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Aggiornato al 21/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Aligi Sassu - 1992-93 - Murale in ceramica mq 150 - Sede del Parlamento Europeo Bruxelles

Semestre europeo dell’Italia.

Resto sempre colpito, malgrado tutto, dalla superficialità e dalla poca concretezza dei commenti di molta stampa sugli avvenimenti che riguardano il governo italiano.

Senza voler ipotizzare qualcosa di peggio, e cioè che anche la cosiddetta stampa indipendente segua indicazioni e percorsi dettati da obiettivi che poco hanno a che fare con gli avvenimenti e la loro reale interpretazione.

Oggi vorrei fare qualche considerazione su come è stato descritto l’esito della presidenza del semestre europeo dell’Italia.

Molti hanno detto che è stato un grande flop, cioè che non sono stati raggiunti gli obiettivi dichiarati.

Altri hanno dichiarato che si, qualcosa si è fatto, ma non basta.

Nessuno ha detto che tutto sommato è stato un successo.

Quindi una valutazione sostanzialmente negativa.

Le considerazioni. Innanzi tutto il Parlamento europeo ha una maggioranza di centro destra, cosa che quasi nessuno si è sognato di ricordare e considerare. Questo significa che non basta proporre e sostenere approcci e valori diversi, occorre anche cambiare attraverso il voto la politica che sino ad ora è stata la espressione della maggioranza.

Secondo, i rappresentanti del rigore e delle regole, indipendentemente dalla collocazione politica, sono in maggioranza, come numero e come peso politico. Questo vuol dire che il cambiamento è ancora più difficile.

Terzo, sino ad ora le regole sono state praticamente inflessibili, senza alcuna apertura a spiragli di cambiamento, se non come parziale concessione degli stati più forti. La Grecia ce lo ricorda in modo esemplare. Inoltre la flessibilità e il diverso orientamento è visto come eversivo dei trattati e delle regole correnti, e come cedimento agli stati più deboli e precari da parte di quelli in regola e più forti.

Insomma cambiare orientamento e direzione alla politica europea è problema arduo e soprattutto lungo, certo non esauribile in un semestre. Per di più guidato da uno stato debole e quasi sempre in lotta con i parametri definiti, quindi sull’orlo del precipizio.

Se queste sono le premesse, il giudizio sul semestre italiano andrebbe inquadrato in questa prospettiva e non buttato li in base a considerazioni astratte e (quasi) sempre orientate da ideologie o tattiche politiche, di solito interne allo schieramento italiano.

Quindi, che dire? Si poteva fare di più e meglio? Ovviamente si, come sempre. Ma i risultati ottenuti a me sembrano importanti. Si è cambiato, almeno come indirizzo, il senso della politica europea, si è positivamente influito sulle decisioni della nuova presidenza, si sono prese decisioni importanti e nuove, tipo quella di escludere dai conti gli investimenti di paese e le grandi iniziative, cioè finalmente di tener conto che anche i paesi deboli, che lottano disperatamente con la recessione e che non possono attingere alla variazione di cambio della moneta (come l’Italia ha fatto per tanti anni) devono poter trovare in Europa un sostegno alle proprie politiche di risanamento e di crescita. Sempre che si impegnino essi stessi ad attuare quelle riforme che servono per dare un minimo di omogeneità all’Europa  Questo può dar fastidio alle potenze più forti, ce ne siamo accorti tutti, ma non vuol dire che non si può tentare di cambiare. Ed è quello che mi pare è stato fatto.

Due ultime considerazioni. La prima, non confondere i comportamenti con la sostanza. Si può non essere d’accordo sulla arroganza di alcune posizioni di Renzi, ma questo non deve influire sulla valutazione dei risultati raggiunti.

La seconda. Draghi, che conserva il consenso ed il supporto di quasi tutti i nostri commentatori, sta sperimentando come sia difficile passare dalle proposte ai fatti, esattamente come Renzi, perché il contesto di riferimento è lo stesso. Proposte forti, alcune decisive, ma niente interventi concreti. Eppure lui nel contesto europeo il potere di fare ce l’ha, contrariamente a Renzi.

Perché due valutazioni e due giudizi così differenti? Renzi un flop, Draghi molto bravo.

Forse perché nel caso di Renzi ci sono di mezzo la politica, le ideologie e gli equilibri nazionali, non le leggi della finanza e della economia a favore di chi deve poter contare anche su aiuti esterni e solidali per uscire da una crisi che si sta dimostrando molto più profonda ed estesa di come si era pensato.

Ma si sa in politica purtroppo per molti conta più il posizionamento e la ideologia che l’agire concreto nell’interesse dei cittadini. 

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Inserito il:16/01/2015 16:52:36
Ultimo aggiornamento:27/01/2015 09:23:11
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