Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Edvard Munch (Løten, 1863 - Oslo, 1944) - L'urlo

 

Quando capiremo che le sanzioni alla Russia sono inutili ...

 

e danneggiano soprattutto noi, sarà forse tardi. E la catastrofe delle “politiche verdi” si aggiunge al problema.

 

di Achille De Tommaso

 

Esiste un’unica soluzione rapida alla crisi energetica; che potrebbe riservarci un inverno gelido; con i razionamenti delle risorse energetiche; che impatteranno per molte industrie ed esercizi in maniera gravissima. Per alcune in maniera irreversibile.

Questa soluzione la conosciamo tutti, ma facciamo finta di non vederla. Neppure la consideriamo. La ignoriamo, la scartiamo a priori.

Essa riguarda la cancellazione delle sanzioni a carico di Mosca, le cui conseguenze, valutate male dalla nostra classe politica, (UE in testa) che non si rendeva conto di quanto siamo dipendenti dal gas russo, stanno portando l’Italia e l’Europa alla catastrofe. Stiamo rischiando, infatti, di passare in un baleno, dalla società dei consumi, alla società della carestia. La nostra classe politica gioca col fuoco ormai da mesi e, seppur la condotta di Putin sia senza dubbio da condannare, avremmo dovuto adottare un atteggiamento molto più prudente sulla guerra in Ucraina, evitando di introdurci nel conflitto in maniera così diretta; tanto da perseguire persino i russi che qui in Italia erano venuti a scaricarci valanghe di soldi.

Aggiungo: è giusto ricordare come il caro-energia non sia nato con la guerra in Ucraina, e che si è manifestato ben prima, con la sbandierato effetto della fine della pandemia e del ritorno ai consumi. E’ anche da considerare che tutta l’Europa è impattata da questa enorme crisi; ma ”La crisi energetica europea è il prodotto di fallimenti politici non riconosciuti”:  la non-coscienza di quanto l’Europa dipenda dalla Russia e il matrimonio incondizionato col “green”.

 

***

LE SANZIONI PER LA GUERRA RUSSIA-UCRAINA

Lo scopo delle sanzioni era duplice. Generare nel breve periodo una crisi di liquidità che fermasse l’invasione russa; e danneggiare nel medio termine la capacità produttiva del paese per rendere meno probabile l’ipotesi di altre sortite. Oggi si può serenamente affermare che le sanzioni abbiano mancato il primo obbiettivo. Il fatto che il capo del Cremlino, Vladimir Putin, abbia ordinato in settimana di portare gli effettivi dell’esercito ben oltre il milione di unità, alimenta l’incertezza anche sul secondo punto. È difficile immaginare che ne sarebbe dell’Ucraina dopo tre, quattro o cinque anni di guerra.

Pare che gli unici a soffrire delle sanzioni siano gli Stati UE; e comunque: dopo sei mesi di guerra incessante in Ucraina e di fronte alla peggiore crisi di approvvigionamento che l’Unione Europea abbia mai affrontato, aprire una verifica circa l’effetto delle sanzioni dovrebbe essere considerato un atto di buon senso, non di tradimento.

E’ giusto e nobile prendere le parti della vittima; ma (ricordate il discorso dell’ “etica di responsabilità” ?) qui, oggi, le vittime siamo anche noi. Vittime della stupidità, del servilismo, dell’assenza di lungimiranza di partiti, che antepongono una “morale di principi” a quella dell’interesse del nostro popolo, che era già alle prese con inflazione e carovita, non dovute alla guerra.

Ricapitolando: per tirarci fuori, ora, da tale drammatica situazione, non ci resta che sospendere, seduta stante, le sanzioni alla Russia; ma non solo, ovviamente, da parte dell’Italia, ma da parte di tutta la UE.

Riconoscendo quanto siamo legati alla NATO, mi rendo conto come questa mia ipotesi sia fantascientifica. Anzi rischio di essere additato come filo-putiniano.

Filo-putiniano io, che metto in dubbio che le sanzioni alla Russia funzionino? E allora “The Economist” del 25 agosto 2022?

