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Aggiornato al 13/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Maurits Cornelis Escher (1898-1972) – Day and Night - 1938

 

Adesso si cambia?

di Giorgio Panattoni

 

I risultati delle elezioni amministrative di ieri hanno cambiato e di molto il quadro di riferimento politico, locale e, con buona grazia di chi si ostina a negarlo, nazionale.

Il bipartitismo tradizionale, centro sinistra e centro destra, con qualche disturbo di liste minori, pare tramontato, non solo per la crescita del voto Cinque Stelle, ma per la crisi che sta attraversando i due schieramenti tradizionali.

Il centro destra, che vede tramontare la leadership di Forza Italia, la difficile coesistenza di destra e Lega, la mancanza ormai di un “capo” sufficientemente rappresentativo, lo sfilacciamento dei messaggi, i continui distinguo sulle priorità.

Il centro sinistra per la crisi del PD, combattuto tra una prospettiva sostanzialmente di centro diciamo rosa, riformista e innovatore (che cosa sarebbe altrimenti il “partito della nazione”?) e una opposizione interna, diffusa nel paese, che si richiama alla tradizione di governo socialista, moderata, ma pur sempre socialista, che ha mandato messaggi davvero inquietanti sul non votare e anti Renzi, che ha pensato di cogliere l'occasione per rimettere in discussione la leadership del partito (vedi le dichiarazioni di D'Alema prima e di Speranza subito dopo il voto).

Su tutto questo un assenteismo del 50%, segnale inequivocabile del crescente fastidio per la politica e per i suoi adempimenti democratici.

Se si deve quindi prendere atto, almeno per il momento, perché c'è da attendersi qualche nuovo scossone rilevante, che si è ormai in un regime di tripartitismo, tutto diventa più complicato.

Primo, perché in un ballottaggio, basta che due dei tre poli uniscano i propri voti per far emergere un risultato contro più che un consenso su un progetto di gestione della realtà per la quale si vota (questo ad esempio il caso di Torino).

Secondo, ed è la cosa che Renzi non ha capito, o ha capito male, che se si personalizza l'espressione di voto, con me o contro di me, si facilita l'aggregazione contro anzi che la  scelta per.

Paradossalmente, ma non tanto, questo potrebbe avvenire persino addirittura nel referendum costituzionale di ottobre, visto che il Presidente del Consiglio ha dichiarato che se perde lascia l'incarico e addirittura la politica. Pensate l'obbrobrio di votare una modifica alla costituzione non per i suoi contenuti, ma per rovesciare gli equilibri politici esistenti!

Terzo, una legge elettorale come quella proposta, che dava per scontato la espressione nel ballottaggio, vista la scarsa probabilità che un partito da solo superi al primo turno la soglia del 40%, di un voto di scelta su chi deve governare, che potrebbe trasformarsi invece in un voto su chi, essendo al governo, deve andare a casa.

E poiché la politica italiana si sta sempre più imbarbarendo, nel senso che prevalgono ormai scontri tra fazioni armate come negli scontri medioevali, c'è poca speranza che si torni a un sistema di valori e di merito sulle proposte di governo e di cambiamento.

E poi ci sono due altri elementi che proiettano una luce scura su tutto il sistema.

Il primo è la crescita della corruzione, mai come in questi momenti diffusa a tutti i livelli, che corrompe qualunque ipotesi di paese normale, invocato da tanti almeno come premessa per incominciare a costruire qualcosa di positivo. (Quanto ha pesato questa situazione nel risultato di Roma?).

Il secondo è la resistenza al cambiamento, ancora così diffusa e tenace, che ostacola anche le cose ritenute più “normali”. Come quella di licenziare i dipendenti pubblici che timbrano e non vanno al lavoro, o come quella di punire chi ha permesso di lasciare ineseguite 50.000 (!) sentenze per mancanza di atti esecutivi formali, delle quali 35.000 di carcerazione di persone che invece sono tuttora in libertà. E non ha detto nulla sino a quando una indagine ha portato alla luce questa situazione.

ALLORA SI CAMBIA?

Non è uno slogan elettorale, è una necessità profonda che investe ciascuno di noi, da qualunque parte si schieri, sempre che voglia fare atti positivi e non solo contro.

 

Inserito il:21/06/2016 22:06:34
Ultimo aggiornamento:21/06/2016 22:09:43
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