina dal 1991)
Report Istituzionali:
- OSCE Election Observation Reports, Ucraina 2004, 2010, 2014
- Congressional Research Service, "Ukraine: Background and U.S. Policy", aggiornamenti 2014-2024

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