Qualcuno ha il coraggio di dire che “The Economist” sia filo-putiniano? E il Washington Post è filo-putiniano quando afferma (23 agosto 2022): “Sei mesi dopo, il quadro appare diverso da quanto dichiarato da Biden. Mentre la maggior parte degli economisti concorda sul fatto che la Russia stia subendo danni reali che aumenteranno nel tempo, l'economia non sembra ancora essere al collasso. L'iniziale calo di valore del rublo si è rapidamente invertito; la disoccupazione non è aumentata notevolmente e la Russia continua a guadagnare l'equivalente di prima in miliardi di dollari ogni mese dalle esportazioni di petrolio e gas”. A Mosca e San Pietroburgo, ristoranti e bar rimangono affollati e i negozi di alimentari sono riforniti, anche se i prezzi sono aumentati e alcuni prodotti importati, come il whisky, sono più difficili da trovare.

E la rivista americana “TIME” era da considerarsi filo-putiniana quando affermava, il 23 febbraio 2022, all’inizio della guerra, che le sanzioni alla Russia non avrebbero funzionato? La rivista scriveva che molti esperti vedevano difetti significativi nell'imposizione di sanzioni. "La storia di queste sanzioni è che falliscono", affermava Steve Hanke, professore di economia applicata alla Johns Hopkins University. "Ci sono sempre soluzioni alternative", perché queste sanzioni non impediranno alla Russia di ottenere, denaro e beni, dentro o fuori dal paese. E il “The Guardian” è filo-putiniano, quando afferma, fin da febbraio (8), che le sanzioni non funzioneranno? E “IL MANIFESTO” è filo-putiniano asservito alle idee di Salvini, quando afferma, il 27 agosto 2022, che le sanzioni non stanno funzionando?

Gli americani hanno sempre amato coinvolgersi nelle strategie energetiche degli altri, anche italiane (v. caso Mattei (8)), ma, a mio parere, la Ue dovrebbe essere, oggi, molto critica circa le sanzioni.

L'economia russa sembra andare molto meglio del previsto; e meglio di prima della guerra. Il FMI, Fondo Monetario Internazionale, ha recentemente (8 agosto 2022) rivisto le sue previsioni per la contrazione di quest'anno da -8% a -6% e la Banca Centrale di Russia (CBR) è ancora più ottimista, avendo rivisto le sue previsioni per la contrazione di quest'anno a un lieve - 5%.

Queste revisioni derivano da una serie di altre sorprese che hanno portato molti osservatori economici ad accorgersi come le sanzioni stiano fallendo. Il principale tra questi risultati è il current account (6) russo in forte miglioramento; che, invece di andare in negativo, è esploso; e la Russia sta attualmente guadagnando più soldi, dalle sue esportazioni di energia, di quanto non abbia mai guadagnato prima della guerra, nonostante lo shock che l'economia ha ricevuto dall'imposizione del più estremo programma di sanzioni mai imposto a qualsiasi paese.

Le sanzioni stanno indebolendo la capacità di Mosca di finanziare il suo sforzo bellico?

Secondo il CSIS, Centro Studi Strategici di Washington (2), No. “Mentre le sanzioni hanno congelato la maggior parte delle attività della Russia verso i paesi occidentali, la Russia continua a ricevere, ed ha aumentato, le entrate dalle sue esportazioni di energia verso Cina, India e altri paesi asiatici; e anche verso Europa, a prezzi astronomici. Le entrate del petrolio e del gas rappresentavano il 47% delle entrate federali russe da gennaio a maggio di quest'anno. Ma, anche se la produzione russa di petrolio e gas ad aprile è diminuita, i ricavi sono aumentati dell'80%. La Russia sta ancora guadagnando circa 1 miliardo di dollari al giorno in proventi dalle esportazioni di petrolio e gas. I dati fiscali russi suggeriscono che Mosca spende circa 325 milioni di dollari al giorno in spese militari. Forse minacce di sanzioni più accurate avrebbero potuto scoraggiare la Russia prima dell'invasione, ma oggi l'uso delle sanzioni per costringere la Russia a porre fine alla guerra sembra improbabile che abbia successo.”

L’ingenuità degli europei.

Facciamo ora un esercizio: l'ENI ha contratti firmati anni fa con la Russia per acquistare gas a 27 euro al MWh. Sul mercato libero il prezzo viaggia oggi però sopra i 350 euro MWh; pensate che la Russia voglia onorare il prezzo contrattualizzato, continuando a far fare all’ENI utili da capogiro (come ha fatto)? Ovviamente no: trova una scusa e dice che non glielo manda. Lo vende a qualcun altro, invece che a 27 euro a 270, e quello fa pure i salti di gioia.

Ma lo può vendere anche all’Europa, visto che ci sono le sanzioni? Ma sì, si mette d'accordo con un paese che non si dice che abbia gasdotti, ma li ha; la Turchia (3), che non applica sanzioni ed è libera di commerciare con entrambe le fazioni e lo vende a lei a quel prezzo o anche meno. La Turchia lo rivende ai paesi europei che invece le sanzioni le applicano. Russia e Turchia fanno i soldi, alla faccia di Bruxelles, che ancora crede alle sanzioni. Ovviamente ci vogliono i rigassificatori; ma questo, in Europa, è, per lo più, un problema solo italiano.

L'interesse nell’imporre sanzioni economiche è abbastanza ovvio. Promettono di raggiungere obiettivi di politica estera e diplomatica senza l'uso della forza militare, un'alternativa pacifica allo spargimento di sangue e alla distruzione. E recentemente, nessuna nazione è stata più attiva nell'imporre sanzioni degli Stati Uniti. Questo mese, però, lo storico Benjamin Coates ripercorre la storia delle sanzioni economiche e avverte che, qualunque sia la loro promessa, l'uso eccessivo di sanzioni unilaterali minaccia di ridurne l'efficacia, e persino la legittimità.

In sintesi, gli unici che credono ancora alle sanzioni, sono i vertici europei.

Mi sembra come quando, a metà anni ’70, gli attivisti di “Lotta Continua” ancora manifestavano in cortei, impugnando e sventolando il “libretto rosso di Mao”; ma all’improvviso si accorsero che, ormai, neanche i cinesi ci credevano più, e che dietro ai capi-corteo italiani non c’era più nessuno a seguirli. Noi oggi sventoliamo le sanzioni, per l’etica di principio, e per far piacere agli americani; ma neanche gli americani (e gli inglesi) ci credono più.

LA CATASTROFE DELLE “POLITICHE VERDI”

Quanto ho scritto sopra potrà significare che se il gas non mancherà (speriamo);  i prezzi dell'elettricità nel mercato europeo raggiungeranno comunque livelli senza precedenti, rendendo milioni di persone, e migliaia di aziende, con un futuro incerto. Abbiamo visto come il conflitto Ucraina-Russia e le conseguenti sanzioni possano essere accusate della crisi in corso, ma un’altra ragione della catastrofe è l'adozione di politiche verdi da parte di leader che si rifiutano di riconoscere i loro errori (1).

Buona parte dei problemi di crisi energetica attuali sono infatti anche dovuti alle decisioni politiche degli stati europei di ridurre il consumo di combustibili fossili e aumentare gli investimenti in impianti di energia rinnovabile.

Quasi tutti i paesi dell'Europa occidentale hanno chiuso le centrali a carbone. Nel 2016 c'erano 324 centrali a carbone. Ora ce n’è la metà, e sono sulla strada per essere chiuse nel 2030. La produzione di elettricità alimentata a carbone è già stata, quindi, notevolmente ridotta. La Germania, che sta soffrendo di più nell'UE, si è opposta sia ai combustibili fossili che all'energia nucleare. Ma oggi la carenza di gas naturale ha spinto i leader politici a riavviare le centrali a carbone e riconsiderare le nucleari; ma gli impianti dismessi non possono essere avviati immediatamente e per un paio d’anni ci sarà una crisi oggi ancora indescrivibile; tuttavia non c’è alcun riconoscimento degli errori di valutazione strategica. Fateci caso: la maggior parte delle notizie dei media sul caro energia, riguarda la sua carenza e i suoi prezzi elevati dovuti (solo) a interruzioni causate dalle sanzioni; poco, se non nulla, sulla correzione di politiche di vecchia data che hanno privato i cittadini di energia economica e affidabile. Tanto meno c'è il riconoscimento pubblico che la presunta emergenza climatica antropogenica sia una verità scientifica discutibile. Teniamo presente che da tutto questo, sono discesi i dogmi delle istituzioni finanziarie volti ad imporre alle aziende criteri  che negano il finanziamento allo sviluppo dei combustibili fossili. E questo non fa ben sperare che si possano evitare ulteriori danni da politiche energetiche mal concepite.

Ma la UE, capendo la sua inettitudine, che fa? Dichiara il gas non-fossile e fa diventare il nucleare “green”.

Infatti, forse a qualcuno è sfuggito che il 6 luglio 2022, Reuters pubblicava (4)"Il parlamento UE considera gli investimenti nel gas e nel nucleare come verdi". Quindi: prima Greta ci martellava dichiarando il gas un combustibile fossile da aborrire, altrimenti tutto il mondo sarebbe collassato. Oggi contrordine: “il Parlamento europeo dichiara che le regole dell'UE che etichettano gli investimenti devono considerare le centrali nucleari e il gas come rispettosi del clima". Quanti danni all’industria sono stati fatti nel frattempo?

Il Washington Examiner, sempre del 6 luglio 2022 (5), inserisce al proposito un chiaro commento politico. “La decisione faciliterà la costruzione di infrastrutture per la produzione di gas, nonostante le obiezioni di alcuni ambientalisti. L'Europa occidentale si accorge oggi che sta crollando sotto la follia delle politiche globaliste sull'energia verde; ma questa decisione è il primo segno che i leader europei potrebbero ritirarsi dal culto suicida del “green”, che oggi caratterizza i governi sedicenti progressisti.”

Speriamo di essere ancora in tempo e di non fare la fine dello Sri Lanka. Secondo gli esperti, lo Sri Lanka è infatti, devastato da povertà, attentati, inflazione e carenza di carburante; e si trova in un ultimo disperato sforzo per evitare il collasso economico, dopo che un divieto di fertilizzanti artificiali, rispettoso del clima, ha contribuito a devastare l’agricoltura, una delle più grandi industrie del paese. 

NOTE

  1. https://co2coalition.org/2022/08/28/european-energy-crisis-product-of-unacknowledged-policy-failures/
  2. CSIS – Centro Studi Strategici Internazionali. https://www.csis.org/analysis/strangling-bear-sanctions-russia-after-four-months
  3. La Turchia ha un gasdotto che la collega alla Russia, che si chiama Turkstream, che ha due  linee da oltre 30 miliardi di metri cubi annui aumentabili fino a 45 miliardi.
  4. https://www.reuters.com/business/sustainable-business/eu-parliament-vote-green-gas-nuclear-rules-2022-07-06/
  5. https://www.washingtonexaminer.com/policy/energy-environment/eu-parliament-backs-green-label-nuclear-natural-gas
  6. Cos’è il current account? Il current account (o saldo delle partite correnti) registra le transazioni di un paese con il resto del mondo. È dato dalla somma delle esportazioni nette, degli interessi da investimenti detenuti all’estero (cedole o dividendi) e dei trasferimenti netti (aiuti internazionali e le rimesse degli emigrati). Insieme al conto capitale, che misura il saldo degli investimenti cross-border in strumenti finanziari, costituisce la bilancia dei pagamenti di un paese.

Il current account può essere positivo (surplus) o negativo (deficit); in entrambi i casi il saldo del conto capitale registrerà un importo uguale e contrario, per pareggiare la bilancia dei pagamenti.

Perché è importante il current account? Un saldo di conto corrente positivo indica che il paese è creditore netto verso il resto del mondo. Quando però questo valore è troppo elevato, riflette la presenza di un gap eccessivo tra i risparmi e gli investimenti domestici. Tutto ciò implica che l’eccesso di risparmio nazionale sugli investimenti interni è speso in attività estere.

Quando si verifica un pesante indebolimento del current account è sintomo di una perdita di competitività internazionale per l’economia. I paesi con disavanzi molto ampi del current, e valute poco affidabili, possono rischiare di subire attacchi speculativi molto forti sui mercati finanziari.

  1. IL CASO MATTEI. Eni stipula il primo contratto di acquisto di petrolio grezzo dal governo russo Il 4 dicembre 1958.

Il greggio viene "scambiato" con prodotti Eni.

Nel caso specifico la merce scambiata è gomma sintetica, prodotta dallo stabilimento Anic di Ravenna (5mila tonnellate di gomma contro 800mila tonnellate di petrolio).

L’anno successivo il contratto viene ampliato: 10mila tonnellate di gomma contro un milione di tonnellate di petrolio.

Nel 1960 la situazione politica internazionale registrava ulteriori tensioni sul fronte della "guerra fredda" tra il mondo occidentale, gli Usa capofila, e l’unione Sovietica.

Mattei non se ne cura e partecipa attivamente a organizzare il viaggio del Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, a Mosca con grande sconcerto tra le fila del partito di maggioranza, la Dc, e negli ambienti ecclesiastici.

L’ente statale sovietico per le esportazioni, chiede a Eni di partecipare alla costruzione dell’oleodotto Caucaso-Mare del Nord.

Il Governo sovietico (che in quell’anno produceva 414mila tonnellate al giorno di petrolio) si dichiara disposto a fornire, in 4 anni, 12milioni di tonnellate di greggio (per avere un ordine di grandezza, nello stesso periodo i campi petroliferi Eni in Egitto ne fornivano 1milione/anno, quelli dell’Iran 2milioni di tonnellate/anno).

Il vantaggioso e consistente sconto permette a Eni di abbassare di 2 lire il prezzo della benzina.

L’accordo suscita forti reazioni negative da parte Usa.

Il New York Times, nel novembre del 1960, accusa il presidente Eni "di non mantenere i patti stipulati nel dopoguerra, di avere rotto gli equilibri del mercato dei prodotti petroliferi, scavalcando e danneggiando con la sua egoistica autonomia non solo gli interessi delle grandi Compagnie ma anche di avere compromesso futuri equilibri politici".

Il 27 ottobre 1962 moriva nel cielo di Bascapè, nel Pavese, Enrico Mattei.

La morte di Mattei e l’esplosione dell’aereo su cui viaggiava insieme al pilota e a un giornalista americano resta un mistero irrisolto nella storia della Repubblica su cui non si è mai voluto indagare a fondo.

Del resto Enrico Mattei aveva capito che bisognava uscire dal cartello delle sette sorelle, dal controllo che esercitavano sul mercato dell'energia, già al tempo.

Nessuno più ebbe il coraggio di avanzare quanto lui aveva pensato, la storia poi arriva ad oggi, ad un paese schiavo per non aver voluto alzare la testa. Il capo dell'Eni avrebbe dovuto incontrare, di lì a pochi giorni, l'amministrazione Kennedy per ridisegnare quella mappa energetica mondiale che lui, come un corsaro del petrolio, aveva scompaginato sia con gli accordi con i paesi arabi sia con l'Urss. Mosse che i grandi del settore non potevano tollerare.

Indipendenza energetica significa indipendenza economica, che significa a sua volta indipendenza politica.

Mattei aveva la visione di un’Italia che rialza la testa dopo la guerra e che va avanti sulle proprie gambe, senza dover rendere conto a nessuno.

  1. https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/feb/28/sanctions-dont-work-diplomacy-stop-putin-russia-ukraine

 

Inserito il:31/08/2022 20:18:51
Ultimo aggiornamento:31/08/2022 20:32:03
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